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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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LA FORMAZIONE DELL’ITALIANO: fonetica

in IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA

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A causa della scarsità di documenti in grado di fornirci testimonianze della comunicazione orale e quotidiana risulta difficile – se non impossibile – ricostruire l’esatta successione dei fenomeni linguistici che, nel corso dei secoli, determinarono la trasformazione del latino nei volgari italiani; è però possibile ipotizzare o illustrare – a seconda dei diversi fenomeni – le principali trasformazioni subite dal latino grazie alle leggi di sviluppo linguistico, delle norme che dimostrano la regolarità e la prevedibilità di alcuni cambiamenti.

Vediamo dunque insieme alcune delle più interessanti e significative trasformazioni che si sono verificate durante questo passaggio, mettendo due punti fermi: il primo, che gli esiti di questi cambiamenti furono diversi nei volgari dell’Italia; il secondo, che tutti i fenomeni si muovono nell’ambito della semplificazione della struttura linguistica, normalizzando le forme ed eliminando accezioni e usi particolari, che risultavano di difficile comprensione per persone perlopiù incolte.

 

FONETICA

Vocalismo

 

Le cinque vocali latine venivano pronunciate in modo diverso a seconda della loro quantità, risultando, di fatto, dieci: esse potevano infatti essere lunghe (pronuncia lunga, indicata con un trattino -, per cui ā deve avere una sorta di “tenuta” del suono, che ne raddoppia la durata in aa) o brevi (pronuncia breve, indicata con un piccolo semicerchio rivolto verso l’alto ͝   , per cui ă equivale ad a).

Questa differenza era molto rilevante nella lingua latina, perché aveva valore distintivo sia per indicare le diverse funzioni della parola nella frase (per esempio rosa con la a breve indicava il soggetto, con la a lunga diversi complementi) sia per differenziare vocaboli omografi, ma non omofoni. Nonostante questa importante funzione la differenziazione delle vocali in lunga e breve venne meno, nel latino volgare, fin dal I secolo d. C., come ci testimonia Sant’Agostino (354 – 430 d. C.), che afferma che le orecchie africane non distinguono tra abbreviamento e allungamento delle vocali, in particolare di quelle accentate. Di qui la necessità di sostituire il concetto di quantità con quello di timbro, cioè con la maggior o minor apertura o chiusura del suono ottenuta con una differente impostazione della cavità orale nella pronuncia, che ha portato a esiti diversi nelle vocali toniche (cioè portatrici di accento) e in quelle atone (cioè senza accento).

 

Vocali toniche

 VOCALE  TRASFORMAZIONE SUBITA

 

ESEMPI

 

 Ā e Ă

 

restano A

 

 

Annus > anno

 

 Ī  resta I

 

Amicus > amico

 

 Ĭ e Ē diventano É (chiusa)

 

Capillum > capello

Tectum > tetto

 

 Ĕ

 

diventa IE se seguita da una sola consonante

diventa È (aperta) se seguita da due consonanti

 

Heri > ieri

Herba > erba

 Ŏ

 

diventa UO se seguita da una sola consonante

diventa Ò (aperta) se seguita da due consonanti

 

 Bonus > buono

Noctem > notte

 Ō e Ŭ  diventano Ó (chiusa)

 

Donum > dono

Gula  > gola

 

 Ū

 

resta U

 

 Luna > luna

 

Vocali atone

 

 

VOCALE

 

 TRASFORMAZIONE SUBITA  ESEMPI
 Ā e Ă

 

restano A

 

 Levare > levare
 Ī  resta I

 

Venis > vieni

 

 Ĭ, Ē e Ĕ  diventano E

 

Septem > sette

 

 

Ō e Ŏ

Ū e Ŭ

 

 diventano O

Octo > otto

Focum > fuoco

 

Dittonghi

 

I pochi dittonghi latini subiscono delle trasformazioni che portano alla loro chiusura:

AE si riduce a una vocale sola (cioè monottonga) già nel I secolo d. C.; si trasforma poi in è (aperta): per esempio, caelum diventa cielo

sempre nel I secolo d. C. anche OE si riduce a una vocale sola, per dare poi in italiano é (stretta o chiusa): per esempio poena diventa pena

infine il dittongo AU diventa ó (stretta o chiusa): per esempio causa diventa cosa. Nei termini dotti, invece, preservati da parlanti più corretti, questo fenomeno non accade: aureum, infatti, resta aureo.

