Fr. 105b Voigt
in TESTI / SAFFO / POETI MELICI MONODICI E CORALI / LETTERATURA GRECA
Disponibile anche in formato AUDIO
La poetessa Saffo, in questo breve frammento, propone una similitudine, il cui termine di riferimento è costituito da un fiore, un giacinto, che giace a terra calpestato dai pastori…
Οἴαν τὰν ὐάκινθον ἐν ὤρεσι ποίμενες ἄνδρες
πόσσι καταστείβοισι, χάμαι δέ τε πόρφυρον ἄνθος…
Come sui monti alcuni pastori il giacinto
calpestano coi piedi, e a terra il fiore purpureo…
(traduzione di A. Micheloni)
Questo frammento ci è stato tramandato da Demetrio Falereo, un oratore, politico e filosofo vissuto in età ellenistica. Egli lo cita in una sua operetta intitolata Sullo stile, ma senza il nome dell’autore: non tutti gli studiosi sono concordi nell’attribuirlo a Saffo, anche se oggi l’analisi filologica, il contenuto e il metro sembrano confermare questa ipotesi.
Il protagonista di questa breve e incompleta similitudine, che forse faceva parte di un epitalamio (un canto nuziale), è o una varietà di giaggiolo oppure il giacinto selvatico, che cresce nei luoghi montuosi del Mediterraneo e che era considerato sacro ad Afrodite, la dea dell’amore. Questo fiore a forma di campanula, dallo sgargiante color violetto o azzurro, venato di rosso, è stato cantato in poesia anche da Virgilio nell’Egloga III (in cui, al verso 63, si legge suave rubens hyacinthus, il giacinto dolcemente rosseggiante, un chiaro rimando al mito del giovane Giacinto – che fu amato da Apollo – poiché questo fiore nacque proprio dal suo sangue).
Sui monti i pastori hanno dunque calpestato un giacinto: ora il fiore giace a terra, dimenticato e offeso nella sua bellezza. Non sappiamo a che cosa la poetessa intendesse riferire questo termine di paragone: alcuni pensano che la figura dei pastori e il loro disprezzo per la bellezza del fiore possano alludere al fatto che gli uomini rozzi non sempre si accorgono della bellezza femminile (e in questo caso il gesto di calpestare il fiore risulterebbe del tutto involontario); altri pensano che il fiore alluda – complice il suo colore violaceo/rossastro – alla verginità violata (e in questo caso il gesto risulterebbe, al contrario, del tutto volontario); altri ancora, come Hermann Fränkel, un celebre filologo e studioso tedesco, ipotizzano che esso voglia sottolineare la purezza della futura sposa in contrasto con la leggerezza di un’altra donna, che si è già concessa a un uomo, per ammonire le giovani fanciulle educate nel tiaso di Saffo a non commettere lo stesso errore.
L’immagine del fiore reciso (che compare per la prima volta in Omero, nell’VIII libro dell’Iliade) ha avuto un grande successo nelle letterature antiche e moderne, in cui è diventata un topos, cioè un motivo ricorrente. Tra le riprese più famose e meglio riuscite possiamo ricordare – oltre a questa di Saffo – quella di Virgilio, che ha utilizzato il fiore reciso per mettere in risalto due giovani eroi dell’Eneide, Eurialo, che nel IX libro cade come un fiore reciso dall’aratro, e Pallante, che nell’XI è spezzato come un tenero giacinto dal pollice di una vergine; la stessa immagine è usata anche da Catullo, nel Carme 11, per descrivere il modo in cui il suo amore per Lesbia è stato tranciato come un fiore al passaggio dell’aratro, e nel Carme 62, per paragonare una vergine a un fiore che cresce splendido in un giardino, ma che, una volta colto, perde il suo fascino; al fiore reciso fanno riferimento la succisa rosa citata nelle Rime di Dante Alighieri e il bel fior succiso descritto da Torquato Tasso nel IX canto della Gerusalemme liberata. Questa immagine si trova anche nella letteratura straniera, per esempio nella lirica che il poeta scozzese Robert Burns ha dedicato A una margherita di montagna, recisa dal suo aratro, e in prosa, dove è impossibile non ricordare, nel capitolo 34 dei Promessi Sposi, la struggente riflessione che Alessandro Manzoni dedica alla morte, che porta con sé la piccola Cecilia e la sua mamma (come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato…).
Analisi del testo
METRO: esametri dattilici
Οἴαν: corrisponde all’attico οἵαν per il fenomeno della psilosi – tipico del dialetto di Saffo – per cui in eolico manca lo spirito aspro, sostituito da quello dolce; ha la funzione di introdurre la similitudine con l’elemento vegetale.
τάν: corrisponde all’attico τήν, perché in eolico α lunga resta tale anche quando in attico diventa η. L’articolo, in questo caso, come accade spesso nella poesia di Saffo, ha valore determinativo, perché vuole indicare non un fiore qualsiasi, ma un fiore ben preciso, sicuramente il più bello del prato.
ὐάκινθον: il nome giacinto, con accento ritratto rispetto al corrispondente attico, come accade sempre in eolico, è maschile in Omero, femminile da Saffo in poi (come vediamo nei versi di Teocrito e di Meleagro). Il suffisso -νθος mostra chiaramente l’origine preellenica e mediterranea di questo nome.
ἐν ὤρεσι: corrisponde all’attico ὄρεσι ed è modellato sull’epico ἐν οὒρεσι (Iliade, IV, 455).
ποίμενες: corrisponde all’attico ποιμένες, per la ritrazione dell’accento tipica dell’eolico; il sostantivo che lo accompagna, ἄνδρες, rispecchia un uso epico, ma, risultando pleonastico, deve essere omesso nella traduzione.
πόσσι καταστείβοισι: corrisponde all’attico ποσὶ (perché in eolico il σ interno di parola è spesso geminato) καταστείβουσι (per la presenza della tipica desinenza eolica in – οισι della terza persona plurale dell’indicativo presente).
χάμαι: forma di locativo che corrisponde al latino humi e all’attico χαμαί, per il fenomeno della baritonesi delle ossitone, in ottemperanza del quale l’eolico non presenta mai parole ossitone, perché l’accento tende a risalire il più indietro possibile, naturalmente in base alla quantità dell’ultima sillaba e senza mai violare la legge del trisillabismo.
πόρφυρον ἄνθος: l’aggettivo πόρφυρον corrisponde all’attico πορφύρεον, con la ritrazione dell’accento tipica dell’eolico; il suo significato letterale è di porpora, cioè dal color violaceo – rossastro. Secondo l’interpretazione più diffusa, il fiore purpureo deve essere inteso come una metafora della verginità, cui alluderebbe il rosso (del sangue).
… : il verso, secondo alcuni, è completo, perché ellittico del verbo essere (il fiore purpureo è a terra); per altri invece esso continuava nel verso successivo, con un verbo come cadde, è caduto (alcuni propongono, sulla base della metrica, un κάκκηται), che completava il locativo a terra.
La Sofisteria
POETI ELIGIACI E GIAMBICI in LETTERATURA GRECA

GRAMMATICA ITALIANA

SCUOLA DI SCRITTURA

GRAMMATICA LATINA

GRAMMATICA GRECA

LETTERATURA ITALIANA

LECTURA DANTIS

LETTERATURA LATINA


