Clio
in GIOVANI DONNE / IL DEDICANTE NON E’ IDENTIFICABILE / LE DONNE NELLA FAMIGLIA / EPITAFI… E DONNE /EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA
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Un altro epitafio dell’Anthologia Palatina (AP VII, 491), attribuito al poeta Mnasalce – e dunque databile al III secolo a. C. – ci racconta in modo tutt’altro che chiaro la storia della giovane Clio, che si diede volontariamente la morte.
1αἰαῖ παρθενίας ὀλοόφρονος, ἇς ὕπο φαιδράν
ἔκλασας ἁλικίαν, ἱμερόεσσα Κλεοῖ·
3κάδ’ δέ σ’ ἀμυξάμεναι περὶ δάκρυσιν αἴδ’ ἐπὶ τύμβωι
λᾶες Σειρήνων ἕσταμες εἰδάλιμοι.
1Ahimè verginità funesta, per cui,
amabile Clio, hai infranto la (tua) felice giovinezza:
3piangiamo per te, essendoci graffiate (per il dolore),
noi, belle statue di sirene, poste presso la (tua) tomba.
Traduzione di A. Micheloni
Clio morì dunque giovane e in circostanze oscure. Gli studiosi hanno cercato di capire quali possano essere state le cause di questo gesto disperato, cause a cui accenna – in modo generico – la lunga esclamazione iniziale, che, con la particella αἰαῖ, introduce subito il tema del dolore.
La maggior parte degli studiosi pensa che la giovane donna abbia preferito morire piuttosto che finire nelle mani del nemico: tale ipotesi nasce dal fatto che questo epigramma ne precede altri due (AP VII, 492 e 493) composti per ragazze che scelsero la morte piuttosto che la prigionia. Secondo un’altra interpretazione fu invece il rifiuto del matrimonio il motivo più probabile per il suicidio di Clio, che non voleva dunque concedersi a un uomo; altri ancora pensano che, se la giovane rimpiange – e piange – la sua verginità, probabilmente le nozze furono la causa indiretta della sua morte: in questo caso, quindi, Clio non si sarebbe suicidata, ma, per esempio, potrebbe essere morta durante il parto.
Queste spiegazioni non mi paiono del tutto convincenti. Si può obiettare, a chi propone di ritenere il suicidio un modo per evitare la prigionia, che di solito gli accenni a quest’ultima avvengono, negli epitafi, in modo esplicito: oltre ai due epigrammi che seguono quello proposto, accenna infatti alla prigionia un altro epitafio (anche se più tardo, poiché risale al IV secolo d. C.) in cui Gregoria ricorda – molto esplicitamente – di essere stata rapita e fatta prigioniera da Claudio. Risulta difficile e decisamente forzato anche il pensare alla scelta del suicidio per non doversi sposare: le possibili motivazioni del gesto (per esempio non condividere la scelta dello sposo, che era pur sempre affidata ai genitori – come abbiamo visto nelle lezioni introduttive – anche in età ellenistica oppure la paura della maternità) non sembrano infatti avere molto a che fare con l’esplicita menzione della verginità. Infine, anche la tesi di chi pensa al biasimo del matrimonio, che ha portato indirettamente Clio alla morte, forza la lettura del testo, poiché è la verginità ad essere detta funesta e non il matrimonio.
Scartate dunque queste tre ipotesi resta un’unica valida alternativa, proposta da uno stimato studioso scozzese, William Roger Paton: la ragazza si sarebbe suicidata per evitare (o, meglio, dopo aver subito) una violenza carnale. È infatti chiaro, con questa spiegazione, perché la verginità è detta funesta: fu proprio per difenderla (o – più probabilmente – per difendere, secondo la mentalità dell’epoca, l’onore macchiato) che la ragazza non esitò a darsi la morte, forse non volendo accettare il matrimonio riparatore che spesso, anche in Grecia, trasformava lo stupro in una colpa “perdonabile”.
Il secondo distico elegiaco dell’epitafio sembra invece informarci del fatto che sopra la tomba erano poste delle statue di sirene addolorate. Se il senso è abbastanza chiaro, alcune espressioni non sono certo tra le più felici: nel terzo verso si legge, alla lettera, per esempio, essendoci graffiate riguardo a te e quindi, per traslato, per causa tua, con un’evidente allusione a uno dei riti funebri codificati (e diffusi non solo in Grecia, ma anche in Egitto e a Roma) che mettevano in atto le prefiche, donne pagate per piangere, urlare, strapparsi i capelli e, appunto, graffiarsi il viso durante i funerali, per manifestare di fronte a tutta la comunità il dolore della famiglia per la perdita della persona che era accompagnata nel suo ultimo viaggio. Si discute anche sull’esatto valore da attribuire all’aggettivo εἰδάλιμος usato, secondo il TLG e il LSJ, solo in Omero (ω 279) con il valore di bello, mentre qui ci si aspetterebbe qualcosa come somigliante. L’espressione pietre somiglianti a sirene non è comunque una delle perifrasi meglio riuscite per indicare delle statue (e bisognerebbe inoltre postulare che l’aggettivo possa reggere, oltre che il dativo, anche il caso genitivo).
Al di là delle espressioni più o meno riuscite è possibile ipotizzare che queste (due?) statue di sirene in atteggiamento di dolore fossero poste su una base comune (una specie di costruzione a gradino) sopra il tumulo di Clio, come si può frequentemente vedere in alcune costruzioni attiche (l’esempio più antico di una statua piangente su una tomba risale infatti addirittura al VII – VI secolo a. C.!).
Il fatto che la scelta delle figure piangenti sia ricaduta su delle sirene si spiega, come abbiamo già avuto modo di vedere per l’epitafio di Antibia, non solo con la credenza che esse accompagnassero nell’aldilà le anime dei defunti, ma anche e soprattutto con lo stretto legame che queste creature avevano con la bellezza e la poesia, due valori che si attagliano perfettamente alla storia della giovane e sfortunata Clio.

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