Quando siamo in taverna
In CARMINA BURANA / LA PRODUZIONE LETTERARIA / LA LETTERATURA MEDIOEVALE / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA
Nella decima lezione del nostro corso abbiamo avuto modo di citare la produzione dei canti goliardici: tra i più famosi ci sono sicuramente i Carmina Burana, composti nel XIII secolo (ma sulla base di materiali che risalgono, probabilmente, al secolo precedente), di cui leggiamo uno dei più noti, il numero 196, intitolato Quando siamo in taverna.
Quando siamo in taverna,
non ci preoccupiamo più di cosa sia la terra,
ma ci affrettiamo al gioco,
al quale sempre ci accaniamo.
Che cosa si faccia all’osteria,
dove il soldo fa da coppiere¹,
questa è cosa da chiedere:
si dia ascolto a ciò che dico.
C’è chi gioca, c’è chi beve,
c’è chi vive senza decenza.
Tra coloro che si dedicano al gioco,
c’è chi viene denudato,
chi qui si riveste,
chi di sacchi si ricopre.
Qui nessuno teme la morte,
ma per Bacco gettano la sorte.²
Prima si beve a chi paga il vino:
poi bevono i libertini³.
Un bicchiere per i prigionieri,
poi tre bicchieri per i viventi,
quattro per i cristiani tutti,
cinque per i fedeli defunti,
sei per le sorelle leggere⁴,
sette per i cavalieri erranti,
otto per i fratelli traviati,
nove per i monaci vaganti,
dieci per i naviganti,
undici per i litiganti,
dodici per i penitenti,
tredici per i partenti.
Sia per il Papa sia per il re
tutti bevono senza misura.
Beve la signora, beve il signore,
beve il cavaliere, beve il clero,
beve quello, beve quella,
beve il servo con l’ancella,
beve il veloce, beve il pigro,
beve il bianco, beve il nero,
beve il fermo, beve il vago⁵,
beve il rozzo, beve il mago,
beve il povero e il malato,
beve l’esule e l’ignorato,
beve il giovane e l’anziano,
beve il prete e il decano,
beve la sorella, beve il fratello,
beve la vecchia, beve la madre,
beve questa, beve quello,
bevono cento, bevono mille.
Durano poco sei denari
quando bevono tutti
senza porsi nessun limite,
anche se bevono con animo gioioso.
Così tutti ci denigrano
e non ci offrono mai nulla.
Chi ci disprezza sia castigato
e non sia ricordato fra quanti sono onesti.
In queste strofe, di autore anonimo, viene raccontata la vita dei chierici vagantes e degli studenti, che – in ogni tempo – non è fatta solo di impegno e di studio. Entrambi erano perlopiù liberi da legami familiari e senza fissa dimora, perché si spostavano da un centro accademico all’altro, gli uni per cercare di guadagnare meglio o per visitare le biblioteche delle abbazie, gli altri per seguire le lezioni del maestro preferito; vivevano tutti alla giornata, mantenendosi con mezzi propri o con benefici ecclesiastici, spesso sviluppando tra loro forti legami di amicizia che emergono soprattutto nei momenti di tempo libero trascorsi nelle taverne, dove maestri e alunni si lasciavano andare, facendo emergere il loro temperamento giocoso, gaudente e irriverente, che prende il nome di goliardia, un vocabolo che deriva, probabilmente, o da Golia, il gigante biblico ucciso da re David (che nel Medioevo simboleggiava il diavolo) oppure da gula, gola, per sottolineare uno stile di vita sregolato e dominato dall’ingordigia – uno dei peccati capitali – per tutto ciò che dà piacere, che sia il cibo, il vino, il gioco o il sesso.
