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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Il vecchio e la morte (78 Ch)

in TESTI / ESOPO / LA FAVOLA / LETTERATURA GRECA

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Può capitare, in momenti di particolare sconforto e di grande stanchezza, di desiderare la morte: quando però essa si avvicina, ecco che improvvisamente si è disposti ad accogliere di nuovo la vita, con tutti i suoi pesi e le sue difficoltà…

Esopo, in questa favola, rimprovera proprio gli uomini che non si rendono conto del fatto che la vita è il bene più prezioso.

Γέρων ποτὲ ξύλα κόψας καὶ ταῦτα φέρων πολλὴν ὁδὸν ἐβάδιζε. Διὰ δὲ τὸν κόπον τῆς ὁδοῦ ἀποθέμενος τὸ φορτίον τὸν Θάνατον ἐπεκαλεῖτο. Τοῦ δὲ Θανάτου φανέντος καὶ πυθομένου δι᾿ ἣν αἰτίαν αὐτὸν παρακαλεῖται, ὁ γέρων ἔφη· «Ἵνα τὸ φορτίον ἄρῃς.»

Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι πᾶς ἄνθρωπος φιλόζωος, κἂν δυστυχῇ.

 

Una volta un vecchio, avendo tagliato della legna e portandola (sulle spalle), faceva molta strada. A causa della fatica del percorso, dopo aver posto a terra il carico, invocava la Morte. Ma appena la Morte apparve e (gli) domandò per quale motivo la chiama(sse), il vecchio diceva: “Per raccogliere il carico”.

La favola dimostra che ogni uomo ama la vita, anche se è sfortunato.

 

Traduzione di A. Micheloni

 

 

Le favole di Esopo prediligono come protagonisti gli animali parlanti, sempre associati – a volte forzatamente – al tipo d’uomo corrispondente; in alcuni casi gli animali lasciano però il posto a elementi naturali (come il vento), a divinità (come Zeus) e all’uomo. Quest’ultimo compare in diverse tipologie (il prepotente, il debole, lo sciocco, il furbo, il contadino, lo schiavo…), tutte accomunate dal fatto di appartenere agli strati più umili della società e di essere collocate in situazioni tratte dalla vita quotidiana.

Quando l’uomo diventa protagonista delle favole, lo scopo del narratore si sposta dalla rappresentazione dei vizi e delle virtù alla descrizione della condizione umana, che appare tutt’altro che invidiabile. La delusione per la vita è infatti un tratto ricorrente nelle favole di Esopo: vivere vuol sempre dire sperimentare la presenza di fatica, sofferenza, ingiustizia e poca felicità. Esopo non analizza il male di vivere dal punto di vista filosofico, né, tantomeno, promette un riscatto da questa condizione: egli si limita a invitare alla sopportazione, alla rassegnazione, alla prudenza, alla capacità di imparare ad accettare quanto la vita ci mette davanti, perché essa, anche quando spesa nell’infelicità, resta comunque un bene prezioso, del cui valore ci rendiamo conto, proprio come accade al vecchio uomo protagonista della favola, soltanto quando stiamo per perderla.

Questo stesso tema è stato affrontato anche dal poeta francese Jean de La Fontaine (1621 – 1695), che, ispirandosi a questa favola di Esopo, ha scritto La morte e il Boscaiolo, che leggiamo nella traduzione di Emilio De Marchi.

 

Sotto un fastel di legna, non men che sotto il peso

degli anni, un Boscaiolo, curvo, accasciato e stanco,

andava trascinando il doloroso fianco

verso la sua capanna.

Ma tanto è il male e il peso che il poverino affanna,

che posto in terra il carico, a dire cominciò:

“Qual dura sorte in questo mondo sconclusionato

il cielo mi serbò!

Sempre col pane in lite e per soprammercato

la moglie, i figli, i debiti, le tasse e l’angherie

che fanno a un pover’uomo la vita irta di spine.

O Morte, a questi mali poni un rimedio e un fine”.

La Morte, che non usa farsi aspettar giammai,

vien subito e “In che cosa – esclama – o buon fratello,

posso giovarti?” “O grazie, soltanto ti chiamai,

perché mi aiuti a reggere un po’ questo fardello”.

 

È la morte un gran rimedio

a chi è stanco di soffrir.

Sarà ver, ma piace agli uomini

più soffrire che morir.

