Le parole della cucina
in PAROLE, PAROLE, PAROLE / LESSICO / GRAMMATICA ITALIANA
Disponibile anche in formato AUDIO
È possibile trovare dei vocaboli tecnici della cucina già in alcune opere del Trecento (per esempio nel Decamerone di Giovanni Boccaccio si parla di maccheroni, ravioli, lasagna, vernaccia… e persino di parmigiano grattugiato) e, soprattutto, nella trattatistica del Cinquecento (in cui merita una menzione il ricettario scritto da Bartolomeo Scappi, il cuoco personale di papa Pio V, che costituisce una sorta di enciclopedia del sapere gastronomico del tempo).
Il vero e proprio linguaggio della cucina (il cosiddetto lessico gastronomico – dal greco gastér, stomaco – o culinario – dal latino culina, cucina) è nato, però, grazie a Pellegrino Artusi (1820 – 1911), a cui si deve anche la suddivisione del tipico pasto italiano in antipasto, primo e secondo piatto (una struttura che si oppone a quella europea, che prevede un piccolo piatto d’entrata e un piatto principale).
Appassionato di cucina, Artusi viaggiò per tutta l’Italia, mosso dal desiderio di conoscere tradizioni locali e piatti tipici: lo accompagnava la sua fedele cuoca, Marietta Sabatini, che li sperimentava per lui, correggendoli e migliorandoli. Le ricette tradizionali apprese durante questi viaggi furono raccolte in un volume intitolato La Scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Manuale pratico per le famiglie, pubblicato nel 1891 a spese dell’autore, perché gli editori a cui fu proposto non lo ritennero interessante e ne profetizzarono l’insuccesso.
Il manuale invece – stampato in mille copie e venduto per corrispondenza – ebbe uno straordinario successo, tanto che Artusi riceveva ogni giorno moltissime lettere con nuove ricette e suggerimenti da massaie che gli scrivevano da ogni parte d’Italia: nella quindicesima – e ultima – edizione del volume, uscita postuma nel 1911, le originarie 475 ricette diventarono ben 790, ripartite tra antipasti, minestre, brodi, dolci e persino liquori.
Artusi, durante la stesura del volume, si accorse che il lessico culinario utilizzato in Italia era troppo ricco di vocaboli francesi: per questo provò a crearne uno nuovo, su base fortemente toscana. Questo linguaggio ha costituito il nucleo originario della lingua che si usa oggi in cucina – indipendentemente dal livello di professionalità con cui si svolge quest’attività – che è caratterizzata da una grande varietà di termini e che si è formata soprattutto in due momenti della nostra storia, il periodo post – unitario e il secondo dopoguerra, grazie alla più facile circolazione dei prodotti, alla diffusione delle industrie alimentari e al costituirsi di un mercato, prima nazionale e poi internazionale.
La parte più consistente di questa lingua è ovviamente composta da nomi di pietanze e di cibi. Origine e formazione di questi vocaboli sono decisamente vari: possiamo infatti trovare
VOCABOLI CREATI CON SUFFISSI, tra cui sono particolarmente usati – ata (che ha dato origine a nomi di cibi come sfogliata, grigliata, impepata, meringata, fagiolata…) e – ura (che definisce in particolare le tecniche di conservazione e di cottura, come salatura, affumicatura, frittura, mantecatura…)
VOCABOLI CHE UTILIZZANO SUFFISSI TIPICI DEL DIMINUTIVO O DEL VEZZEGGIATIVO, per esempio per definire formati piccoli (tortellini, anellini, pennette…) o graziosi (frittelle, cappelletti, orecchiette…)
VOCABOLI COMPOSTI CON BASE VERBALE, come i saltimbocca, gli strangolapreti (noti anche nella variante strozzapreti) e i maltagliati
