Erinni
in IL MITO / LETTERATURA GRECA
Le Erinni, il cui nome significa le irate, erano forze primitive della maledizione e della vendetta; non riconoscevano l’autorità degli dèi della generazione più giovane – che abitavano l’Olimpo – e non avevano altra legge se non sé stesse.
Il poeta Esiodo ci racconta che nacquero – in un modo decisamente strano – da Gea, la forza generatrice della Terra, madre di tutti gli esseri viventi. Gea aveva infatti chiesto a Crono, suo figlio, di evirare il padre Urano, che, avendo in odio i propri figli, li costringeva a restare nascosti nelle profondità della madre. Crono, armato di una lunga e affilata falce, assalì il padre di sorpresa mentre stava avendo un rapporto con la madre e lo evirò: ma alcune gocce di sangue, cadute a terra, fecondarono Gea, che partorì le Erinni, i Giganti e delle divinità degli alberi. Secondo un’altra tradizione, legata a una tragedia di Eschilo, le Eumenidi, le Erinni sarebbero invece figlie della Notte, la divinità cosmica primordiale delle tenebre, e di Crono.
Le Erinni erano esseri mostruosi, nate già vecchie, con la pelle color carbone, teste di cane, occhi iniettati di sangue, grandi ali di pipistrello e piedi di bronzo; indossavano una veste nera e insanguinata, erano munite di fruste di cuoio con punte di ferro e di fiaccole; avevano dei serpenti arrotolati alle mani – con unghie lunghe come artigli – e tra i capelli; urlavano e latravano come cani, avevano un alito mortifero, emanavano un fetore pestilenziale e dimoravano nell’Erebo, la parte più oscura e profonda degli Inferi (proprio come il desiderio di vendetta abita nel profondo dell’animo umano).
La tradizione ce le presenta con un numero imprecisato, ma, a partire dal V secolo a.C., con le tragedie di Euripide, ne vengono citate solo tre: Aletto (il turbamento), Tisifone (la vendetta) e Megera (l’odio). La loro ragione di vita, illustrata fin dai poemi omerici, era quella di perseguitare tutti coloro che avevano commesso dei delitti nell’ambito della famiglia, che avevano giurato il falso, che avevano alterato l’ordine morale e sociale con le loro azioni malvagie (per esempio non avendo riguardo degli anziani, dei deboli e degli ospiti) oppure che si erano macchiati di hýbris, la tracotanza, di cui l’uomo pecca ogni volta che vuole superare i propri limiti o non rispetta gli dèi. Contro tutti costoro le Erinni si accanivano senza tregua, colpendoli con ogni sorta di tormento (discordie, guerre, pestilenze, rimorsi, allucinazioni…) fino a quando non impazzivano o espiavano la propria colpa, ristabilendo così la giustizia compromessa, dando soddisfazione dei torti recati, purificando il proprio peccato e allontanando il male compiuto. In assenza di pentimento il colpevole continuava a essere perseguitato anche dopo la morte.
Tra le vittime delle Erinni ci fu, per esempio, la casa di Agamennone, colpevole di aver sacrificato la figlia Ifigenia per propiziare la partenza della flotta per la guerra di Troia: al ritorno dalla spedizione Agamennone fu assassinato dalla moglie Clitemnestra, che fu poi a sua volta uccisa, per vendicare il padre, dal figlio Oreste, che le Erinni perseguitarono a lungo come assassino della madre, finché fu assolto dal tribunale dell’Areopago (e una versione del mito vuole che proprio per questo motivo una delle Erinni, Tisifone, si sia impiccata per espiare la morte della madre avvenuta per mano del figlio). L’intera vicenda è raccontata dal poeta Eschilo nella trilogia intitolata Orestea, l’unica che ci è giunta per intero di tutto il teatro tragico greco, che fu rappresentata ad Atene nel 458 a. C. e che comprende Agamennone, Coefore ed Eumenidi.
In realtà le Erinni potevano colpire anche per vendetta personale: Tisifone, per esempio, non esitò a far mordere da uno dei serpenti della propria capigliatura il giovane e bellissimo re di Platea, Citerone, di cui si era innamorata ma da cui non era ricambiata. Per ricordare lo sfortunato re, i sudditi decisero di attribuire il suo nome a un monte situato tra la Beozia e l’Attica, a nord-ovest del Golfo di Corinto. Secondo un altro mito, raccontato dallo pseudo Plutarco, Citerone aveva un fratello, Elicone, molto dolce e gentile. Citerone, collerico e cattivo, uccise il padre e gettò il fratello da una roccia, piombando però nel vuoto insieme a lui. Gli abitanti della regione decisero di ricordare i due fratelli attribuendo i loro nomi a due montagne situate vicine: il Citerone rievocava il fratello cattivo, ed era infatti considerato la sede delle Erinni, l’Elicona il fratello buono, ed era infatti la sede delle Muse.
Le Erinni erano particolarmente venerate a Colono (un sobborgo di Atene), nel Peloponneso e ad Argo; nelle cerimonie in loro onore venivano sacrificati agnelli e pecore nere su altari di terra nera, si libava con una bevanda fatta con miele e acqua e si indossavano corone di narcisi, il fiore della dimenticanza: questi omaggi, unitamente all’espiazione della colpa da parte della persona che dovevano punire, le trasformarono – dalla fine del V secolo a. C. – da implacabili vendicatrici in Eumenidi, Benevoli. Questo secondo nome era utilizzato soprattutto in Attica, sia per lusingarle – nel tentativo di allontanare i loro malefici e la loro collera – sia per esaltarne l’azione punitrice: esse, infatti, castigando i malvagi, procuravano benessere ai buoni. La trasformazione da Erinni in Eumenidi allude, in realtà, all’evoluzione del diritto greco, che, da implacabile e gestito dalle famiglie, venne affidato ai tribunali dell’Atene democratica, che sostituirono la vendetta privata con pene stabilite dalla legge, dimostrando che è possibile far vincere la ragione sull’istinto.
Le Erinni furono identificate dai Romani con le Furie o Dire, concepite come divinità dei castighi infernali, che tormentano le anime dei defunti con le loro fruste e le terrorizzano con i serpenti: secondo alcuni studiosi queste raffigurazioni, particolarmente forti, possono essere ricondotte all’influenza della religione etrusca, che concepiva l’Aldilà come un luogo popolato da terribili mostri (e infatti creature simili alle Furie si trovano spesso rappresentate su sarcofagi etruschi).

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