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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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In memoria

in TESTI / UNGARETTI GIUSEPPE / L’ETA’ CONTEMPORANEA /LETTERATURA ITALIANA

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In questa lirica, collocata in posizione iniziale nella sezione de L’Allegria intitolata Il porto sepolto e pubblicata per la prima volta – a dispetto di quanto riportato in calce – nel 1915 sulla rivista Lacerba, Giuseppe Ungaretti ricorda uno dei suoi più cari amici, Moammed Sceab, nato nel 1887 e morto suicida a Parigi nell’estate del 1913.

1Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi1
5suicida
perché non aveva più
Patria

Amò la Francia
e mutò nome

10Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
15dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
20il canto
del suo abbandono2

L’ho accompagnato3
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
25a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito4 vicolo in discesa

Riposa
nel camposanto d’Ivry
30sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera5

35E forse io solo
so ancora
che visse

Locvizza il 30 settembre 1916

Da G. Ungaretti, L’allegria, in Vita d’un uomo, Mondadori, Milano, 1969

1Si chiamava
Moammed Sceab

Discendente
di emiri di nomadi1
5suicida
perché non aveva più
Patria

Amò la Francia
e mutò nome

10Fu Marcel
ma non era Francese
e non sapeva più
vivere
nella tenda dei suoi
15dove si ascolta la cantilena
del Corano
gustando un caffè

E non sapeva
sciogliere
20il canto
del suo abbandono2

L’ho accompagnato3
insieme alla padrona dell’albergo
dove abitavamo
25a Parigi
dal numero 5 della rue des Carmes
appassito4 vicolo in discesa

Riposa
nel camposanto d’Ivry
30sobborgo che pare
sempre
in una giornata
di una
decomposta fiera5

35E forse io solo
so ancora
che visse

Locvizza il 30 settembre 1916

Da G. Ungaretti, L’allegria, in Vita d’un uomo, Mondadori, Milano, 1969

Giuseppe Ungaretti e Moammed Sceab, di origine libanese, si conobbero ad Alessandria d’ Egitto, dove il poeta visse dalla nascita fino al settembre 1912, perché i suoi genitori vi si erano stabiliti per motivi di lavoro. I due amici, amanti della letteratura e desiderosi di fare nuove esperienze, si trasferirono in Francia, a Parigi, dove trascorsero parecchio tempo insieme, condividendo interessi e passioni e discutendo di letteratura (Ungaretti ricorda, nei suoi scritti, le interminabili discussioni sulle liriche del poeta Baudelaire), fino a quando Sceab, in un momento di sconforto, si diede la morte.

Il ricordo di questo giovane e sventurato amico, affidato a queste otto strofe – di diversa lunghezza – di intensi versi liberi (che spaziano dal bisillabo al senario doppio), si articola in tre momenti.

Il primo (versi 1 – 21) ricostruisce, come un vero e proprio elogio funebre, la tormentata esistenza di Sceab: egli, una volta arrivato a Parigi, non riesce a integrarsi nella caotica e frenetica vita della metropoli, abituato com’è ai ritmi del deserto, ai grandi spazi, al silenzio della natura. Sceab è e rimane, nel suo cuore, il discendente di emiri di nomadi che vive nel deserto, dove le giornate si trascorrono – in un’atmosfera quasi fiabesca – al sicuro di una tenda, sorseggiando caffè e ascoltando il testo del Corano recitato ad alta voce con un’intonazione cantilenante, assecondando, cioè, arcaiche tradizioni etniche e religiose che sono esaltate dall’evocazione auditiva e olfattivo – gustativa. Ma Sceab, che come Ungaretti ha studiato in una scuola francese, ama anche la Francia ed ha provato a diventare Marcel: l’ibrido che ne è nato lo ha sradicato ulteriormente, perché egli ora non è più un nomade, ma non sarà mai un Francese. Di qui la sensazione di abbandono: questo termine allude sia all’allontanamento dalla propria terra sia alla mancata capacità di abbandonarsi, cioè di sciogliere questo immenso dolore affidandolo alla poesia, come fa invece l’amico Ungaretti, che trova in lei, anche nei momenti più terribili della guerra di trincea, l’unico paese in grado di ospitarlo facendolo sentire accolto. Sceab, così, sceglie la sola strada che gli resta da percorrere, quella di una morte che non è un gesto di ribellione titanica ma una resa e una chiara sconfitta.

Il secondo momento (versi 22 – 34) ricorda il suo funerale: solo il poeta e la padrona dell’albergo in cui i due amici vivevano accompagnano Sceab al cimitero. La minuzia con cui viene fedelmente ricostruito il tragitto dalla via del Quartiere Latino in cui i due risiedevano fino al camposanto d’Ivry, alla periferia sud di Parigi, serve ad accrescere la sensazione di desolazione che inevitabilmente il lettore sente nascere dentro di sé dalla conoscenza di questa reale solitudine e di questa vera vita infelice. Del resto gli aggettivi e le annotazioni – quasi crepuscolari – con cui il poeta caratterizza i luoghi sono molto esaurienti: il vicolo ha lo squallore di un fiore appassito, la strada è una discesa verso l’oblio di un cimitero e l’atmosfera del sobborgo fa pensare a una fiera ormai finita, di cui restano solo il disordine, la sporcizia e la confusione. Tutto, insomma, evoca l’abbandono, la desolazione, la trascuratezza e la dimenticanza, che non possono non far pensare a una illacrimata sepoltura di foscoliana memoria.

