Epigrammata, I, 47 e I, 30
in TESTI / MARZIALE / L’ETÀ DEI FLAVI E DI TRAIANO / LETTERATURA LATINA
Un medico… becchino!
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Si può, cambiando professione, fare esattamente la stessa cosa? Secondo Marziale è possibile, come dimostra il cambiamento lavorativo messo in atto da Diaulo…
Nuper erat medicus, nunc est vispillo Diaulus:
quod vispillo facit, fecerat et medicus.
Fino a poco tempo fa Diaulo era un medico, ora è un becchino:
ma quello che fa da becchino, (lo) aveva fatto anche da medico.
(traduzione di A. Micheloni)
Chirurgus fuerat, nunc est vispillo Diaulus:
coepit quo poterat clinicus esse modo.
Diaulo era stato un chirurgo, ora è un becchino:
ha cominciato a essere medico nel modo in cui poteva.
(traduzione di A. Micheloni)
La battuta finale di questo epigramma si basa su un gioco di parole che purtroppo si perde con la traduzione: in latino il termine chirurgus, derivato dal greco (che alla lettera significa chi opera con le mani), indicava infatti un lavoro meno prestigioso di quello del clinicus (che alla lettera significa che fa sdraiare le persone, poiché deriva dal greco klìne, letto). Il chirurgus era dunque considerato un mero esecutore della pratica medica, mentre il clinicus era il vero intellettuale, l’esperto che dava indicazioni operative e prescriveva le terapie ai malati: Diaulo, dunque, è stato promosso da chirurgus a clinicus non per meriti scientifici, ma nell’unico modo in cui poteva raggiungere la promozione, cioè avendo a che fare con gente già distesa per sempre, i morti.
In realtà la medicina romana era tutt’altro che arretrata. Nella fase più antica essa – probabilmente basata sull’arte medica etrusca – era stata di competenza del pater familias, che, come attesta Catone il Censore, conosceva rimedi e medicamenti naturali (derivati principalmente dalle erbe, dalle radici, dal miele e dall’aceto) che somministrava – sotto forma di intrugli o impiastri – ai familiari, agli schiavi e persino agli animali, spesso recitando formule misteriose. Dal II secolo a. C. con l’arrivo a Roma dei medici greci la medicina, ispirandosi a quella ippocratica, raggiunse – dopo un’iniziale diffidenza – livelli tecnici e professionali molto avanzati sul piano preventivo, su quello terapeutico e anche su quello teorico, come dimostrano il De medicina di Aulo Cornelio Celso (un imponente trattato in otto libri) e alcuni passi della Historia naturalis di Plinio il Vecchio. Nell’età imperiale, però, non mancarono ciarlatani e mestieranti che, attratti dai facili guadagni, si improvvisavano medici, ottenendo, come Diaulo, tragici risultati. Essi esercitavano la loro attività senza problemi, perché, privatamente, ciascuno poteva decidere di diventare medico o aprire una farmacia in cui vendere unguenti, impiastri, radici, bacche, foglie e persino droghe e veleni. Solo coloro che volevano esercitare l’attività di medico pubblicamente erano tenuti a superare un esame davanti a una commissione di esperti.
Neppure un ciarlatano come Diaulo smuove però dai suoi propositi Marziale che, come al solito, non giudica le persone che descrive: egli infatti non si propone di correggere i costumi, ma piuttosto di intrattenere il lettore e strappargli un sorriso, descrivendo la culpa senza biasimare i colpevoli (parcere personis, dicere de vitiis – risparmiare le persone, parlare dei difetti – afferma, infatti, nell’epigramma 33 del X libro dei suoi epigrammi).
Questi due testi consentono di illustrare in modo particolarmente chiaro la struttura tipica dell’epigramma di Marziale, individuata da un grande studioso del Settecento, Gotthold Ephraim Lessing. Essa in questi epigrammi risulta bipartita: a una prima parte descrittiva (affidata al primo verso), che presenta una situazione – e che lo studioso chiama Attesa –, fa seguito una seconda parte (il secondo verso), definita Scioglimento, che contiene una battuta (che va sotto il nome di aprosdόketon – o inopinatum -, fulmen in clausula, venenum in cauda o aculeus), che risulta tanto più divertente quanto è più lontana da ciò che il lettore si aspetta, cioè tanto più è in grado di creare un effetto di sorpresa e di straniamento.
Analisi del primo testo
METRO: distico elegiaco
Nuper… nunc: i due avverbi di tempo, messi in risalto dall’allitterazione della lettera n, pongono in stretta correlazione le due attività praticate da Diaulo, per sottolinearne il medesimo risultato, quello di mettere uomini nella tomba!
Vispillo: il vispillo, -onis (o vespillo) era il becchino della gente povera, che veniva sepolta di sera (nel vocabolo è infatti evidente la stessa radice di vesper, sera); l’impresario delle pompe funebri che si occupava della sepoltura degli abbienti era, invece, il libitinarius, che deve il suo nome alla dea dei funerali, Libitina, nel cui tempio si potevano acquistare bare e tutto l’occorrente per i funerali.
Vispillo… medicus: i due termini, usati con il valore di complemento predicativo del soggetto, sono posti in chiasmo (vispillo facit, fecerat medicus) per avere il massimo risalto.
Facit… fecerat: si tratta di un poliptoto, figura retorica di ripetizione che consiste nel ripresentare – a breve distanza – la stessa parola modificandone la forma morfologica.
Et: in questo caso ha il valore intensivo di etiam.
Analisi del secondo testo
METRO: distico elegiaco
Chirurgus … vispillo: anche in questo verso i due termini sono posti in chiasmo (chirurgus fuerat… est vispillo) per avere il massimo risalto.
coepit quo poterat clinicus esse modo: il verso deve essere costruito così: coepit esse clinicus quo modo poterat. La sintassi è infatti fortemente alterata dalla presenza di un iperbato, il rovesciamento dell’ordine sintattico di un’intera frase che serve a portare in primo piano i vocaboli più significativi del verso, in questo caso il termine clinicus, posto al centro e messo in risalto anche dall’allitterazione della lettera c del verbo coepit.
coepit: terza persona singolare del verbo coepi, coepisse, perfetto di un presente disusato coepio. Per il presente e i tempi derivati si usa incipio.
quo modo: il quo introduce una proposizione subordinata relativa.
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