Primi documenti del volgare italiano
in IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA
Le testimonianze delle fasi più antiche della lingua volgare sono particolarmente importanti, perché ci permettono non solo di conoscere i passaggi che hanno determinato la nascita della nostra lingua, ma anche di verificare gli sforzi con cui si cercava di tradurre in segni quello che era suono, cioè il parlato quotidiano, perché questa lingua nacque, come abbiamo avuto modo di vedere, prevalentemente per la comunicazione orale: proprio per questo motivo tali testimonianze sono decisamente poco numerose
Le prime attestazioni – spesso frammentarie e trasmesse in modo casuale – risalgono ai secoli VIII, IX e X e sono quasi esclusivamente costituite da frasi in volgare regionale italiano inserite in documenti di due diverse tipologie. La prima è quella legata all’ambiente cancelleresco, cioè agli atti giuridici e notarili che risolvono questioni private: spesso, infatti, il notaio redigeva l’atto in latino (più o meno corretto!), ma riproduceva in volgare le frasi con cui i testimoni avevano giurato, per fare in modo che esse avessero valore giuridico; la seconda tipologia è quella dei documenti di commercio e finanza, in cui i mercanti, per la registrazione dei loro affari, utilizzavano una sorta di lingua franca, la mercantesca, che serviva a mettere in comunicazione aree geografiche linguisticamente differenti.
Dall’ XI secolo i documenti del volgare diventano sempre più frequenti: la crescente affermazione nell’ambito della vita quotidiana e sociale – per favorire il lavoro, le intese e le relazioni, soprattutto tra mercanti, artigiani e notai – è confermata dal fatto che essi si trovano ancora perlopiù in atti giudiziari e di compravendita, in testamenti, annotazioni mercantili, inventari, libri di conti, passaggi di proprietà, note di spesa, osservazioni a margine di testi in latino (che hanno lo scopo di rendere le proprie parole comprensibili a destinatari non colti o di aggiungere un commento informale a un testo ufficiale)…
Si possono citare a titolo di esempio e senza farne oggetto di analisi – che riserveremo alle testimonianze più rappresentative – il verbale di un interrogatorio senese del 715 (in cui, oltre alla sintassi già fortemente paratattica, spicca un et non te posso contendere, con l’uso del verbo volgare posso al posto del verbo latino possum), un atto di compravendita stipulato a Pisa nel 730 (in cui un confine è definito con l’espressione de uno latere corre via publica), il Conto navale pisano, della fine dell’XI secolo o primi decenni del XII (un elenco di spese sostenute per costruire ed equipaggiare delle navi), la Carta consolare pisana, un documento giuridico – cancelleresco interamente in sardo, databile intorno al 1080 (che illustra il privilegio – l’esenzione da tutti i tributi commerciali – concesso dal giudice di Torres ai mercanti pisani, che attesta un uso cancelleresco del volgare molto anticipato rispetto all’Italia peninsulare), la Carta di Travale (una zona di Volterra) databile al 1158 e contenuta in documenti notarili che dirimevano una contesa tra due potenti famiglie della zona, e infine i frammenti di un libro di banchieri fiorentini del 1211 (in cui per la prima volta appare, sotto forma di rozzi appunti, il volgare fiorentino parlato dai mercanti, che, non facendo riferimento a un notaio per la contabilità, si segnavano in volgare gli appunti necessari per i conti).
Vi è solo un documento che esula dall’ambito commerciale e cancelleresco e che può essere considerato paraletterario: un frammento di 317 versi (con didascalie) di una Passione di Cristo, databile al XII secolo e rinvenuto nel 1936 nel monastero di Montecassino su una pergamena usata per rilegare un codice. In questo dramma – il più antico di cui si ha notizia in Italia – il testo è in latino, ma il pianto della Madonna è espresso da tre versi in volgare:
Eo te portai nillu meu ventre,
quando te beio, moro presente.
Nillu teu regnu agime a mmente.
Io ti ho portato nel mio ventre,
quando ti vedo, muoio subito.
Nel tuo regno, ricordati di me.
La scelta di far parlare con la lingua del popolo la Vergine Maria – in ginocchio ai piedi della croce in compagnia di Giovanni e delle pie donne – non è certamente casuale: il suo straziante lamento poteva così arrivare, chiaro e comprensibile, alle orecchie di tutti coloro che assistevano alla rappresentazione della Passione di Cristo durante i riti della Settimana Santa.
I documenti citati permettono di ricostruire anche influenze, rapporti e scambi: i volgari parlati nella Val Padana, per esempio, subiscono notevoli influenze da quelli della Provenza e della Catalogna, zone con cui erano frequenti gli scambi commerciali, mentre quelli del Meridione e dei territori controllati dai Longobardi restano più vicini al modello latino, ben assimilato da entrambi.
Ovviamente, come abbiamo già avuto modo di anticipare, non si può ancora parlare di una lingua italiana: ciò sarà possibile solo dal momento in cui s’inizierà a riflettere sulle parlate locali per utilizzarle non solo per comunicare, in modo da favorire il lavoro, gli accordi e le relazioni tra mercanti, artigiani e notai, ma anche per significare, cioè per trasformarle in veicolo di contenuti alti espressi in una forma elaborata artisticamente, mediante l’eliminazione dei vocaboli troppo connotati in senso regionale e la successiva nobilitazione attraverso il modello latino, in grado di dirozzare e levigare la nuova lingua risultante. Non si tratterà di un passaggio facile: molti poeti e scrittori si opporranno infatti per secoli all’idea di concedere al volgare la dignità di una lingua che poteva essere usata per l’espressione artistica.

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