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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Riflessioni conclusive

in LAVORATRICI / EPITAFI… E DONNE / EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA

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Nella Grecia antica era un privilegio delle classi agiate non far lavorare le donne. Le mogli degli uomini più poveri dovevano invece lasciare la casa per aiutare i mariti nel mantenimento della famiglia, impegnandosi in occupazioni che erano spesso il prolungamento del lavoro domestico femminile quotidiano: esse svolgevano infatti le mansioni di tessitrici, lavandaie, venditrici, lavoratrici di lana e balie.

La categoria delle venditrici merita un’osservazione a parte. In numerosi testi letterari sono infatti menzionate delle venditrici dei più svariati prodotti, che hanno in comune una sola caratteristica e cioè l’essere anziane: nelle commedie di Aristofane incontriamo, per esempio, una vecchia venditrice di polenta e farina di legumi (Lys. 562) e un’anziana donna che sopravvive vendendo ghirlande (Thesm. 448). La spiegazione è molto semplice: le donne anziane potevano muoversi più liberamente di quelle giovani e stare in mezzo alla gente senza alcuna limitazione, requisiti essenziali per poter svolgere questa mansione.

La professione considerata più adatta e più dignitosa per le donne anziane era però senza dubbio quella di nutrice o balia, come pare confermare la letteratura: basti pensare alle celebri figure di Euriclea, in Omero, e al ruolo di nutrice di Demetra nell’Inno omerico a lei dedicato. Crescere bambini, dopo aver fatto esperienza con i propri, doveva essere molto gratificante, ed era quindi facile dedicarvisi con le premure che sono sottolineate negli epitafi che abbiamo avuto modo di conoscere insieme. I documenti epigrafici e i papiri dell’epoca attestano che le nutrici erano spesso considerate un membro della famiglia: esse non solo svolgevano – oltre al loro lavoro – incombenze importanti (per esempio quella di eseguire pagamenti) ma potevano essere ricordate nel testamento o addirittura sepolte nella tomba di famiglia.

Le nutrici si dividevano in due categorie: Platone (Resp. II, 373 c e V, 460 d) distingue infatti le τίτθαι e le τροφοί: le prime erano quelle che allattavano il bambino, le seconde, invece, quelle che se ne prendevano cura durante l’allattamento. Era infatti costume greco che un’anziana donna vegliasse il bambino accanto alla madre, per lo più giovanissima e del tutto inesperta. Solo dopo lo svezzamento la balia doveva prendersi completamente cura del bambino: i suoi compiti erano quelli di fargli toeletta, cambiargli gli indumenti, insegnargli a camminare, cantare la ninna nanna…

Le balie, che appartenevano a qualunque condizione sociale – quindi sia donne libere che schiave – una volta esaurito il loro compito potevano essere affrancate (cioè rese libere, se schiave) o licenziate oppure restare presso la famiglia che le aveva impiegate fino a quel momento.

Fu proprio questo il destino di Escra e di Clita: Escra, dopo essere stata, vista la menzione del latte, τίτθη di Micco, restò come ancella presso la casa; anche Clita ebbe ugual sorte dopo esser stata τροφός di Medeo. Così, dopo la loro morte, avvenuta in tarda età, esse ebbero una degna sepoltura, un sincero ed estremo riconoscimento da parte di coloro a cui furono utili, in quanto ancelle oneste e devote.

Le storie di Escra e di Clita non costituiscono dei casi isolati o tipici dell’età ellenistica, come possono confermare alcuni documenti attribuibili a ogni epoca storica: un rilievo da Atene, anteriore alla metà del IV secolo a.C., ricorda, per esempio, la balia assai onesta dei figli di Diogitos; un epitafio posteriore alla metà del IV secolo a.C., trovato in Atene, celebra, anche se con versi un po’ scialbi, la nutrice Melitta; nell’Antologia Palatina (VII 178) si legge un epigramma composto da Dioscoride, nel III secolo a.C., per una nutrice lidia…

Quello che appare chiaro dall’esame degli epitafi di età ellenistica – in realtà non diversamente da quanto emerge dallo studio di esempi antecedenti o posteriori a questa età – è che la figura della balia sembra essere quella da cui, forse, una donna poteva ottenere maggiori gratificazioni sia lavorative sia personali, una professione cioè che le consentiva di mettere a frutto la propria esperienza e di svolgere, nel contempo, un’attività ritenuta onorevole, perché la dedizione al proprio lavoro era ricambiata non solo venendo incontro ai bisogni economici (come fece per esempio Micco con Escra) ma anche con stima e affetto.

Anche la tessitrice Cretide sembra aver ricevuto la sua parte di gratitudine per il proprio operato. La giovane e scherzosa ragazza di Samo era forse, come abbiamo avuto modo di vedere, una di quelle donne che si mettevano al servizio delle case più ricche per aiutare la padrona a svolgere le normali attività domestiche. I compiti di una brava sposa rimasero infatti, nell’età ellenistica, ancora quelli a cui accennava Omero: tessere, filare, sorvegliare e dirigere i lavori delle serve… Le informazioni ricavabili in tal senso da papiri e da iscrizioni sono piuttosto rare, ma vi suppliscono le pitture vascolari e la descrizione che di esse dà Senofonte nel capitolo VII dell’Economico. Tra questi compiti, come già evidenziato, la lavorazione della lana aveva un peso particolare, dal momento che essa era utilizzata per l’abbigliamento di tutta la famiglia. Del resto anche la letteratura presenta spesso donne intente a filare: possiamo citare, per esempio, Prassinoa nell’Idillio XV di Teocrito. Preparare gli abiti non era un compito facile: la tessitura, infatti, risultava un’operazione molto faticosa, perché richiedeva la posizione eretta, dal momento che il telaio greco era verticale e quindi obbligava a lavorare in piedi per molte ore. Era dunque naturale che le donne appartenenti alle classi più agiate cercassero di evitare questi lavori molto faticosi e che li affidassero a donne più povere (che invece vi trovavano un reddito sicuro) o a schiave, direttamente controllate dalla padrona.

Dal confronto dei dati ricavabili da questi epitafi con le considerazioni fatte nelle lezioni introduttive si può dunque concludere che la donna aveva la possibilità, in età ellenistica, di svolgere – o per suo desiderio o per circostanze esterne – compiti lavorativi diversi. Tali compiti potevano essere, per lei, fonte di ammirazione e di considerazione e le permettevano un’affermazione anche sul piano sociale, senza entrare in contrasto con l’ambito familiare: insomma, siamo ben lontani dall’immagine di donne recluse in casa e frustrate in ogni aspirazione. Le manifestazioni d’affetto nei confronti delle defunte appaiono inoltre sincere e confortate da un atteggiamento di stima che si fa sentire anche per gli incarichi più umili, purché svolti con dedizione.

Quanto alla tipologia degli epitafi è interessante notare come siano state spesso utilizzate forme espositive in cui non si lascia troppo spazio al dedicante, in modo che la persona loquens (il parlante) possa evidenziare i propri meriti e le proprie capacità in maniera del tutto personale, quasi a sottolineare la veridicità di quanto affermato.

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