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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Giacinto (e le Giacintidi)

in IL MITO / LETTERATURA GRECA

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Secondo alcuni mitografi, tra cui Apollodoro, Giacinto era figlio di Amicla, il secondo re di Sparta, e di Diomeda, la sua sposa; un’altra tradizione isolata, riferita da Atenodoro, lo vuole invece figlio di Piero, principe di Magnesia, e di Clio, musa della poesia epica e della storia: in questa versione del mito, la sua nascita sarebbe frutto di un castigo divino. Un giorno infatti Clio ebbe l’insolenza di criticare la dea Afrodite per il suo amore per Adone, il bellissimo mortale nato dall’amore incestuoso di Mirra e Cinira: la dea, per punirla del suo peccato di hybris (tracotanza), le ispirò una violenta passione per il mortale Piero, che era figlio di una naiade (una ninfa delle acque), da cui Clio generò Giacinto.

Giacinto era un ragazzo bellissimo e dedito all’attività fisica, che ne aveva scolpito il corpo: lo pseudo Apollodoro ci racconta che Tamiri, un mitico cantore greco che eccelleva nell’arte della lira, se ne innamorò appena lo vide. Egli fu il primo uomo ad amare un altro individuo del suo stesso sesso: nacque così la pederastia, il rapporto tra un uomo adulto e un adolescente che in Grecia ebbe una forte valenza iniziatica ed educativa.

Anche il dio Apollo rimase colpito dal fascino e dalla bellezza di questo giovane e se ne innamorò perdutamente: proprio per questo entrò in contesa con Tamiri, di cui si sbarazzò con la complicità delle Muse, che, da lui informate sul fatto che Tamiri si vantava di essere più bravo di loro, lo privarono della vista, della voce e della memoria.

Il poeta latino Ovidio, nel decimo libro delle Metamorfosi, ci racconta che Apollo, dimentico di tutto, trascorreva le giornate con Giacinto, insegnandogli a suonare la cetra e l’arte della divinazione; lo accompagnava anche a caccia, portando – lui, un dio! – le reti e i cani al guinzaglio.

Un giorno, mentre i due amici si sfidavano in un bosco nel lancio del disco (o, per altri, del giavellotto e di una freccia), poiché Giacinto voleva partecipare alle Olimpiadi, un colpo di vento deviò il disco lanciato con grande forza da Apollo, facendolo rimbalzare sul terreno: esso colpì Giacinto sulla tempia, uccidendolo. Secondo Pausania e Luciano di Samosata, il disco sarebbe stato intenzionalmente deviato dall’intervento di Zefiro, il vento dell’Ovest, o da Borea, il vento del Nord – anch’essi innamorati del giovane – per vendicarsi della preferenza che Giacinto dimostrava nei confronti di Apollo.

Quest’ultimo, disperato per la perdita dell’amato e perché, nonostante la sua conoscenza della medicina, non era stato in grado di salvarlo con ungenti e ambrosia, fece nascere dal sangue sgorgato dalla ferita del giovane un fiore, il giacinto, che fiorisce, dice Ovidio, ogni volta che la primavera allontana l’inverno e l’Ariete succede alla pioggia dei Pesci; i suoi petali, dal color rosso sangue, hanno dei segni che per alcuni ricordano la lettera iniziale del nome greco dello sfortunato giovane (la Y), per altri il lamento del dio (ai, ai). Da allora il giacinto, fiore a bulbo, rende eterna la bellezza del giovane spartano, che si avviava verso una vita promettente che non sbocciò mai…

In onore di Giacinto si celebravano delle feste – chiamate Giacinzie – nella città di Amicle (in Laconia, a sud ovest di Sparta). Esse prevedevano sontuose processioni, con cui si celebravano la morte e la rinascita della natura; duravano tre giorni (il primo era dedicato a Giacinto, gli altri due ad Apollo, ma Erodoto ci dice che anticamente la festa durava dieci giorni), durante i quali era sospesa ogni attività militare; si tenevano una volta all’anno, nel mese di ecatombeone (il primo mese dell’anno attico, tra luglio e agosto), nel luogo in cui – come afferma Pausania – era stato sepolto Giacinto, un tempio dedicato ad Apollo, che proprio per questo era venerato con l’epiteto di Iacinzio.

Secondo lo pseudo Apollodoro ci fu un altro Giacinto, sempre originario di Sparta, che, dopo essersi stabilito nella città di Atene, ebbe quattro figlie – Anteide, Egleide, Litea e Ortea – dette Giacintidi. Durante la guerra combattuta dal re di Creta, Minosse, contro l’Attica, le Giacintidi furono offerte in sacrificio per la salvezza della patria, nella speranza – rivelatasi poi vana – di liberare Atene dalla peste e dalla carestia che vi imperversavano.

Secondo un’altra tradizione, riferita dal lessico Suda (o Suida), le Giacintidi erano invece le figlie di Eretteo (o Eritteo), il sesto re di Atene, che si sacrificarono volontariamente per salvare la città dall’attacco degli Eleusini. Il mito racconta, infatti, che durante la guerra contro gli Eleusini, che avevano come alleato il trace Eumolpo, figlio di Poseidone, Eretteo venne a sapere dall’oracolo di Delfi che per vincere avrebbe dovuto immolare una delle sue figlie. Il padre scelse Ctonia: nel momento del sacrificio, però, anche le sue sorelle si uccisero, perché si erano promesse, in segreto, di morire tutte insieme, indipendentemente dalla scelta fatta dal padre. Il sacrificio portò il risultato sperato: Eretteo vinse la guerra e uccise Eumolpo, forse mentre fuggiva. Poseidone, per punirlo, aprì la terra sotto ai suoi piedi con un colpo di tridente (o, secondo altri, lo fece uccidere da Zeus con un fulmine): nel luogo in cui il re cadde, sull’Acropoli di Atene, sorge, in suo ricordo, il tempio chiamato Eretteo. Poiché il sacrificio delle sue figlie si era svolto su una collina chiamata Giacinto, le ragazze furono invece chiamate Giacintidi.

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