Lari, Mani e Penati
in IL MITO / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA LATINA
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Lari, Mani e Penati erano divinità italiche, molto simili tra loro, che proteggevano il focolare domestico.
I Lari, sicuramente di origine etrusca, erano considerati figli di Lara (o Larunda o Muta o Tacita), una ninfa del Lazio figlia del fiume Almone, un affluente del Tevere. Il poeta Ovidio nei suoi Fasti racconta che Lara (che egli chiama in realtà Lala, cioè “la chiacchierona”) rivelò a Giunone l’amore adulterino che suo marito, Giove, nutriva per Giuturna (o Iuturna o Diuturna), una ninfa delle sorgenti e delle fonti (che invece fu, secondo un’altra leggenda – come abbiamo già avuto modo di vedere – moglie di Giano e madre di Fons, o, secondo una tradizione poetica dell’età imperiale, figlia del mitico re Dauno e sorella di Turno, re dei Rutuli, nemico di Enea). Giove, dunque, innamoratosi di questa ninfa, le donò l’immortalità e il dominio sulle fonti e i corsi d’acqua del Lazio. Quando Lara rivelò a Giunone il tradimento di Giove, egli, per punirla, le fece mozzare la lingua e condurre negli Inferi. Affidò il compito di accompagnarla nella sua nuova dimora a Mercurio, che durante il viaggio la sedusse e la rese madre dei Lari.
I Lari nei tempi più antichi erano immaginati come spettri che abitavano nell’Oltretomba e nei campi e che perseguitavano i viventi; in un secondo momento vennero considerati spiriti benigni che proteggevano la vita di un nucleo domestico (e in questo caso si chiamavano Lares familiares), i crocicchi e interi quartieri (compito ereditato dal padre, Mercurio, e in questo caso si chiamavano Lares Compitales), le campagne (Lares rurales), i viaggi per terra (Lares viales) e per mare (Lares permarini) o gli accampamenti e le spedizioni militari (Lares militares).
Il più importante era Lar, lo spirito tutelare del capostipite della famiglia, che discendeva dal Lar familiaris, il padre del re Servio Tullio, nato, secondo una leggenda riferita da Livio, da un fallo di cenere che, alzandosi all’improvviso da un focolare, aveva ingravidato una schiava di Tanaquilla, moglie del quinto dei sette re di Roma, Tarquinio Prisco, che diede poi alla luce il futuro re (che mantenne nel nome, Servio, il ricordo delle sue umili origini).
I Lari erano rappresentati come giovani danzanti, con una folta chioma riccia, una tunica corta e dei calzari; di solito reggevano un corno, da cui versavano del vino in una coppa, o una cornucopia, il corno dell’abbondanza, sempre pieno di frutti e abbellito con erbe e fiori.
Le loro statue – in bronzo, legno o terracotta – erano conservate in un luogo della casa chiamato larario, di solito costituito da una nicchia scavata nel muro o da una piccola cappella costruita nell’atrio, spesso vicino all’ingresso principale, dove si portavano per loro incensi, fichi, grappoli d’uva, favi di miele e bevande.
I Mani, figli di Mania, un’oscura divinità romana di origine etrusca, erano invece le anime dei morti, venerati come divinità minori a cui si offrivano vino, focacce, miele, latte e fiori di colore scuro. I Romani pensavano che dopo il decesso le anime degli uomini si mutassero in spiriti che vagavano sulla Terra, influenzando il comportamento dei propri discendenti: quelli che spingevano a fare il bene erano identificati con i Lari, quelli che indirizzavano al male, come afferma Apuleio – citato da Sant’Agostino (Civitas Dei, IX, 11) -, con le Larve o i Lemuri, che terrorizzavano i vivi presentandosi nelle loro case di notte, sotto forma di spettri, soprattutto se trascuravano il culto dei defunti. La definizione di Mani in origine comprendeva entrambi: con il passar del tempo essa identificò invece soltanto gli antenati della famiglia e i protettori della casa.
