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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Fibula prenestina

In  ISCRIZIONI / LA LINGUA LATINA ARCAICA / LE ORIGINI / LETTERATURA LATINA

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Nel 1871 in una ricca tomba scoperta a Preneste (l’odierna Palestrina), una piccola città alle porte di Roma, fu rinvenuta una bella fibula d’oro – lunga circa 11 centimetri e del peso di circa 36 grammi – databile alla metà del VII secolo a. C., sulla quale si trova inciso in direzione retrograda (che ne impone la lettura da destra a sinistra)

Manios med fhefhaked Numasioi

L’incisione, che corrisponde al latino classico Manius me fecit Numerio (Manio mi fece per Numerio) indica il nome dell’orefice – forse di origine etrusca – e il nome del destinatario dell’oggetto di alta oreficeria che l’artigiano ha realizzato per lui.

La fibula è una sorta di spilla da balia (in questo caso assai preziosa, perché in oro) che gli uomini romani usavano per accomodare sulle spalle e alla vita la tunica e il mantello, dal momento che non esistevano i bottoni. Questa fibula, in particolare, rientra nella tipologia degli oggetti parlanti, manufatti (vasi, coppe, piatti, armi, anfore, bracciali, pettini…) che recavano un’iscrizione, che ne simulava la voce, con cui essi potevano rivolgersi in prima persona all’osservatore o al proprietario, per creare con lui un legame affettivo, sancirne la proprietà, eternarne il nome o addirittura per motivi magici.

Questo importante reperto, attualmente conservato nel Museo Luigi Pigorini di Roma, è da sempre al centro di dibattiti, perché alcuni lo ritengono il più antico documento della lingua latina, altri, invece, un clamoroso falso.

La fibula è stata considerata autentica fino agli anni Ottanta del Novecento, quando la glottologa, epigrafista e archeologa Margherita Guarducci ne ha dimostrato la falsità in un saggio intitolato La cosiddetta Fibula Prenestina. Antiquari, eruditi e falsari nella Roma dell’Ottocento. In questo testo la studiosa sostiene infatti che la fibula – sulla base di un attento esame soprattutto di tipo grafologico – non risale affatto al VII secolo: essa, secondo la sua ricostruzione dei fatti, non fu dunque ritrovata in occasione degli scavi della tomba di Palestrina ma nacque nel 1886 dalle sapienti mani di due amici, l’antiquario romano Francesco Martinetti e l’archeologo tedesco Wolfgang Helbig, che ne annunciò il ritrovamento nel 1887 (e che una perizia grafologica dimostrò avere una grafia molto somigliante a quella attestata sulla fibula…). Il motivo della creazione del falso fu identificato dalla studiosa nel desiderio di Helbig di far carriera nel mondo dell’archeologia, dimostrando la veridicità di quanto afferma lo storico Polibio, che riferisce che nel 508 a. C. fu stipulato un trattato tra Roma e Cartagine, cosa impossibile senza la presenza della scrittura. La scelta della fibula come oggetto recante la prova dell’esistenza della scrittura in questa data sarebbe stata determinata proprio dal fatto che oggetti di questo genere erano facilmente databili e inseribili in tipologie ben note (e autentiche!) – in questo caso quella definita ad arco serpeggiante o a drago – ritrovate anche in altre aree geografiche (per esempio in Campania). L’opinione della studiosa fu confermata anche da alcune analisi chimiche condotte sul reperto, che rivelarono tracce di acqua ragia, usata per invecchiarlo.

In realtà l’ultima parola su questa annosa questione sembra essere stata pronunciata nel 2011 da un restauratore e docente dell’Università La Sapienza di Roma, Edilberto Formigli, e da una studiosa del CNR, Daniela Ferro, che sostengono la tesi opposta: l’utilizzo di strumenti di alta precisione (microscopio a scansione elettronica e microsonda elettronica a raggi X) pare infatti aver inequivocabilmente accertato l’autenticità del manufatto e dell’iscrizione su di esso incisa, nonché la possibile corrispondenza con le tecniche di lavorazione che gli abilissimi orafi etruschi utilizzavano a quel tempo. Gli studiosi hanno persino identificato una piccola riparazione sulla staffa della fibula, che proverebbe il lungo utilizzo della stessa.

Questo e altri ritrovamenti di oggetti di uso personale e domestico arricchiti da iscrizioni confermano dunque che la scrittura era diffusa, con fini pratici, già molto tempo prima dell’inizio della letteratura latina, convenzionalmente fissato nel 240 a. C.

Dall’iscrizione si possono trarre alcune interessanti informazioni. Dal punto di vista grafico, il digramma fh costituisce il tentativo dell’orefice di rappresentare la lettera f; dal punto di vista morfologico si possono osservare il nominativo singolare maschile in – os (destinato a oscurarsi in – us), il dativo singolare in – oi (che non si è ancora monottongato in -o), l’accusativo del pronome di prima persona singolare con la d (che non era desinenza, ma una particella rafforzativa), il perfetto del verbo con raddoppiamento e desinenza ed (entrambi tipici dell’indoeuropeo, da cui il latino deriva).

Inoltre il dativo singolare Numasioi dimostra che non si era ancora verificato il fenomeno del rotacismo, che consiste nel passaggio della consonante s a r quando si trova in posizione intervocalica.

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