Appendix Probi
In LA FORMAZIONE DELL’ITALIANO: FONETICA / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA
Immaginiamo un povero maestro di scuola del III (o, per altri, del IV) secolo d. C. alle prese con alunni che parlavano e scrivevano in un latino ormai ben lontano da quello classico: il poveretto prova a correggerli compilando un lungo elenco degli errori più comuni che essi commettono…
1Porphireticum marmor non purpureticum marmur.
tolonium non toloneum.
speculum non speclum.
masculus non masclus.
5vetulus non veclus.
vitulus non viclus.
vernaculus non vernaclus.
articulus non articlus.
baculus non vaclus.
10angulus non anglus.
iugulus non iuglus.
calcostegis non calcosteis.
septizonium non septidonium.
vacua non vaqua.
15vacui non vaqui.
cultellum non cuntellum.
marsias non marsuas.
caniclam non cani{a}nus.
hercules non herculens.
20columna non colomna.
pecten non pectinis.
aquaeductus non aquiductus.
cithara non citera.
crista non crysta.
25formica non furmica.
musivum non museum.
exequiae non execiae.
gyrus non girus.
avus non aus.
30miles non milex…
Da Codice Nap.lat.1
Questo elenco di correzioni è stato trovato verso la fine del 1400 in fondo a un codice dell’VIII secolo – scritto nel monastero di Bobbio e ora conservato nella Biblioteca Nazionale di Napoli – che tramanda un testo di Probo, che secondo alcuni può essere identificato con il grammatico latino Valerio Probo (vissuto tra il I e il II secolo d. C.), a cui pertanto è stato a lungo erroneamente attribuito: di qui il nome di Appendix Probi (Aggiunta al testo di Probo). In realtà esso fu steso, come detto, molto più tardi da un anonimo maestro di scuola – forse romano – per correggere gli errori più comuni commessi dai suoi alunni: proprio per questo egli cita nella prima colonna la forma corretta del latino classico e nella seconda le storpiature e le deformazioni determinate dalle influenze della lingua parlata, secondo lo schema espositivo binario “X non Y”.
L’importanza di questo eccezionale documento è evidente: le 227 correzioni presenti nel codice hanno infatti permesso agli studiosi di conoscere le prime tappe del lento processo di trasformazione dal latino all’italiano, confermando passaggi e fenomeni che si sono verificati in questo delicato momento. Vediamone insieme alcuni, facendo riferimento alla sezione di testo proposta.
Nelle correzioni del maestro sono particolarmente evidenti i mutamenti che stavano interessando le vocali: esse, infatti, subivano cambiamenti nella pronuncia, che creavano incertezza, in particolare, nell’uso della U e della O, evidente negli scambi marmor – marmur, columna – colomna, formica – furmica… Il maestro attesta anche il fenomeno della monottongazione dei dittonghi, confermata dal fatto che aquaeductus diventa aquiductus, che porterà poi al nostro acquedotto.
Frequentissima è anche l’attestazione del fenomeno della sincope della vocale interna postonica, che, come abbiamo visto, si verifica a causa dell’indebolimento e della successiva caduta di vocali – in particolare la I e la U – non accentate e interconsonantiche, che si trovano in vocaboli con l’accento sulla terzultima sillaba e che seguono immediatamente la sillaba con l’accento: queste vocali, che risultano più deboli, vengono sacrificate dal parlante, che, per ragioni di rapidità di pronuncia, trova più comodo dire speclum (e non spéculum), masclus (e non másculus), anglus (e non ángulus)…
Per quanto riguarda le consonanti, il povero maestro corregge numerosi errori sia di grafia che di pronuncia.
A errori di grafia rimandano, per esempio, le correzioni vacua non vaqua, vacui non vaqui, che fanno pensare che la pronuncia velare del nesso labiovelare q – u stesse mutando, probabilmente in seguito alla palatalizzazione che portava la c velare a essere pronunciata nel palato; le incertezze nella pronuncia si trasformano spesso in ipercorrettismi, come accade in Hercules non Herculens (dove chi scrive, temendo che si sia indebolita una n nella pronuncia, la aggiunge) e in miles non milex, per l’incapacità di distinguere la s e la x, ormai pronunciate in modo molto simile. In entrambi i casi chi scrive, temendo di sbagliare, corregge qualcosa che in realtà è già corretto: di qui la definizione dell’errore come ipercorrettismo.
Gli errori legati alla pronuncia delle consonanti sono moltissimi: oltre alle confusioni tra cultellum e cuntellum o septizonium e septidonium notiamo la presenza del betacismo, il fenomeno linguistico per cui si verifica confusione tra la lettera B e la lettera V: lo vediamo attestato, per esempio, nella correzione baculus non vaclus (in cui è presente anche il fenomeno della sincope) e ne troviamo una traccia evidente nell’imperfetto italiano, in cui il suffisso – va deriva dal suffisso latino – ba.
Altrettanto interessante l’indebolimento della consonante v, che dilegua (cioè sparisce) in posizione intervocalica: lo possiamo vedere sia nella correzione avus non aus sia in musivum non museum (in cui, oltre alla scomparsa della v intervocalica, c’è da registrare anche il fenomeno vocalico del passaggio della i breve a e chiusa).
Proprio come accade in quest’ultimo termine, altri vocaboli corretti dal maestro ci permettono di verificare la presenza di più fenomeni che agiscono sullo stesso termine. In columna, per esempio, ha già agito l’incertezza del suono vocalico: di lì a poco si verificherà anche l’assimilazione di consonanti diverse (in questo caso si tratta di una assimilazione regressiva, perché è la seconda consonante a imporre il cambiamento alla prima), che porterà al nostro colonna; in speculum si è già verificata la sincope della vocale interna postonica, che ha portato a speclum; si verificherà poi anche un altro frequente e importantissimo fenomeno, la caduta della consonante finale, che porta a speclu, in cui, come di consueto, la u diventa o; da spleclo si ha il passaggio del gruppo CL a CH (per la trasformazione della consonante l in j), che, con il successivo rafforzamento della C, ha dato origine al nostro specchio. Lo stesso si può dire per un altro vocabolo citato nel testo, vetulus non veclus, da cui ha origine il nostro vecchio.
Nell’elenco troviamo anche la prova che i parlanti cercavano di ovviare alle difficoltà della non facile grammatica latina, intervenendo, per esempio, sul nominativo, cioè il caso in cui il latino esprime il soggetto: il sostantivo pecten, pectinis, per esempio, viene regolarizzato in pectinis, pectinis.
Come sappiamo, il divario tra lingua scritta e lingua parlata si accentuò progressivamente con la decadenza delle istituzioni statali e della scuola: proprio per questo le forme scorrette risultarono vincenti e passarono nelle lingue romanze, come testimonia il fatto che molte delle forme che il povero maestro elenca come scorrette sono quelle che riconosciamo nella nostra lingua!

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