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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Cretide

in LE LAVORATRICI / EPITAFI… E DONNE /EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA

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L’epigramma VII 459 dell’Anthologia Palatina, attribuito a Callimaco, fu composto, secondo il lemma introduttivo, per una giovane fanciulla di Samo, loquace e spiritosa:

1Κρηθίδα τήν πολύμυθον, ἐπισταμένην καλά παίζειν,
δίζηνται Σαμίων πολλάκι θυγατέρες,
3ἠδίστην συνέριθον ἀεί λάλον· ἥ δ᾽ ἀποβρίζει
ἐνθάδε τόν πάσαις ὕπνον ὀφειλόμενον.

1Le figlie dei Sami cercano sempre
la loquace Cretide, che sapeva scherzare bene,
3compagna assai gentile, sempre chiacchierina: ma lei dorme
qui il sonno dovuto a tutte.

Traduzione di A. Micheloni

L’epitafio comincia con il nome della defunta, Cretide – non attestato altrove -, che assume, quindi, notevole rilevanza. Subito dopo il nome, il poeta pone una serie di aggettivi che tracciano un’immagine ben definita della fanciulla: Cretide, a quanto pare, non era soltanto loquace ma anche scherzosa e brillante. Proprio per questo motivo le compagne non sanno rassegnarsi alla sua scomparsa e la continuano a cercare.

Non è del tutto chiaro chi siano queste figlie dei Sami e perché Cretide sia detta loro compagna. Le donne di Samo sembrano aver formato un gruppo, forse di lavoratrici di lana, visto che si può riconoscere nel termine usato per Cretide, συνέριθον, il vocabolo ἔριθος, attestato già in Omero (VI, 32), che definisce sia un aiutante per i lavori domestici sia una lavoratrice della lana o tessitrice.

La lavorazione della lana (la ταλασιουργία) era una delle occupazioni consuete delle donne greche, che quelle più povere svolgevano anche per conto di altre, come vera e propria attività lavorativa, per avere così un mezzo di sostentamento sicuro: ne dà conferma un epitafio proveniente da Chio – composto in perfetto stile ionico – del II/I secolo a.C. (GV n. 474 p. 116) che ricorda Bitto e Fainis, due anziane sorelle originarie di Cos – forse delle schiave – che si alzavano al sorgere del sole per filare, alleviando la loro fatica con dei canti, e che ora, defunte, salutano per l’ultima volta la luce del giorno.

La lana di Samo, però, seppur menzionata da Teocrito in uno dei suoi Idilli (XV,126), non sembra esser stata particolarmente rinomata. Un passo di Ateneo (XII, 540 d) ci informa che Policrate, tiranno di Samo dal 537 al 522 a.C., avrebbe importato delle pecore da Mileto proprio per migliorare la qualità della lana locale. Ma, come osserva un importante studioso e filologo tedesco, Ulrich von Wilamowitz, queste donne di Samo potevano trovarsi in Alessandria, la città del poeta Callimaco, e non nella loro patria, e svolgere in questa sede l’attività di tessitrici.

Avvalorerebbe questa ipotesi una testimonianza che possiamo ricavare dalla lettura del XV Idillio di Teocrito, che ci conferma il fatto che le donne immigrate con le loro famiglie, non avendo molte occasioni per uscire di casa e conoscere altre persone, preferivano la compagnia di connazionali (come succede, in questo testo, alle due protagoniste, Gorgo e Prassinoa, due siracusane che vivono ad Alessandria e che trascorrono insieme il loro tempo libero). È dunque probabile che alcune ragazze di Samo, trasferitesi ad Alessandria con le loro famiglie, divenute amiche della sfortunata Cretide, avessero messo insieme le loro basse paghe affinché un poeta, in questo caso Callimaco, ricordasse la loro compagna che aveva rappresentato, nel gruppo, un punto di riferimento: il poeta ne menziona più volte, infatti, la gentilezza e la loquacità sempre piacevole, per accentuare il contrasto con l’attuale condizione che le impone un silenzio forzato.

Dalla metà del verso 3, infatti, si accenna all’infelice destino di Cretide, che ora dorme il sonno eterno che, prima o poi, tocca a tutti: risulta molto interessante, a questo proposito, l’uso del verbo ἀποβρίζειν nel senso di dormire (confermato anche dalla scelta del tempo presente, che sottolinea l’aspetto durativo dell’azione) invece di quello, più comune, già attestato in Omero (IX, 151), di addormentarsi.

Callimaco non può che soffermarsi addolorato davanti a questo sonno, perché egli è convinto che la morte sia una sorta di riposo dovuto ai giusti, ma che non sia possibile alcuna sopravvivenza post-mortem. È interessante confrontare questa immagine della morte intesa come sonno con quella presentata in un epitafio (GV n. 235 p. 62) del II/III secolo d.C., in cui Arsinoe è detta vinta da un dolce sonno. Questo concetto è completamente diverso da quello pagano espresso da Callimaco: mentre infatti il sonno pagano è eterno, quello cristiano racchiude la speranza di un risveglio a nuova vita (e proprio per questo è definito dolce).

Se è chiara l’immagine della morte intesa come sonno, resta qualche perplessità a proposito dell’aggettivo πάσαις, a tutte, a cui si riferisce il participio ὀφειλόμενον, dovuto: esso deve essere probabilmente inteso come un a noi tutte, che comprenda tanto le compagne di Cretide quanto le future eventuali lettrici dell’epigramma.

L’elemento più significativo dell’epitafio resta certamente il riferimento all’amicizia tra donne, documentata anche da numerosi altri epitafi. Possiamo ricordare, per esempio, un breve epitafio (GV n. 179 p. 49) forse di età ellenistica (II secolo a.C.?) inciso su una base in pietra rossa proveniente da Chio, in cui leggiamo Il monumento funerario e l’immagine ben scolpita di Aspasia pose / Diogenis, ricambiando l’affetto: anche in questo caso, come per Cretide, viene attestata un’amicizia tra donne che non poté esser cancellata neppure dalla morte. Documentano rapporti di amicizia tra donne anche una stele ritrovata nel Ceramico, fatta erigere alla fine del V secolo a.C. da Eutilla per la sua amica Biote, e un poemetto, La conocchia, composto dalla poetessa Erinna, nella metà del IV secolo a.C. per la sua amica Bauci, morta giovanissima subito dopo le nozze, con cui la poetessa era solita giocare, scherzare e filare la lana.

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