Antibia
in GIOVANI DONNE / IL DEDICANTE NON E’ IDENTIFICABILE / LE DONNE NELLA FAMIGLIA / EPITAFI… E DONNE /EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA
L’Antologia Palatina ci ha tramandato un epitafio (VII 490) che una poetessa, Anite di Tegea, scrisse per una giovane donna morta prima delle nozze: questo testo è senza dubbio particolarmente interessante, giacché consente di vedere, per la prima volta nel corso di questa nostra rassegna, il modo in cui una donna commenta la vita di un’altra donna.
παρθένον ᾿Αντιβίαν κατοδύρομαι, ἇς ἐπὶ πολλοί
νυμφίοι ἱέμενοι πατρὸς ἳκοντο δόμον,
κάλλευς καὶ πινυτᾶτος ἀνὰ κλέος· ἀλλ᾿ ἐπιπάντων
ἐλπίδας οὐλομένα Μοῖρ᾿ ἐκύλισε πρόσω.
Piango la vergine Antibia, per cui parecchi
pretendenti si recavano alla casa del padre,
famosa per bellezza e per senno: ma di tutti
la funesta Moira fece rotolare via le speranze.
Traduzione di A. Micheloni
Il nome di questa ragazza, Antibia, appare solo in questo epigramma e negli Scholia al XIX libro dell’Iliade (n. 116), dove si dice che questo è il nome della figlia di Anfidamante, uno dei guerrieri rinchiusi nel cavallo di legno; anche il corrispondente maschile, ᾿Αντίβιος, appare soltanto in un’iscrizione cretese del II secolo a.C.
Anche il verbo iniziale del componimento, κατοδύρομαι, piango, crea qualche problema, poiché non è affatto chiaro a chi debba essere attribuito. Il Wilamowitz, famoso studioso che ormai abbiamo imparato a conoscere, pensa che la prima persona singolare si riferisca a un’immagine incisa o scolpita sulla tomba, in particolare a una sirena (e non, come ipotizzano altri, a qualche parente di Antibia, responsabile della commissione della pietra tombale). Non è infatti raro trovare epitafi pronunciati da sirene: nell’Antologia, per esempio, sono fatti pronunciare da sirene, nel libro VII, anche l’epigramma 710, di Erinna, il 491, di Mnasalce (di cui ci occuperemo nella prossima lezione) e forse il 739, di Fedimo, e il 722, di Teodorida.
La scelta di una sirena non doveva quindi meravigliare il lettore, anche perché questa figura aveva un significato simbolico evidente: le sirene rimandavano infatti alla bellezza della fanciulla, al canto fascinoso del poeta che ne ricordava la scomparsa e al pianto funebre, che non a caso Anite sceglie di mantenere nella forma tradizionale (Αἰάζω, κλαίω τόν… τήν… Piango, compiango… il … la), anche se usa un verbo, κατοδύρομαι, che si trova, in poesia, solo in questo e in un altro epigramma (che vedremo a breve).
Il vigoroso attacco costituito dal vocabolo παρθένον, vergine, anticipa ciò che verrà chiarito in seguito e cioè che Antibia morì non solo giovane ma anche prima di sposarsi: in questo modo è spiegato fin dall’inizio il motivo di un pianto così sentito, determinato dal fatto che la morte prima delle nozze era considerata particolarmente funesta, poiché impediva alla donna di poter divenire madre. È proprio questo il motivo per cui la condizione di nubile è spesso sottolineata negli epitafi già nei primi versi, proprio per dare l’idea della tremenda disgrazia che si è abbattuta sulla giovane.
Non solo. Anite ci informa del fatto che la fanciulla era richiesta in matrimonio da molti pretendenti, che videro le loro speranze infrante (alla lettera rolare via) a causa di questo crudele destino. La poetessa non accenna in modo generico alle virtù che richiamavano alla casa del padre di Antibia numerosi pretendenti desiderosi di ottenere la mano della figlia: al verso 3 afferma, infatti, che furono κάλλευς καί πινυτᾶτος, bellezza e senno, a rendere la fanciulla così famosa, tanto che, come lascia intendere l’uso della preposizione ἀνὰ, la sua fama arrivava fino al cielo.
È interessante notare come Anite affianchi due qualità diverse e spesso ritenute incompatibili, che potrebbero però costituire un’allusione alla storia delle figlie di Pandaro, raccontata da Penelope nella sua preghiera ad Artemide (Hom. Y 66 – 78), delle fanciulle belle e assennate che morirono, proprio come Antibia, prima del matrimonio. Del resto l’espressione omerica εἶδος καὶ πινυτήν si trova anche in altri epigrammi funebri, a riprova del fatto che essa era entrata a far parte del patrimonio formulare degli epitafi per celebrare il ricordo di figure femminili.
Antibia, dunque, bella e saggia, doveva incarnare la fidanzata ideale, il nuovo modello femminile dell’età ellenistica, un modello che non si deve ritenere viziato, in quanto descritto da una donna, perché confermato da numerose altre iscrizioni poste sicuramente anche da uomini (come avremo modo di vedere – per esempio – nell’epitafio che Tolomeo commissionò al poeta Erode per Afrodisia, la sua bella e saggia moglie).
L’epitafio di Anite non è solo un prezioso documento sulla considerazione e sull’immagine della donna, ma anche un vero e proprio esempio di perfezione letteraria: esso, composto in esametri dattilici e caratterizzato da una patina dialettale dorica, si basa infatti su un raffinato gioco di rimandi ottenuti con assonanze e allitterazioni (particolarmente evidente quella della lettera alfa per tutto il verso 3) e contiene echi omerici (oltre all’espressione già vista, anche l’attributo οὐλομένα, riferito alla Moira – da intendere, al singolare, come destino – è infatti frequente in Omero).

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