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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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L’invetriata

in TESTI / DINO CAMPANA / TRA OTTOCENTO E NOVECENTO / LETTERATURA ITALIANA

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In questa lirica Campana rappresenta le sofferenze che hanno segnato la sua vita attraverso una serie di immagini molto forti, tra cui spicca la trasformazione della luce di un tramonto estivo in una piaga rossa languente.

1La sera fumosa1 d’estate
dall’alta invetriata2 mesce3 chiarori nell’ombra
e mi lascia nel cuore un suggello4 ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
5a la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – C’è
nella stanza un odor di putredine5: c’è
nella stanza una piaga rossa languente6.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
e tremola la sera fatua7: è fatua la sera e tremola ma c’è,
10nel cuore della sera c’è,
sempre una piaga rossa languente.

Da D. Campana, Canti orfici e altri scritti, Firenze, Vallecchi, 1952

1La sera fumosa1 d’estate
dall’alta invetriata2 mesce3 chiarori nell’ombra
e mi lascia nel cuore un suggello4 ardente.
Ma chi ha (sul terrazzo sul fiume si accende una lampada) chi ha
5a la Madonnina del Ponte chi è chi è che ha acceso la lampada? – C’è
nella stanza un odor di putredine5: c’è
nella stanza una piaga rossa languente6.
Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
e tremola la sera fatua7: è fatua la sera e tremola ma c’è,
10nel cuore della sera c’è,
sempre una piaga rossa languente.

Da D. Campana, Canti orfici e altri scritti, Firenze, Vallecchi, 1952

Quest’unica strofa di versi liberi di varia lunghezza, composta da Campana nel 1914, fa parte della sezione dei Canti orfici intitolata Notturni, che comprende sette componimenti. Essa presenta delle immagini forti e intense che riescono a comunicare il disagio esistenziale che caratterizzò la vita di questo sfortunato poeta, segnato dalla malattia mentale e dall’infelice amore per la poetessa Sibilla Aleramo.

Il primo aspetto che colpisce il lettore è l’accavallarsi delle sensazioni e delle impressioni descritte dal poeta, che coinvolgono la vista, l’olfatto e il tatto, e che hanno un unico filo conduttore svelato dal titolo, che permette di capire che egli sta osservando il tramonto da una finestra (invetriata) della sua abitazione, a Marradi, in Toscana (poco cambia che, per altri, si tratti della vetrata di un’osteria): una sera estiva, i riflessi di una vetrata, una lampada accesa davanti a un’immagine sacra della Madonna (che si trovava in una cappella posta all’inizio del ponte sul fiume Lamone, nei pressi della casa di Campana) sono trasformati, nella visione allucinata del poeta, in immagini ambigue, cariche di tensione e di drammaticità.

Il rosso caldo e acceso della luce del tramonto diventa, infatti, il sangue di una ferita che il poeta avverte dentro di sé: essa simboleggia tutte le sofferenze che la vita gli ha inflitto e tutti i colpi che hanno lasciato, nel suo animo, un profondo suggello, come una sorta di marchio di fuoco. All’improvviso, però, brilla una luce: il poeta non sa chi l’abbia accesa e questo provoca in lui una serie di interrogativi, che rendono palesi la sua agitazione e la sua paura di fidarsi di questa luce, che rappresenta la speranza, che è in grado di dare all’uomo un attimo di serenità, ma che si rivela spesso ingannevole e illusoria. Presto, infatti, torna a prevalere l’oscurità della sera, che sta lasciando il posto alla notte: quest’ultima, dopo un breve (fatuo e tremulo) momento positivo – rappresentato dalla visione delle stelle che brillano nella morbidezza del cielo, una madreperla e un velluto che sembrano promettere un sereno riposo notturno – porta inesorabilmente con sé il suo odore di morte (la putredine), che già invade la stanza in cui si trova il poeta, solo con il suo dolore.

Per esaltare questi contenuti Campana ha utilizzato numerosi espedienti retorici.