VOCABOLI CREATI NELLE CITTÀ D’ORIGINE DEI CIBI: Siena è la patria del panforte (un pan mielato che, fermentando con il caldo estivo, prendeva un sapore forte), Napoli della pizza (anche se l’origine del nome è incerta, poiché alcuni la riconducono al vocabolo greco-bizantino pita, che significa “infornata”, altri al germanico bizzo, che definisce un pezzo di pane), della mozzarella, del babà e della pastiera, Livorno del caciucco (che lo creò in onore delle genti che abitavano la città, che provenivano da luoghi diversi, come i pesci che sono utilizzati per la sua preparazione)…
VOCABOLI CHE RIMANDANO ALLA ZONA DI PRODUZIONE: sono identificati in questo modo soprattutto i vini, per esempio il Frascati e il Chianti
VOCABOLI IMPORTATI – CON I CIBI – DALLE CUCINE REGIONALI: dalla Liguria arrivano le trenette e il pesto, dal Piemonte provengono la fontina, la fonduta, il gianduia, il gianduiotto, il grissino, gli agnolotti e la bagna cauda, dall’Emilia Romagna i cappelletti e i tortellini, la lasagna e il parmigiano reggiano, la piadina e lo zampone, dalla Lombardia il risotto, il gorgonzola, il mascarpone, la robiola, lo stracchino, il panettone, il minestrone, l’osso buco e il brasato, dalla Toscana la ribollita e i pici, dal Lazio le fettuccine, i rigatoni, il cacio, la porchetta e l’abbacchio, dalla Sicilia la caponata, il cannolo e la cassata, dalla Puglia la burrata, i taralli e le orecchiette, dal Veneto il tiramisù e il pandoro, dall’Abruzzo la bruschetta e gli arrosticini, dal Trentino – Alto Adige lo speck e la polenta concia. Naturalmente derivano dalle cucine regionali anche i nomi delle relative tecniche di preparazione: sono verbi lombardi, per esempio, farcire e trifolare[1]
VOCABOLI IMPORTATI DA LINGUE STRANIERE: è il caso, per esempio, di krapfen, strudel, sacher torte, würstel (dal tedesco), di plum-cake, cornflakes, cracker, toast, roast-beef, ketchup, cookies, cocktail, topping (dall’inglese), di torrone e paella (arrivati in Italia dalla Spagna tra il Quattro e il Cinquecento), dei francesi brioche, profiterole, soufflé, champagne, omelette, crêpe, paté, cognac, vol-au-vent, crudités, quiche, vinaigrette (diffusi a partire dal Settecento), dell’ungherese gulash, dell’arabo cous cous (introdotto in Sicilia durante la dominazione islamica e divulgato dagli scambi commerciali che avvenivano nei porti di Genova e di Venezia), del turco kebap, dei giapponesi sushi, surimi e sashimi, dei messicani taco, tabasco e burrito…
VOCABOLI STRANIERI ITALIANIZZATI: è il caso, per esempio, del ragù e del caramello (dal francese ragout e caramel), della rattatuia (dal francese ratatouille, un tipico piatto provenzale a base di verdura), dei finferli (dal tedesco Pfifferling, funghi che si possono mangiare cotti o essiccati), dei canederli (dal tedesco Knödel, che a sua volta deriva da Knot, “nodo, grumo”, che indica dei grossi gnocchi di pane raffermo cotti nel brodo), dello stoccafisso (dall’olandese antico stoc, bastone e visch, pesce, quindi “pesce sul bastone” o “pesce duro e dritto come un bastone”), del carciofo (dallo spagnolo alcachofa), dell’albicocca, dello zucchero e dello zafferano (dall’arabo al-barquq, sùkkar e zafaran) e dello sciroppo (dall’arabo sharab, “bibita”, con la mediazione del latino sirupum); con la scoperta dell’America arrivarono (e furono italianizzati, spesso a partire dalla forma spagnola) la patata (dall’haitiano batata), la cioccolata (dall’azteco chocolatl) e il mais (dal caraibico mahiz)
VOCABOLI ISPIRATI A LINGUE O PAESI STRANIERI: la definizione vitello tonnato, per esempio, è la resa piemontese del francese vitel tanné, che vuol dire “conciato, trattato”; la crema catalana porta un nome che non ha nulla a che fare con l’originale crema queimada, “crema bruciata”, questa sì ben nota in Catalogna
VOCABOLI DERIVATI DAL LATINO E DAL GRECO: le ciliegie, giunte a Roma da Kerasos, una località del Mar Nero, devono il loro nome al latino cerasae; la parola margarina deriva, attraverso il francese margarine, dal greco màrgaron, “perla” (che allude al biancore lattiginoso di questo condimento), lingua da cui deriva anche il termine prezzemolo (il petroselinon identifica infatti, in greco, il cosiddetto “sedano delle pietre”)
