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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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CIL IV 1173

In LA FORMAZIONE DELL’ITALIANO: FONETICA / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA

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Il Corpus Inscriptionum latinarum (CIL), pubblicato dall’Accademia di Berlino, raccoglie e conserva in diciassette volumi circa 180.000 iscrizioni in latino provenienti da tutti i territori che furono soggetti all’Impero romano fino alla sua caduta. Esse – incise, graffite o scritte con il carbone – sono molto variegate: vi si trovano, infatti, epitafi, invocazioni agli dei, frasi di propaganda elettorale, dediche d’amore, battute oscene, doppi sensi, insulti… che furono tracciati su pietre, vasi, mosaici, muri interni o esterni di edifici pubblici e privati, pietre miliari…

Nel quarto libro della raccolta si trova un’iscrizione, la numero 1173, che è stata rinvenuta su un muro della città di Pompei.

 

Quisquis | ama, valia, | peria qui n|osci amare.

bis [t]anti pe|ria quisqu|is amare | vota.

 

Lo stesso distico elegiaco si trova scritto, in una forma più corretta, in CIL IV 4091, ritrovato sempre a Pompei, inciso sul muro di una larga stanza di una casa privata:

 

(quis)quis amat, valeat, pereat qui nescit amare.

Bis tanto pereat quisquis amare vetat.

 

La traduzione di entrambi i distici è la medesima:

 

Chiunque ama, stia bene, muoia chi non sa amare.

Muoia due volte tanto chiunque impedisca di amare.

 

Il confronto tra le due versioni mette in evidenza due stesure differenti, determinate dal fatto che i lapicidi scrivevano esattamente quello che sentivano: il primo dei due attesta, dunque, un latino più corrotto o popolare. La presenza di alcuni dei fenomeni su cui ci siamo soffermati nella lezione dedicata ai cambiamenti fonetici dimostra pertanto che nella seconda metà del I secolo d. C. (datazione certa, perché Pompei fu distrutta nel 79 da un’eruzione del Vesuvio) si utilizzava un latino già diverso da quello classico.

Il primo fenomeno attestato dall’iscrizione, decisamente tra i più importanti, è visibile nei sei verbi finiti: si tratta dell’indebolimento delle consonanti finali (in questo caso della t) e della loro successiva caduta, perdita che, come sappiamo, mise pesantemente in crisi soprattutto il sistema flessivo del latino, perché minò alle radici la declinazione.

È interessante anche la presenza del verbo nosci, in cui, oltre alla caduta della t finale, si è verificata la fusione tra l’avverbio di negazione e il verbo scio. Il latino classico, infatti, usa, per indicare lo stesso concetto (non sapere), il verbo nescio: il parlante comune trovò evidentemente più pregnante non scio, che diede poi vita al verbo noscio, non presente nel latino classico.

Nell’espressione bis tanti è invece possibile riconoscere un ipercorrettismo per l’equivalente espressione del latino classico bis tanto, che esprime un complemento di prezzo e che è attestata nella versione più curata dell’iscrizione.

Da notare, infine, la variazione vocalica che oppone il verbo votare a vetare, con confusione tra o ed e toniche, già attestata nel latino arcaico; in valia (al posto di valea) e peria (al posto di perea) la vocale e in iato ha lasciato il posto a una i destinata a cambiare ulteriormente (essa, porterà, con successivi passaggi, ai nostri valga e muoia).

Molti di questi fenomeni sono attestati anche da chi nella città di Arles, nella Gallia, scolpì sul coperchio di una tomba in pietra questo triste epitafio (CIL XII 874), per ricordare la breve vicenda terrena di Secundilla:

 

Iacet sub hoc signino dulcissima Secundilla,

que rapta parentibus reliquit dolorem,

ut tan dulcis erat tanquam aromata,

desiderando semper mellea vita.

Que vixit annis III men(sibus)VI die(bus) XVI

 

Giace sotto questo pavimento a mosaico la dolcissima Secundilla,

che, ghermita (dalla morte) lasciò dolore ai genitori,

era tanto dolce [tanto] come gli aromi

sentendo la mancanza della vita dolce come il miele.

Lei visse 3 anni, 6 mesi e 16 giorni.

 

Anche in questa iscrizione, databile al II – III secolo d. C., risultano infatti evidenti alcuni dei fenomeni che stavano verificandosi in Italia: nel complemento oggetto mellea vita è possibile riconoscere il consueto fenomeno dell’indebolimento della consonante finale (in questo caso la m) e della sua successiva caduta; in que ha agito la monottongazione del dittongo ae, che si è ridotto a e.

Nel testo è possibile riconoscere anche un pleonasmo, poiché in tan e tanquam uno dei due elementi è decisamente di troppo: più interessante e significativa per testimoniare i cambiamenti in corso risulta però l’incertezza che essi presentano nella grafia di n e m, che induce il lapicida a usare due forme scorrette (corrispondenti al latino classico tam e tamquam).

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