Ai Mani erano dedicate due feste: i Rosaria (o Violaria), durante le quali si ornavano le tombe con rose o viole, e i Parentalia, istituite da Enea in onore del padre Anchise, che si celebravano dal 13 al 21 febbraio, giorno solenne in cui esse si chiudevano con i Feralia, in cui si facevano offerte pubbliche e private ai defunti (solitamente sale, pane bagnato nel vino e fiori). I Romani credevano che in questo giorno le anime dei morti potessero circolare liberamente per il mondo: si raccontava che una volta, poiché non era stata celebrata una festa in loro onore, esse invasero Roma e non se ne andarono fino alla celebrazione dei riti. Proprio per questo nelle leggi delle Dodici tavole (la più antica opera legislativa di Roma, risalente al 451 – 450 a. C.) si leggeva Deorum Manium iura sancta sunto (Siano sacri i diritti degli dèi Mani).
Per i Lemuri, invece, si celebravano i Lemuria, il 9, 11 e 13 maggio, giorni considerati infausti: proprio per questo motivo i templi erano chiusi, non si facevano matrimoni e nel Foro non si tenevano riunioni, scambi e affari. Il rito che accompagnava questa festa, descritto con grande precisione dal poeta Ovidio nei suoi Fasti, era compiuto dai padri di famiglia, che a mezzanotte, scalzi e dopo essersi purificati le mani lavandosele per tre volte, si mettevano in bocca per nove volte una fava nera (simbolo di morte, che però conserva al suo interno il germoglio della vita) e poi la sputavano dietro di sé, verso l’ingresso, senza mai voltarsi, pronunciando la formula “Per queste fave io riscatto me e i miei”. Terminato il rito, essi si lavavano di nuovo le mani e invitavano gli spiriti ad allontanarsi, gridando: “Ombre dei miei antenati, andatevene!”. A questo punto potevano girarsi, sicuri del fatto che i Lemuri non si sarebbero fatti vedere per un anno intero.
I Penati, infine, erano i protettori del focolare domestico, il simbolo della casa: il loro nome (un aggettivo che sottintende il sostantivo latino dei) deriva infatti da penus, una sorta di ripostiglio in cui venivano stipate le provviste. Un’iscrizione del CIL (V, 514) deis deabus Penatibus familiaribus (agli dèi e alle dee Penati della famiglia) ci conferma che essi erano sia di genere maschile che femminile; venivano venerati in stretta unione con i Lari, la dea Vesta, protettrice del focolare domestico e cittadino, e il genio familiare (o del pater familias), una divinità minore che aveva un altare in ogni casa.
In realtà a Roma esistevano due tipi di Penati.
I Penati familiari (o minori) erano i protettori delle singole famiglie, trasmessi in eredità insieme ai beni; le loro statue erano collocate nell’atrio della casa, accanto al focolare, e omaggiate con sale (considerato un elemento di purificazione) e farro (il primo cereale coltivato dai Romani). Appena la sposa varcava la soglia dell’abitazione del marito doveva offrire un sacrificio ai Penati e ai Lari della sua nuova famiglia, per entrare a farne ufficialmente parte e per essere messa sotto la protezione degli dèi della casa.
I Penati pubblici (o maggiori) erano invece divinità tutelari dello stato; si credeva che fossero stati portati in Italia da Enea, che li salvò dal rogo di Troia perché da loro dipendeva la continuità della patria. Rappresentati come due giovani seduti e armati di lancia, erano venerati nel tempio della dea Vesta (situato nel Foro, di forma rotonda, in cui era custodito il fuoco sacro) e nel loro santuario sulla Velia, un’altura dell’antica Roma tra il Palatino e l’Oppio.
Il culto dei Penati e dei Lari cessò nel 392 d. C., quando l’imperatore Teodosio lo proibì per eliminare il paganesimo dall’Impero romano, minacciando, in caso di disobbedienza, la perdita dei beni, l’esilio e persino la morte.

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