VOCABOLI ISPIRATI AL NOME DELL’IDEATORE DELLA PIETANZA: Louis de Béchamel, gran ciambellano (responsabile delle cerimonie) alla corte di re Luigi XIV, ideò per il sovrano una salsa delicata, a base di latte e farina, che in suo onore fu chiamata salsa à la Béchamel, oggi comunemente nota come besciamella attraverso la mediazione balsamella, utilizzata da Artusi
VOCABOLI ISPIRATI AL NOME DI PERSONAGGI FAMOSI: un pizzaiolo di Napoli creò, per la regina Margherita di Savoia, la pizza margherita; il carpaccio è stato così chiamato dall’Harry’s Bar di Venezia per la sfumatura di rosso della carne solo parzialmente cotta, una tonalità particolarmente amata dal pittore Vittore Carpaccio
VOCABOLI DERIVATI DAL NOME DELLE DITTE PRODUTTRICI: a volte il prodotto è così riconoscibile da essere identificato con la ditta che lo produce: è il caso dei biscotti pavesini (prodotti dalla Pavesi), del formaggio galbanino (prodotto dalla Galbani) e del martini
VOCABOLI CHE RIMANDANO A FORME CONCRETE, come accade spesso per dei formati di pasta (vermicelli, stelline, conchiglie…), di pane (rosetta, ciabatta…) o torte (mimosa, monte bianco…) e persino al cappuccino, che ricorda i colori dell’abito degli omonimi frati
AGGETTIVI CHE SOTTINTENDONO UN NOME COMUNE: si utilizza di norma solo l’aggettivo per identificare il (pane) bresciano, il (biscotto) savoiardo, il (formaggio) certosino, le (melanzane alla) parmigiana, la (torta) millefoglie, la (mozzarella) caprese…
UNIONE DI UN NOME COMUNE A UN AGGETTIVO PER MEZZO DELLA PREPOSIZIONE ALLA, che in questo caso equivale a “a uso di”, “alla maniera di”, “al modo di”: abbiamo così gli spaghetti alla chitarra, il risotto alla milanese, la pappa al pomodoro, gli spaghetti all’amatriciana, il fegato alla veneziana, la bistecca alla fiorentina, i carciofi alla giudia
UNIONE DI UN NOME COMUNE E DI UN AGGETTIVO TOPONOMASTICO (= che indica la provenienza), come salsa tartara, cassata siciliana, pesto genovese, olive taggiasche… O DI UN TOPONIMO (= nome di luogo) PER MEZZO DELLA PREPOSIZIONE DI: prosciutto di Parma, pandoro di Verona, pan di Spagna.
Un preciso linguaggio tecnico identifica anche le operazioni e le modalità di esecuzione delle pietanze: esso nasce spesso dalla rideterminazione (cioè dalla rilettura in senso culinario) di vocaboli e di verbi di uso comune, come
A FILO: espressione con cui si indica l’aggiunta di un liquido (acqua, olio, latte…) ad altri ingredienti che deve essere effettuata creando un filo, cioè facendolo scendere molto lentamente
AL DENTE: modalità di cottura della pasta, morbida all’esterno ma ancora soda all’interno
AFFOGARE: immergere completamente un cibo solido in un liquido
FIAMMEGGIARE: dare fuoco a una pietanza, dopo averla cosparsa con un liquore
FONTANA: buco praticato al centro di un mucchietto di farina per aggiungere uova, zucchero, olio, sale, lievito…
LEGARE: operazione che serve a unire meglio (dunque ad addensare o a rendere più cremosa) una salsa o un sugo con l’aggiunta di fecola, farina o panna
MARINARE: mettere a bagno carne, pesce o verdure in un composto aromatizzato per migliorarne il sapore e renderli più teneri
ODORI: termine generico con cui si identificano foglie particolarmente profumate (per esempio di origano, alloro, prezzemolo, timo, basilico…)
SALTARE: mettere carne o verdura nell’olio caldo o nel burro per ottenere un colore dorato, muovendoli spesso perché non si brucino
Ci si può avvalere anche di vocaboli importati da altre discipline specifiche, come
ACIDULARE: aggiungere succo di limone per non far annerire ortaggi e verdure già tagliati, un verbo che deriva dall’antica pratica medica, in cui indicava l’operazione con cui si rendeva un liquido leggermente acido
