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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Caco

in IL MITO / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA LATINA

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Caco, figlio di Vulcano, era una divinità del Lazio, che alcuni identificano con un italico dio del fuoco.

Secondo Ovidio, Livio e Properzio, Caco (il cui nome può essere messo in rapporto con l’aggettivo greco kakòs, malvagio) era un gigante mostruoso, dal corpo peloso, con tre teste che soffiavano fuoco dalle tre bocche; viveva in una grotta sull’Aventino e si cibava di uomini, che rapiva e divorava nella sua dimora, da cui emanava un lezzo di carne putrefatta che, insieme ai teschi disseminati ovunque, spaventava e teneva lontani tutti gli abitanti della zona; era anche un ladro di bestiame (motivo per cui Dante Alighieri lo collocò nella settima bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno, dove sono puniti i ladri – Inferno, XXV, 17 – 33).

La sua storia ci viene narrata da Virgilio per bocca del re Evandro, che racconta a Enea il mito di Caco nell’VIII libro dell’Eneide (vv. 184 – 275).

Evandro, dunque, narra a Enea che un giorno arrivò nella valle del Tevere l’eroe Ercole, di ritorno da una spedizione nell’Occidente mediterraneo, durante la quale aveva sottratto a Gerione i suoi buoi. Gerione era un mostro marino con tre teste (Esiodo lo definisce, infatti, tricefalo) e un corpo triplice fino alle anche, da cui si articolavano tre gambe; sulla schiena aveva delle grosse ali, che gli permettevano di ghermire dall’alto le sue prede. Questo spaventoso mostro abitava nell’isola del sole calante, Erizia (la rosseggiante), che Erodoto, Esiodo e Apollodoro collocano sul fiume Oceano, ai confini occidentali del mondo, e che secondo alcuni commentatori antichi sarebbe identificabile o con un’isola nel Golfo di Cadice o con una delle Baleari: qui Gerione custodiva la sua più grande ricchezza,  dei buoi di straordinaria bellezza, rossi come il tramonto, nutriti con carne umana e consacrati ad Apollo; era aiutato da un gigantesco bovaro, Eurizione, figlio del dio Ares, e da un mostruoso cane a due teste e con una coda di serpente, Ortro, figlio di Tifone e di Echidna, che con la madre aveva generato la Sfinge di Tebe e il Leone di Nemea.

Ercole aveva ricevuto l’ordine di rubare i buoi di Gerione da suo cugino Euristeo, re di Micene, che gli aveva imposto diverse prove (le famose dodici fatiche) nel vano tentativo di liberarsi di lui, affinché non insidiasse il suo potere. Ercole, arrivato sull’isola di Erizia con una barca messagli a diposizione dal dio Helios, portò facilmente a termine il ratto – la sua decima fatica – grazie alla sua smisurata forza, uccidendo a colpi di clava (o con delle frecce) Ortro, Eurizione e Gerione, nonostante la presenza della dea Era, accorsa in loro aiuto.

Sulla strada del ritorno a Micene (dove Euristeo attendeva i buoi, per consacrarli a Era), Ercole si fermò dunque nei pressi dell’Aventino: qui lasciò pascolare liberamente la mandria sulla riva del Tevere, mentre si riposava all’ombra di un albero. Caco, vedendo gli splendidi animali, decise di rubare quattro buoi e quattro mucche, che nascose nella sua caverna. Ma, poiché era molto furbo, escogitò un piano per non lasciare tracce: egli, infatti, trascinò via gli animali per la coda, costringendoli a camminare all’indietro, in modo che le loro impronte sembrassero dirigersi fuori dalla caverna.

Quando Ercole si svegliò e s’accorse del furto, si mise alla ricerca dei buoi che mancavano: sarebbe stato sicuramente ingannato dallo stratagemma di Caco se gli animali rapiti, avvertita la vicinanza dei loro simili, non avessero muggito, rivelando così la propria presenza all’interno della caverna. Ercole, individuato il nascondiglio, si precipitò sul colle. Caco, temendo la forza e la rabbia dell’eroe, chiuse l’ingresso della grotta con un enorme macigno, un congegno che aveva fabbricato grazie alle sue conoscenze di fabbro, che ne rese invisibile l’entrata. Ercole salì allora in cima all’Aventino, tolse la punta del colle e la fece rotolare a valle: in questo modo poté penetrare senza fatica nell’antro, dove ingaggiò una furiosa lotta con Caco, che strangolò.

Secondo altre fonti Caco fu invece ucciso da Recarano, chiamato anche Carano o Garano. Eroe di origine greca, dotato di una forza smisurata, Recarano era un gigantesco mandriano che passò con la sua mandria di buoi presso l’Aventino al tempo in cui regnava Evandro. Il ladrone Caco gli sottrasse due tori e quattro manzi e per questo Recarano lo uccise.

In un’altra versione del mito Caco è detto essere uno schiavo di Evandro: quando il re venne a sapere del furto che aveva commesso, lo costrinse a restituire gli animali a Recarano, il quale decise, in segno di riconoscenza nei confronti del re, di fondare un altare a Giove ai piedi dell’Aventino (identificabile con l’Ara Maxima) e di sacrificare al dio il decimo dei suoi splendidi animali. Da questo sacrificio sarebbe nata la pratica della decima, cioè il tributo di vittime che veniva offerto, su quest’altare, a Ercole Vincitore.

Proprio nei pressi dell’Ara Maxima fu edificato anche il Forum Boarium o Forum Bovarium, il mercato del bestiame, delle greggi e delle mandrie, poiché proprio in quel punto Ercole si sarebbe fermato a ristorare i buoi dopo averli liberati dalla grotta di Caco. In tutta l’area erano presenti edicole votive e immagini di Ercole Vincitore, cui furono dedicati anche numerosi templi, tra cui il Tempio rotondo, eretto nel 120 a. C., uno dei primi esempi di edifici romani interamente realizzati in marmo.

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