Questo atteggiamento è particolarmente evidente nei Carmina Burana, trecento testi così chiamati perché furono ritrovati nell’abbazia benedettina di Bura Sancti Benedicti, in Baviera, nel 1803. Essi, per la maggior parte anonimi, sono composti in latino, francese e tedesco e destinati a essere cantati e musicati (alcuni sono infatti accompagnati da notazione musicale); celebrano i piaceri dei sensi, del gioco, della tavola e, soprattutto, del vino: per questo motivo sono definiti carmina lusorum, “carmi dei giochi” e carmina potatoria o bevitoria, “carmi in onore del vino”. A volte essi si oppongono deliberatamente alla poesia religiosa, celebrando i peccati al posto delle virtù o addirittura parodiando i riti religiosi (è il caso, per esempio, della Missa potatoria, la Messa degli ubriaconi).
In questi testi – e, in particolare, in quello proposto – la paura della morte e del Giudizio universale, di cui abbiamo avuto un chiaro esempio leggendo il Dies irae, viene esorcizzata con l’invito a vivere il presente nel modo più piacevole possibile, divertendosi con il gioco, bevendo del buon vino, abbandonandosi ai piaceri della carne, dimenticando l’etica del dovere e – soprattutto – non pensando a quella terra che ora abitiamo e a cui torneremo dopo la morte.
Il luogo ideale per conseguire questo scopo è la taverna, in cui ciascuno può dare libero corso ai propri desideri e alle proprie passioni, senza paura di essere giudicato. Nella taverna, infatti, si incontrano le persone più disparate (ricchi e poveri, giovani e vecchi, laici e religiosi… tutti citati nelle strofe intermedie del componimento) e si brinda per chiunque, sbeffeggiando in particolare i religiosi (che, abbracciando l’invito alla povertà, si denudano e si vestono di sacchi), il Papa e il re, alla salute dei quali si beve senza quella misura di cui proprio loro dovrebbero essere i garanti.
In questo modo si allontana il Dio giudice inclemente che ci attende nell’Aldilà per fare posto a Bacco, dio benevolo e propizio che ci protegge sulla Terra, offrendoci i suoi doni, cioè il vino, il gioco e l’amore. Proprio il riferimento a Bacco rivela la matrice classica dei Carmina, prodotti – allo scopo di promuovere una visione della realtà meno condizionata dal pensiero religioso – da persone di indubbia cultura, litterati che conoscevano, oltre ai testi classici, anche il latino e i testi sacri (alcune espressioni del testo richiamano, infatti, il Messale romano; l’ultimo verso del carme è la citazione di un Salmo biblico – il 68 – usato, ovviamente, in modo provocatorio).
Questa formazione culturale è confermata anche dalla cura nella composizione dei testi, che si avvalgono di una struttura metrica ben articolata e di numerose figure retoriche. La struttura metrica – strofe di otto versi ottonari piani, disposti a coppie di rime baciate – è infatti caratterizzata da un ritmo concitato, reso martellante dalle rime (sconosciute alla poesia classica) e dalla cadenza degli accenti, collocati sempre sulla prima, terza, quinta e settima sillaba, a testimoniare, come abbiamo visto, il passaggio della metrica da quantitativa (cioè basata sulla durata delle sillabe, che in latino possono essere lunghe o brevi) ad accentuativa (cioè fondata sull’alternanza di sillabe con e senza accento); tra le figure retoriche spiccano l’enumerazione e l’anafora del verbo bibit, beve, che scandisce con ritmo sempre più incalzante l’elenco dei bevitori, che, uniti dalla comune passione per il bere, diventano, con un’altra figura retorica, l’iperbole (o esagerazione) prima cento e poi mille.
La fortuna dei Carmina Burana è stata molto ampia, anche grazie alla versione musicata che ne ha dato il musicista e compositore tedesco Carl Orff (1895 – 1982), andata in scena per la prima volta a Francoforte nel 1937.
Note
1. Coppiere: l’incaricato di versare vino ai commensali durante i banchetti: significa che può bere solo chi ha i soldi per pagare.
2. Per Bacco… sorte: giocano a dadi in onore di Bacco, dio del vino. Si tratta, naturalmente, del gioco d’azzardo.
3. Libertini: coloro che vivono solo per il piacere.

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