Tarentilla
in TESTI / NEVIO / L’ETÀ ARCAICA / LETTERATURA LATINA
Prologo (fr. 62 Traglia)
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Questi versi, che appartengono al prologo della Tarentilla (La ragazza di Taranto), la commedia più famosa di Nevio, ci presentano una considerazione che il poeta affida a uno dei personaggi tipici della commedia, uno schiavo.
ea non audere quemquam regem rumpere.
Quanto libertatem hanc hic superat servitus!
Ciò che io qui in teatro ho approvato con i miei applausi,
nessun re oserebbe infrangerlo.
Di quanto qui la schiavitù è superiore a questa libertà!
(traduzione di A. Micheloni)
Nevio fu un uomo battagliero e indipendente (l’erudito Aulo Gellio – vissuto nel II secolo d. C. – lo definisce, infatti, plenum superbiae campanae, ricco di fierezza campana), pronto non solo ad alzare la voce contro i soprusi dei potenti, ma anche – e soprattutto – a rivendicare il diritto alla libertà di parola e a scagliarsi contro ogni forma di censura.
Nella Roma dell’epoca, infatti, gli spettacoli teatrali erano organizzati da un pubblico magistrato, che sceglieva quali potevano essere rappresentati, una pratica che limitava fortemente la libertà degli autori; era inoltre buona abitudine – oltre che imposto per legge – non fare nomi di personaggi politici, soprattutto se oggetto di critiche e frecciatine.
Nevio sceglie di opporsi a queste limitazioni e lo fa, nel prologo, con le parole di un servo che parla in una città greca – Taranto, in cui è ambientata la commedia – che conosce bene la commedia greca antica, in particolare il modello di Aristofane (V secolo a. C.), che non lesinava attacchi personali e invettive contro i potenti. Proprio per questo motivo lo schiavo afferma – non senza una vena polemica – che a Roma un cittadino libero è, in realtà, meno libero di uno schiavo in Grecia, che può decidere a suo piacere e senza alcuna limitazione che cosa approvare oppure criticare. Ma questa interpretazione letterale dei versi può essere superata da una seconda lettura: intendendo il qui non come la città di Taranto ma come il palcoscenico risulta evidente che le parole del servo diventano – in una sorta di spazio metateatrale – un’esaltazione dell’arte, più forte del potere politico…
Non è strano incontrare nelle commedie di Nevio una figura così determinata e libera nei comportamenti: molti dei suoi personaggi rivendicano, infatti, la propria libertà personale, sia di pensiero che di azione, come fa anche quello che pronuncia queste parole in un frammento che non si sa attribuire con certezza a una delle sue opere:
libera lingua loquemur ludis Liberalibus
con libera lingua parleremo durante i Ludi Liberali
in cui i Ludi liberali devono essere intesi come gli spettacoli dedicati al dio Dioniso (detto anche Liber) che si tenevano nelle città greche: è impossibile non scorgere in questi versi (anche grazie al bisticcio di parole – libera liberalibus – e alla forte allitterazione della lettera l) una potente esaltazione della libertà che Nevio vuole avere nelle sue opere, confermata anche da un altro famoso frammento (10 Ribbeck), tratto dalla Agitatoria (Commedia del cocchiere), in cui leggiamo proprio un’orgogliosa ed esplicita dichiarazione d’amore per la libertà:
Ego semper pluris feci
potioremque habui libertatem
multo quam pecuniam.
Ho sempre stimato di più
e ho ritenuto preferibile la libertà
molto più della ricchezza.
La scelta di essere un poeta libero non fu, però, senza conseguenze: nel 206 a.C. Nevio fu incarcerato per non aver rispettato una disposizione delle Leggi delle XII tavole (composte nel 451 – 450 a. C.) che vietava i mala carmina, cioè le poesie diffamatorie. Testimoniano l’incarcerazione un’oscura allusione contenuta nel Miles Gloriosus di Plauto e l’erudito Aulo Gellio, che afferma, nella sua opera più famosa (Noct. Att. III, 15), sappiamo anche che Nevio scrisse in carcere due commedie, L’indovino e Leonte: era stato incarcerato dai triumviri per la sua continua maldicenza e per gli insulti scagliati contro i principali cittadini, secondo l’uso dei poeti greci. Fu poi liberato dai tribuni della plebe, poiché nelle sopraddette commedie aveva attenuato i suoi difetti e l’arroganza delle sue parole, con cui prima aveva offeso molta gente.
Analisi del testo
METRO: settenari giambici
Quae: la presenza del pronome epanalettico ea nel verso successivo ci permette di riconoscere una prolessi della relativa, cui il poeta ha fatto ricorso per porre in primo piano il contenuto della subordinata rispetto a quello della reggente.
ego: il pronome personale soggetto di solito è omesso: in questo caso esso è presente per creare una forte contrapposizione con il regem successivo (l’applauso di un umile servo vale più del volere di un re!).
in theatro hic: doppia determinazione di luogo, con complemento di stato in luogo e avverbio, per suggerire la duplice lettura presentata in sede di commento: qui – a Taranto – ma anche in teatro.
meis… plausibus: è evidente la presenza di un’anastrofe, che inverte l’ordine consueto delle parole, in questo caso per portare in primo piano l’aggettivo possessivo (che mette in risalto, ancora una volta, la figura del servo) e per creare un’allitterazione (una figura retorica di suono che il poeta ama molto) della consonante p, che gli consente di richiamare l’attenzione dello spettatore sulle parole chiave del verso.
ea… rumpere: il verso può essere inteso o come una subordinata infinitiva dipendente da un verbo di dire sottinteso (dico che…) oppure, meglio, come una infinitiva esclamativa. Anche in questo verso è presente un’allitterazione, quella della consonante m, che sottolinea l’impossibilità per qualsiasi re (quemquam regem) di opporsi al volere dello schiavo.
Quanto… servitus: in questa proposizione esclamativa notiamo la presenza di un’anastrofe, che pone il vocabolo libertatem in primo piano, e di due allitterazioni: quella della h (che lascerebbe pensare a una sua pronuncia aspirata, poiché altrimenti risulterebbe ininfluente), che richiama polemicamente il luogo (Roma) e la libertà in esso negata e quella della s, che esalta i due termini più pregnanti del verso ai fini della polemica politica di cui Nevio si fa portavoce.
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