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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Piramo e Tisbe

in IL MITO / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA LATINA

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La triste storia d’amore di Piramo e Tisbe, che ha ispirato – attraverso narrazioni medioevali – quella di Giulietta e Romeo, resa immortale da William Shakespeare, ci è stata tramandata in due versioni.

In quella meno nota, raccontata, tra gli altri, da due autori vissuti nel V secolo d. C., Nonno di Panopoli, un poeta egiziano, e Nicolao sofista, uno scrittore, il giovane Piramo si innamorò – ricambiato – di Tisbe. Quando Tisbe scoprì di essere rimasta incinta, si uccise per timore della reazione dei genitori: Piramo, venuto a conoscenza della tragedia, si uccise a sua volta. Gli dei, avendo pietà di loro e del loro amore infelice, li trasformarono in corsi d’acqua: Piramo diventò l’omonimo fiume della Cilicia (l’attuale Turchia sud – orientale), Tisbe una sorgente che versa la sua acqua in quella del fiume.

Nella seconda versione, invece, quella narrata da Ovidio nel quarto libro delle sue Metamorfosi, due giovani babilonesi di nobile famiglia, Piramo, il più bello dei giovani, e Tisbe, la più ammirata tra le fanciulle, abitavano in due case confinanti nella città di Babilonia, dove la regina Semiramide (vissuta nel IX secolo a. C.) aveva fatto costruire dei palazzi con mattoni cotti al sole.

I due giovani, dopo essersi incrociati più volte, si conobbero e si innamorarono di un amore puro e sincero, che non potevano però vivere liberamente a causa dell’opposizione delle loro famiglie, divise da antichi odi e rancori: per questo i due si parlavano attraverso una fessura del muro che separava le loro case.

Un giorno i due giovani decisero di incontrarsi di nascosto: così si diedero appuntamento, per la notte, fuori dalle mura della città, presso la tomba di Nino, marito di Semiramide e mitico fondatore dell’impero babilonese, proprio dove, vicino a una fonte, cresceva un rigoglioso gelso bianco.

Tisbe, giunta per prima, si sedette presso la fonte, ma fu spaventata da un improvviso fruscio proveniente dai cespugli: con terrore vide che si trattava di una leonessa che veniva a bere alla sorgente. Spaventata fuggì via, per nascondersi in una grotta che c’era lì vicino; mentre correva le cadde però il velo con cui aveva nascosto il suo bel viso, per non essere riconosciuta. La belva lo prese, lo lacerò e lo sporcò con il sangue di un vitello che aveva appena sbranato e che ancora le insozzava il muso.

Quando Piramo sopraggiunse e vide sulla sabbia il velo insanguinato, che aveva accanto le chiare orme di un leone, credette che Tisbe fosse stata sbranata da una belva. Disperato, baciò il velo, estrasse il pugnale che portava sul fianco e si trafisse il ventre.

Tisbe, dopo un po’ di tempo, decise di tornare sul luogo dell’appuntamento, per incontrare l’amato: quando vide Piramo a terra in fin di vita, dopo averne baciato il volto prese la decisione di restare per sempre con lui: così tolse il pugnale dal corpo del giovane e si uccise a sua volta, invocandone, piangendo, il nome.

 

Te morto io seguirò: mi ricorderanno come infelicissima causa e compagna della tua morte; e tu, che solo dalla morte, ahimè! potevi essermi strappato, ora non potrai essermi strappato neppure dalla morte. Tuttavia, con le parole di entrambi, di questo siate pregati, tu, padre mio, e tu, padre di lui, genitori infelicissimi: non opponetevi che in un solo sepolcro siano riposti coloro che da un amore indubitabile e dall’ora estrema furono congiunti. E tu, albero, che adesso con le tue fronde ricopri il corpo straziato di uno solo, e che fra poco ricoprirai quelli di entrambi, conserva i segni della fine crudele: mantieni sempre i tuoi frutti di colore cupo e confacenti a pensieri di morte, quale memoria del sangue di entrambi.

Da Ovidio, Le metamorfosi, Bompiani, Milano

 

Le gocce di sangue che uscirono dal corpo dei due sventurati amanti tinsero i bianchi frutti del gelso che era stato testimone della tragedia: da allora essi mutarono il loro colore da bianco in un rosso cupo, che ancora oggi ricorda la triste fine di Piramo e Tisbe, così come richiesto dalla fanciulla.

I genitori, straziati dal dolore da loro causato, decisero di porre fine al loro odio reciproco: i due giovani furono cremati, secondo l’usanza del tempo, e le loro ceneri furono poste in un’unica urna.

Entrambe le versioni di questo mito possono essere considerate eziologiche o d’origine, perché raccontano l’αἰτία, cioè la causa o l’origine di qualcosa (che nei miti può essere un fenomeno naturale, un’usanza, una città, una festa, una caratteristica fisica di animali o piante, il nome di un luogo…): nella versione meno nota, infatti, il mito spiega non solo perché il fiume della Cilicia e la sua sorgente si chiamino così, ma anche perché le loro acque si uniscano; nella versione di Ovidio scopriamo invece la ragione del colore rosso cupo che caratterizza il frutto del gelso.

Questo mito ebbe particolare fortuna nel Medioevo perché riletto in chiave allegorica: secondo questa lettura Tisbe è l’anima umana, Piramo è Cristo, la parete che li separa è il peccato originale, che impedisce all’anima di abbracciare il suo Salvatore. Il significato del racconto è dunque chiaro: il leone rappresenta il peccato, che arriva all’improvviso (quando calano le tenebre che allontanano dalla luce di Dio) e che è pronto a ghermire l’anima dell’uomo, rappresentata dal velo bianco: ma l’anima (Tisbe) che torna a Cristo (Piramo) mortificandosi con il pentimento è salvata dal sacrificio di quest’ultimo e si ricongiunge finalmente a Lui nella vita dello spirito.

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