Il terzo e ultimo momento (versi 35 – 37) contiene l’estremo ricordo del poeta, che dice di aver scritto questa poesia mentre si trova al fronte, sull’altopiano del Carso, a Locvizza, oggi in Slovenia: proprio l’esperienza della guerra e la costante sensazione della vicinanza della morte gli suggeriscono, infatti, l’importanza del ricordo di chi c’è stato e ora non c’è più. Nessuno, oltre al poeta, si ricorda di Sceab: ma l’unico amico che lo piange con immutato affetto ha il dono della poesia eternatrice, che consentirà a Moammed di vivere per sempre grazie alle parole di Ungaretti, che ne hanno raccontato la storia. Ma in Moammed ciascuno di noi rivedrà anche, nella prospettiva universale che la poesia conferisce a contenuti particolari, l’uomo moderno, che, quando rifiuta le proprie radici e resta privo di punti di riferimento certi, non riesce a superare lo smarrimento e la solitudine che ne conseguono inevitabilmente.

Per esaltare al massimo i contenuti il poeta non lascia libero corso alle emozioni, che sono al contrario sottoposte al rigido controllo della poetica della parola, che assume, nei versi, il massimo della pregnanza grazie alla sua collocazione in frasi molto semplici, dal ritmo prosastico, quasi del tutto prive di subordinate, che sono posizionate in versi frammentati, brevi e brevissimi, alternati a pause di silenzio e di meditazione (gli spazi bianchi che separano le strofe, in Ungaretti sempre portatori di senso). È così che vocaboli quotidiani e semplici come suicida, vivere, il canto, riposa… catturano l’attenzione del lettore sia graficamente, perché inseriti in versicoli o resi parole – verso, sia per la loro ricchezza semantica, esaltata dalla scrittura scarna e asciutta del poeta, che costringe a una lettura lenta e sillabata, che mette in risalto la tragicità del fallimento di questa vita.

Alla stessa ricerca di pregnanza e di semplicità sono dovute l’assenza di punteggiatura (l’inizio dei periodi è infatti segnalato solo da lettere maiuscole) e la presenza di poche – ma significative –  figure retoriche: gli enjambement, che pongono in primo piano i vocaboli più significativi del testo (particolarmente ben riuscito quello tra i versi 1 e 2, che letti insieme formano un tradizionale novenario e che invece, così spezzati, pongono in primo piano il nome del protagonista, e quello tra i versi 33 e 34, in cui si ha la massima disarticolazione della sintassi per valorizzare l’aggettivo decomposta), la ripetizione delle negazioni (che sottolinea ciò che la vita ha tolto all’infelice Sceab, che non aveva, non era, non sapeva) e due metafore, una floreale, appassito vicolo in discesa (v. 27) e l’altra, decomposta fiera (v. 34), quasi ossimorica, in cui il vicolo e la fiera alludono alla vita, terminata anzitempo (alla morte rimandano, infatti, i fiori appassiti – delle corone funebri – e la decomposizione, in una sorta di climax che annienta e consegna all’oblio la materia che conclude il suo ciclo vitale).

Altrettanto interessanti le forme verbali utilizzate per l’amico: l’imperfetto ne descrive la condizione esistenziale, il passato remoto ricapitola in modo lapidario i momenti più salienti della vita, il presente, riposa, usato una sola volta al verso 28, ne mette tragicamente in evidenza il fallimento, l’unica dimensione destinata a durare nel tempo. L’accostamento, nella strofa finale, del presente io so ancora, riferito al poeta, al passato remoto che visse, detto dell’amico, diventa così (anche grazie all’allitterazione della lettera s – che crea quasi un sussurro – e alla destrutturazione di un musicale endecasillabo in tre versicoli) l’evidente tentativo del poeta di eternare il ricordo dello sfortunato Moammed e, allo stesso tempo, di assolvere all’alta funzione civile e morale che egli affida alla sua poesia, funzione che non è solo quella di raccontare esistenze ma anche – e soprattutto – quella di trasmettere una profonda, dolorosa e intensa riflessione sull’uomo e sulla vita.

Merita infine un piccolo spazio una curiosità. Nella prima edizione de Il porto sepolto, uscita nel 1916, e nell’edizione del 1919 di Allegria di naufragi questa poesia si chiudeva con una strofa di tre versi

Saprò
fino al mio turno
di morire

che è stata eliminata nelle edizioni successive. Come abbiamo già avuto modo di vedere per la lirica intitolata Solitudine, le varianti d’autore hanno sempre una spiegazione e aiutano a comprendere meglio il messaggio del poeta. Forse Ungaretti, in un secondo momento, ha ritenuto questi versi inutili per il senso globale (immaginiamo, infatti, che non dimenticherà un ricordo così prezioso anche con il passare del tempo!) e troppo costruiti nella forma, perché saprò rimanda a so e morire si contrappone a visse. La chiusa attuale, invece, lascia il ricordo di Moammed sospeso e destinato a vincere definitivamente il tempo, perché non più limitato alla vita del poeta ma affidato a noi lettori, che a nostra volta continueremo a renderlo immortale consegnando quella memoria – usata nelle formule delle sepolture e che non a caso dà il titolo al componimento – ad altri lettori, proprio come io sto facendo con voi…

Note

1. Di emiri di nomadi: degli esponenti più in vista di una tribù nomade del deserto.
2. Sciogliere … abbandono: non era capace di esprimere in versi la sua sofferenza.
3. L’ho accompagnato: al cimitero.
4. Appassito: squallido come un fiore appassito.
5. Decomposta fiera: di una fiera ormai terminata (che lascia ovunque disordine e sporcizia).

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