Alla base di tutto il componimento c’è una figura retorica di significato, la metafora: essa, infatti, pone in relazione le sofferenze che caratterizzano la vita dell’uomo (e di Campana in particolare) con il rosso del tramonto, che richiama il sangue di una ferita; partendo da questa stessa immagine la vita dell’uomo è messa in rapporto con la sera e la notte: come la sera – personificata – soffre (tremola) e si ammanta di bellezza (si veste di velluto) quando sta per dissolversi nella notte, così la vita dell’uomo soffre e sembra più bella quando si avvicina la morte. Ma la metafora più forte e significativa della lirica è senza dubbio l’invetriata (la lastra di vetro) che dà il titolo al componimento: essa, che separa il poeta dal mondo esterno, rappresenta la barriera che egli avverte tra sé e ciò che lo circonda, una barriera sottile, certo, ma sufficiente per allontanarlo dagli altri e per deformare ogni avvenimento, ogni circostanza, ogni sensazione della sua vita, che, dopo averla attraversata, si imprimono nel suo cuore come una ferita, che non si rimargina mai (come sottolinea l’aggettivo languente) e che lo fa sentire escluso, prigioniero di se stesso e del proprio dolore.

L’esaltazione della sera, bella per gli altri ma foriera di dolore per il poeta, che vi vede l’arrivo della sofferenza della notte, viene invece effettuata con una figura retorica di suono, l’allitterazione. Con l’insistenza sui suoni aperti a e e nei versi iniziali (per esempio in la sera fumosa d’estate) Campana ha cercato di rendere evidente la luminosa dolcezza di un tramonto estivo: l’aggettivo fumosa, infatti, è stato scelto più per le sue vocali che per il suo significato; nei versi 4 e 5 l’allitterazione della cresa dura dalla h – ha invece il compito di riportare il poeta alla triste realtà, perché l’accensione della luce, che – come abbiamo visto – rappresenta la speranza, porta incertezza e paura, più che consolazione, dal momento che non si sa da chi provenga questo gesto e se esso sia dunque meritevole di fiducia. Nel testo sono inoltre presenti anche rime e assonanze, senza schema, che legano tra loro, come di consueto, i vocaboli più significativi: oltre alla rima ardente:languente, che pone in stretta relazione le due parole – chiave della lirica, il suggello e la piaga, merita di essere sottolineata la rima di c’è, che rima con sé stesso per ben quattro volte, per evidenziare il confuso e incalzante succedersi di percezioni e sensazioni nell’animo del poeta.

Ma sono senza dubbio le figure retoriche di sintassi a sottolineare le espressioni e i punti più importanti del testo, perché sovvertono l’andamento regolare della scrittura per lasciare spazio a impressioni e pensieri improvvisi: l’anacoluto che cambia l’impostazione della domanda dei versi 4 e 5 (che passa da chi ha a chi è, come accade in un concitato discorso che rende l’idea dello stato di tensione emotiva in cui si trova il poeta) serve, insieme alla ripetizione dei monosillabi, a richiamare l’attenzione del lettore sull’improvviso ed effimero accendersi di un barlume di speranza; il chiasmo e tremula la sera fatua: è fatua la sera e tremula rimarca la sofferenza quasi umana della sera, che trema di fronte alla sua evanescenza, come l’uomo trema di fronte alla scoperta della precarietà della propria esistenza; l’anafora – ai versi 6 e 7 – di nella stanza vuole dare l’idea di un clima che diventa sempre più opprimente e di uno spazio che sembra restringersi; l’anastrofe che anticipa l’espressione nel cuore della sera e posticipa il soggetto piaga rossa languente mette in evidenza – grazie alla collocazione innaturale – entrambe le espressioni: la prima esplicita il paragone tra la sera e la vita, tutte e due caratterizzate da un cuore che soffre, e la seconda chiude il componimento con la forte immagine della piaga, che lo connota in un modo intenso e altamente drammatico.

Da sottolineare, infine, l’importante ruolo degli enjambement: particolarmente importanti quelli che, ponendo spesso il predicato c’è lontano dal suo soggetto, collocano quest’ultimo in una posizione di rilievo, che lo enfatizza e ne accentua il valore fortemente negativo.

Note

1. Fumosa: piena di foschia dovuta all’afa e al calore estivo.

2. Alta invetriata: alta vetrata.
3. Mesce: versa.
4. Suggello: impronta, segno.
5. Putredine: marcio.
6.Languente: che dà dolore, aperta.
7. Fatua: evanescente.

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