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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Placito Capuano

In PRIMI DOCUMENTI DEL VOLGARE ITALIANO / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA

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Il primo testo scritto in una lingua riconosciuta come forma di volgare italiano – il primo testo, cioè, in cui compare una chiara consapevolezza della distinzione tra latino e volgare come due entità linguistiche differenti – è il cosiddetto Placito capuano, che fa parte di un gruppo di quattro documenti – definiti Placiti cassinesi o campani – che risolvono delle controversie territoriali che coinvolsero l’abbazia di Montecassino (e dei monasteri benedettini da essa dipendenti) e alcuni signorotti del Ducato di Benevento. Esse sorsero poiché i monaci nell’883, all’arrivo degli Arabi, si rifugiarono a Capua, abbandonando i monasteri e i territori limitrofi. Questi territori (per un totale di oltre ventimila ettari!) furono così occupati in modo abusivo da signorotti locali, che si rifiutarono di restituirli ai legittimi proprietari dopo il loro ritorno.

Il Placito capuano, conservato nell’archivio dell’abbazia di Montecassino, ci ha tramandato una breve formula di giuramento inserita in un documento di carattere giuridico (placito significa, infatti, ciò che è piaciuto al giudice e quindi, per traslato, sentenza emessa al termine di un processo). Il placito fu scritto nel marzo 960 per chiudere la contesa sorta tra l’abbazia benedettina di Montecassino, situata tra Lazio e Campania – rappresentata dal suo abate, Aligerno – e un ricco proprietario terriero longobardo, un certo Rodelgrimo da Aquino, contesa che fu risolta dal giudice di Capua, Arechisi, a favore del monastero.

L’atto fu steso in latino cancelleresco dal notaio Adenolfo, che utilizza le formule giuridiche tipiche del linguaggio legale; sono invece citate in volgare le parole pronunciate dai tre testimoni, che giurarono, tenendo in mano la carta con la descrizione dei terreni oggetto di controversia – a cui fanno esplicito riferimento – che essi erano stati in possesso dell’abbazia per almeno trent’anni. Il numero di anni non è casuale: secondo il principio – definito dalla legge romana e rimesso in vigore dal re longobardo Astolfo nel 754 – dell’usucapione, valido ancora oggi, se si detiene un bene per trent’anni se ne acquista, infatti, il pieno possesso.

I tre testimoni che il monastero benedettino portò a sostegno delle proprie ragioni – Teodemondo, diacono e monaco, Mari, chierico e monaco, e Gariberto, chierico e notaio –  pronunciarono dunque queste parole, giurando sui Vangeli:

 

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.

 

So che quelle terre entro quei confini che qui (= nelle carte) si descrivono, le ha avute per trent’anni l’amministrazione di S. Benedetto.

 

Il motivo per cui la formula di giuramento – sicuramente preparata dal giudice, come dimostra l’uso del tecnicismo giuridico parte – fu trascritta con le esatte parole pronunciate dai testimoni è evidente. Quando, in questo tipo di controversie, i testimoni erano dei contadini che avevano lavorato le terre per conto del proprietario, questa era la lingua che essi parlavano; quando invece erano chiamati a testimoniare dei chierici o dei notai (che conoscevano certamente il latino) la scelta di usare il volgare era dettata dalla necessità di fare in modo che potessero comprendere il contenuto della testimonianza anche coloro che, come i laici e i curiosi accorsi per ascoltare, erano ormai abituati a usare solo il volgare. In questo modo si potevano bloccare sul nascere eventuali successive rivendicazioni, poiché tutti avevano perfettamente capito quanto dichiarato. Ne è una riprova il fatto che nei documenti legati a queste vicende (tre placiti e una memoria, databili tra il 960 e il 963 e pronunciati il primo a Capua, il secondo a Sessa Aurunca e gli altri due a Teano, dove si trovavano i territori contesi) le testimonianze sono sempre in volgare.

Le parole tramandate dal placito ci permettono di conoscere alcuni interessanti aspetti linguistici. Il primo è senza dubbio la scomparsa delle desinenze latine dei sostantivi e dei verbi (terre invece di terras, fini invece di fines, possette invece di possedit…); altri elementi testimoniano una fase molto avanzata della trasformazione del latino in volgare. Il verbo sao, per esempio, ha sostituito lo scio del latino classico: questa forma – l’antenato del nostro sapere, dopo la chiusura del dittongo ao in o – deriva, forse attraverso la forma dialettale meridionale saccio, da un altro verbo latino, sapio, che in questo testo passa dal significato di sono saggio a quello di so con certezza, sono sicuro, che ha mantenuto nell’italiano. Il ko che lo segue corrisponde al quod dichiarativo del latino classico ed esplicita un’infinitiva oggettiva, che nel latino classico non era introdotta da congiunzione, poiché resa con accusativo e infinito: si tratta, dunque, dell’antenato del nostro che. Il kelle deriva dal pronome dimostrativo ille, popolarmente rafforzato con il prefisso eccu (eccu[m]-illae > cuille > kille), che sta già trasformandosi nel nostro quelle; da eccu[m]– hic deriva anche l’avverbio di luogo ki. Il vocabolo trenta, infine, ha sostituito il triginta del latino classico, mentre il le è ciò che resta del pronome latino illas.

L’unico elemento espresso in un latino corretto è il genitivo possessivo Sancti Benedicti, perché, come tutte le forme codificate dall’uso (in questo caso il sintagma pars + genitivo, per indicare il soggetto possessore di un bene), resta inalterato.

Questi e altri fenomeni analoghi sono presenti anche negli altri tre documenti – di poco posteriori – che riguardano le contese tra i monasteri che dipendevano da Montecassino e signorotti locali: una dichiarazione del marzo 963, sul territorio di Sessa Aurunca, che recita

 

Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, Pergoaldi foro, qui ki contene, et trenta anni le possette

 

So che quelle terre, entro quei confini che ti mostrai, furono di Pergoaldo, che qui le occupa e le possedette per trent’anni

 

un’altra dichiarazione, del luglio 963, in cui un testimone afferma

 

Kella terra, per kelle fini que bobe monstrai, Sancte Marie e et trenta anni la posset parte Sancte Marie

 

Quella terra, entro quei confini che vi mostrai, è di Santa Maria e trenta anni la possedette il convento di Santa Maria

 

e infine una testimonianza dell’ottobre 963, che riguarda, come la precedente, il territorio di Teano, che dice

 

Sao cco kelle terre, per kelle fini que tebe monstrai, trenta anni le possette parte Sancte Marie

 

So che quelle terre entro quei confini che ti mostrai, le possedette trenta anni il convento di Santa Maria.

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