 

Caduta di vocali

 

In alcune parole si verificarono prima l’indebolimento e poi la caduta di vocali non accentate e interconsonantiche: questo fenomeno, già attestato nell’età classica, riguardò in particolare la vocale I e la vocale U che si trovavano in vocaboli con l’accento sulla terzultima sillaba e che seguivano immediatamente la sillaba con l’accento: è così che dómina diventa domna, cálidum caldum

Tutto ciò è facilmente spiegabile tenendo conto del fatto che nel parlato le vocali senza l’accento sono più deboli delle vocali con l’accento. In parole di tre sillabe e con l’accento sulla terzultima, la sillaba centrale è più debole delle altre, perché il parlante, per ragioni di rapidità di pronuncia, tende ad avvicinare la prima e la terza sillaba con il sacrificio della seconda: è più facile e più comodo dire domna che non dómina.

Troviamo un’interessante testimonianza di questo fenomeno, chiamato sincope della vocale interna postonica, nell’Appendix Probi, un breve testo in cui un anonimo maestro di scuola del III o IV secolo d.C. corregge gli errori più frequenti dei suoi alunni, che riguardano proprio questo fenomeno e le già citate trasformazioni vocaliche.

TESTO: Appendix Probi

 

Consonantismo

 

L’evoluzione delle consonanti dal latino all’italiano è davvero complessa e caratterizzata da molti fenomeni, che all’inizio influirono, probabilmente, solo sul modo di pronunciare le parole e poi, in un secondo tempo, anche sulla grafia. Vediamo insieme i più importanti.

Progressiva scomparsa dell’aspirazione. Essa, indicata graficamente con la lettera h, andò perdendosi con il tempo: la dimostrazione è l’assenza della h nella parola italiana uomo, che la presenta nel corrispettivo latino. Si è dunque verificato questo passaggio: homo > omo > uomo.

Lenizione: alcune consonanti occlusive sorde, collocate tra due vocali, diventano sonore: per esempio lacus diventa lago e litus diventa lido.

Palatalizzazione. Le consonanti velari (pronunciate in gola) G e C diventano palatali (pronunciate nel palato) davanti alle vocali palatali e e i: la c, che si pronunciava come occlusiva velare (il ch italiano), diventa c, per cui centum (chentum) diventa centu e poi cento.

Caduta delle consonanti finali di parola. Molte parole latine terminavano per consonante: queste ultime, con il passar del tempo, vennero pronunciate sempre più debolmente e ciò ne determinò la caduta. Questo fenomeno fonetico diede un duro colpo alla struttura della frase latina, perché minò alle radici il sistema della declinazione, in base al quale le desinenze indicano la funzione logica. Sempre in conseguenza di questo fenomeno, la u residua — dopo la caduta della consonante — si mutò in o (populum > populu > populo). Ci danno testimonianza di questa caduta molte iscrizioni ritrovate a Pompei.

TESTO: CIL IV 1173

Modificazione dei gruppi consonantici CL-, FL-, GL-, PL-. In latino ci sono molte parole con questi gruppi, che sono conservati immutati solo in pochi vocaboli italiani: flora (da floram), classe (da classem)… La lingua italiana tende a trasformare la consonante l in i: clamare > chiamare, flumen > fiume, glacies > ghiaccio, pluma > piuma.

Trasformazione dei nessi TI- e DI- in Z: questo fenomeno risulta evidente se si mettono a confronto il latino nationem e l’italiano nazione, il latino medium e l’italiano mezzo.

Assimilazione di due consonanti. L’italiano possiede una grande quantità di parole con una consonante doppia: la spiegazione si trova nell’assimilazione di consonanti diverse nel passaggio dal latino all’italiano (columna > colonna, domna > donna). Questo fenomeno riguarda soprattutto i gruppi latini -ct- e -pt-: actus > atto, septem > sette. Lo stesso vale per la X (= c + s): saxum > sasso.

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