 

J.de La Fontaine, Favole, trad. E. De Marchi, Einaudi, Torino

 

La versione del favolista francese risulta più pessimistica di quella di Esopo, poiché l’autore lascia grande spazio alla descrizione della vita, rappresentata come un doloroso percorso fatto di sacrifici, rinunce e privazioni: eppure, anche in questo caso, piace agli uomini più soffrire che morir.

Analisi del testo

ποτὲ: l’avverbio di tempo, enclitico, presenta un accento di enclisi sull’ultima sillaba, perché è preceduto da parola parossitona.

κόψας: nominativo singolare maschile del participio aoristo primo di κόπτω, tagliare, con valore di participio congiunto, riferito a γέρων. È seguito da un altro participio nominativo singolare maschile, questa volta presente, del verbo φέρω, portare, che ha lo stesso valore: il participio aoristo mette però in evidenza l’aspetto momentaneo dell’azione del tagliare, quello presente quello durativo del trasportare.

πολλὴν ὁδὸν ἐβάδιζε: il verbo βαδίζω, qui alla terza persona singolare dell’imperfetto, è stato usato transitivamente. La scelta dell’imperfetto mette in evidenza l’aspetto durativo dell’azione del camminare, per sottolineare la continuità della fatica.

Διὰ… κόπον: la preposizione διά con l’accusativo introduce un complemento di causa.

ἀποθέμενος: nominativo singolare maschile del participio dell’aoristo terzo medio di ἀποτίθημι con valore di participio congiunto al soggetto (sottinteso).

Θάνατος: il termine morte in greco è maschile; ha l’iniziale maiuscola perché nella favola è personificata. Lo stesso concetto può essere indicato anche con i vocaboli μοῖρα (nel senso di parte destinata, porzione di vita e quindi, per traslato, morte), Kήρ (Chera, Parca, Parche, divinità che presiedevano al fine vita), Ἅιδης (Ade, la sede degli Inferi, quindi, per metonimia, la morte).

ἐπεκαλεῖτο: terza persona singolare dell’imperfetto di ἐπικαλέω, in cui il preverbo dà l’idea del chiamare presso di sé e quindi invocare.

Τοῦ δὲ Θανάτου… πυθομένου: φανέντος è il genitivo singolare del participio aoristo passivo forte di φαίνω, mostrare, che al passivo assume spesso – come in questo caso – il significato di apparire; πυθομένου è il genitivo singolare del participio aoristo secondo di πυνθάνομαι. I due participi, insieme al genitivo τοῦ Θανάτου, la Morte, costituiscono un genitivo assoluto con valore temporale, in cui la scelta dell’aoristo mette in risalto la momentaneità delle azioni.

δι’ ἣν αἰτίαν: nesso interrogativo: per quale causa, per qual motivo. Da notare l’uso (abbastanza frequente) del pronome relativo al posto di quello interrogativo.

αὐτὸν: il pronome si riferisce alla Morte; lo spirito dolce e l’assenza di articolo fanno comprendere che esso è usato con il valore di pronome di terza persona.

παρακαλεῖται: il greco non rispetta, di norma, una consecutio temporum: per questo è possibile trovare il presente in una proposizione subordinata (in questo caso interrogativa indiretta), anche se la reggente ha un tempo storico.

ἔφη: terza persona singolare dell’imperfetto di φημί, che, inserito in un discorso diretto, può avere anche il valore di aoristo.

Ἵνα: questa congiunzione introduce una subordinata finale, col congiuntivo perché nella reggente sottintesa (un Ti chiamo deducibile dal contesto) è presente un tempo principale.

ἄρῃς: seconda persona singolare del congiuntivo aoristo primo di αἴρω, sollevare, prender su.

Ὁ μῦθος… ὅτι: consueta formula conclusiva, che introduce una rapidissima morale.

φιλόζωος: alla lettera l’aggettivo significa amante del vivere (φίλος + ζάω); è sottinteso il verbo ἐστί.

κἂν: crasi per καὶ ἐάν, segnalata dalla coronide. Introduce una proposizione concessiva, col congiuntivo eventuale.

δυστυχῇ: terza persona singolare del congiuntivo presente di δυστυχέω, verbo composto dal prefisso peggiorativo δύσ e dal sostantivo τύχη, sorte; il suo contrario è εὐτυχέω, ottenuto con il prefisso positivo.

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