Lapis niger
In ISCRIZIONI / LA LINGUA LATINA ARCAICA / LE ORIGINI / LETTERATURA LATINA
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Con la definizione Lapis niger (pietra nera) si indica un tratto di pavimentazione quasi quadrato, in lastre di marmo nero, circondato da un recinto di lastre di marmo bianco, che fu scoperto dall’archeologo Giacomo Boni il 10 gennaio 1899 nel Foro romano, tra la Curia Iulia e l’Arco di Settimio Severo.
Sotto queste lastre sono stati trovati dei resti monumentali databili al VII – VI secolo a. C., da alcuni identificati con la cosiddetta Tomba di Romolo, collocata proprio in quella sede da uno scrittore e grammatico, Sesto Pompeo Festo, vissuto nel II secolo d.C. Del complesso fanno parte un altare a forma di U posto su una piattaforma, la base di una statua (secondo altri, invece, un tronco di colonna) e, nelle vicinanze dell’ingresso all’area, un cippo di tufo di forma quadrangolare con un’ iscrizione scolpita in senso verticale, bustrofedica (termine che deriva dall’avverbio greco bustrofedòn, voltando come i buoi quando arano, perché una riga si legge da sinistra a destra, la successiva da destra a sinistra, a imitazione appunto dell’andamento dei buoi quando arano un campo), molto lacunosa e in un latino arcaico, risalente probabilmente al VI secolo a. C. (indicativamente tra il 575 e il 550).
L’iscrizione è incisa sulle quattro facce del cippo con caratteri greci arcaici, dai quali deriva l’alfabeto latino; è spesso identificata con il nome Lapis Niger, dato, in realtà, come abbiamo visto, al luogo in cui fu rinvenuta: per questo motivo alcuni studiosi usano per lei, più correttamente, la definizione Iscrizione del Cippo del Foro.
Essa fa riferimento a un re (resta incerto e dibattuto se uno dei sette re o il rex sacrorum, che in età repubblicana presiedeva alle cerimonie religiose e rituali) e indica questo luogo come sacro per la presenza di un tempio dedicato – forse – a Vulcano, che la tradizione attesta edificato per volere dello stesso Romolo: confermerebbe l’ipotesi della sacralità del luogo anche il ritrovamento, in loco, di statuette votive, di ex voto in ceramica e bronzo e di tracce di sacrifici di animali.
L’ interpretazione letterale dell’iscrizione è in realtà molto complessa, sia per il cattivo stato di conservazione (manca tutta la parte superiore del cippo) sia per il latino con cui è stata stesa: secondo la maggior parte degli studiosi si tratterebbe una legge sacra che ha lo scopo di impedire l’attraversamento del luogo (consentito solo al re), fissando pesanti pene per i trasgressori. Sul cippo sarebbe possibile leggere addirittura una formula di maledizione contro di loro: tra le parole incise ci sono, infatti,
Quoi hon… sakros esed… recei… kalatorem…
iouxmenta kapia …….. iouestod.
Due le possibili interpretazioni:
Chi [violerà] questo [luogo] sia maledetto… al re… il banditore…
prenda il bestiame… giusto.
A chi questo… sarà sacro [agli dei infernali]… al re… il banditore…
prenda il bestiame… giusto.
Alcuni studiosi, mettendo a confronto l’iscrizione con un passo del De divinatione di Cicerone (II, 36), pensano che essa si riferisca a un ordine impartito dai calatores, gli aiutanti degli auguri, i sacerdoti incaricati di interpretare la volontà divina attraverso l’osservazione di segni particolari, gli auspicia (soprattutto il volo degli uccelli e segni celesti come tuoni, fulmini, nuvole…). L’ordine in questione era probabilmente quello di liberare dal giogo gli animali che si trovavano per strada nel momento dell’arrivo degli auguri, affinché non si verificasse lo iuges auspicium, l’auspicio del giogo, cioè la produzione di escrementi da parte di animali tenuti legati al giogo, un evento considerato portatore di gravi calamità.
L’iscrizione del Lapis niger ci conferma che la scrittura era non solo diffusa nei ceti superiori – in particolare tra i sacerdoti e tra chi aveva accesso alle cariche pubbliche – ma anche che essa era essenzialmente destinata a fini pratici connessi con esigenze di governo e di controllo della vita della comunità: non va infatti dimenticato che la scrittura era vista, dagli analfabeti, come uno strumento dal forte valore magico – sacrale e che dunque essa incuteva un senso di timore e di rispetto anche in chi non la poteva comprendere.
Dal punto di vista linguistico, infine, possiamo ricostruire la corrispondenza tra la forma latina arcaica quoi e quella classica qui (o cui, nella seconda interpretazione), tra sakros e sacer, tra esed ed esto (o erit, nella seconda interpretazione), tra recei e regi (in cui si nota l’uso della c al posto della g, con una prassi derivata dall’etrusco, che non faceva distinzione tra la gutturale sorda – c- e la gutturale sonora – g-, indicate entrambe con la c), tra iouxmenta e iumenta e tra iouestod e iusto.

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