BARDARE: nel linguaggio dell’equitazione indica l’operazione con cui si munisce il cavallo di una bardatura (di solito un’armatura da battaglia): di qui il valore culinario di avvolgere la carne da cuocere in fette di lardo, pancetta o prosciutto, per evitare che si secchi troppo
BIANCHIRE (O SBIANCHIRE): bollire per poco tempo e poi immergere subito in acqua ghiacciata, operazione che rende le verdure e le carni più brillanti, con un chiaro rimando all’arte della tessitura, perché un tempo, per rendere più bianche le stoffe, si usava farle bollire
DECANTARE: come in chimica si fanno sedimentare due elementi, per separarli con maggior facilità, così si lasciano decantare i vini, per fare in modo che il liquido si separi dalle impurità solide in essi eventualmente contenute.
Vi sono, infine, i vocaboli creati per indicare gli strumenti di lavoro, che solitamente rimandano all’utilizzo o al luogo di provenienza e che si avvalgono di suffissi ricorrenti (per esempio – era per pentole e padelle). Troviamo così
ASPARAGIERA: una pentola – alta, di forma cilindrica, dotata di un cestello con base perforata e maniglie – che si usa per lessare gli asparagi
PAELLERA: padella poco alta che si usa per cucinare la paella, un tipico piatto spagnolo a base di carne, pesce e verdure
SAC À POCHE: un attrezzo tipico della pasticceria francese, formato da un sacchetto di forma triangolare che termina con una bocchetta da cui si spremono le creme o la panna di cui viene riempito, spesso per ottenere effetti decorativi
SCHIUMAROLA: composta da un manico e da una retina, si usa per rimuovere la schiumetta che si crea durante la cottura di carne e pesce, per usare il brodo senza impurità
SORBETTIERA: uno strumento utilizzato per preparare sorbetti o gelati, che mescola gli ingredienti mentre si raffreddano, per mantenere il composto cremoso
VAPORIERA: è la pentola utilizzata per la cottura a vapore soprattutto di ortaggi, che, preparati in questo modo, perdono pochi sali minerali e vitamine.
Hanno contribuito (e stanno contribuendo) all’arricchimento e alla diffusione di questo linguaggio numerose trasmissioni televisive e i filmati presenti sui social, che creano vocaboli per assecondare mode (per esempio l’impiattamento e l’ impiattare, cioè “disporre accuratamente una vivanda nel piatto” oppure l’apericena) e diffuso tendenze, come quella della nouvelle cuisine (nata in Francia negli anni ’70 del Novecento, che esalta il gusto e il colore degli alimenti, riduce i tempi di cottura e usa solo ingredienti freschi con pochissimi grassi, zucchero e sale) e dello street o finger food (“cibo da mangiare per strada” o “con le dita”), che comprende stuzzichini, salatini, piccole tortine che possono essere mangiati in piedi e senza l’uso di posate.
Essi diffondono, però, anche modi di esprimersi scorretti o poco eleganti: cito, a titolo di esempio, gli inutili usi del verbo andare in unione con un altro verbo (“andiamo a versare”, “andiamo a mescolare”: versiamo e mescoliamo sono perfettamente in grado di illustrare da soli l’operazione che suggeriscono!) e dell’aggettivo nostro (“prendiamo la nostra carne”, “aggiungiamo la nostra panna”: perché dovremmo utilizzare ingredienti altrui?).
Note
1. Un interessante fenomeno che riguarda le cucine regionali è la presenza di sinonimi usati per indicare lo stesso cibo, in particolare alcuni tipi di pane o di dolci, come quelli cucinati per Carnevale, che, pur essendo sostanzialmente simili, si chiamano, a seconda del luogo in cui sono prodotti, lattughe, bugie, crostoli, cenci, donzelle, chiacchiere, castagnole, frappe, sfrappole, fiocchetti…
La Sofisteria
LESSICO in GRAMMATICA ITALIANA

GRAMMATICA ITALIANA

SCUOLA DI SCRITTURA

GRAMMATICA LATINA

GRAMMATICA GRECA

LETTERATURA ITALIANA

LECTURA DANTIS

LETTERATURA LATINA


