La nascita del volgare (seconda parte)
in IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA
Le parlate locali di matrice latina che si formarono dopo la caduta dell’Impero romano subirono un processo di trasformazione relativamente rapido, favorito dal particolarismo della vita feudale e dalla scarsezza degli scambi intellettuali ed economico – sociali, determinata dal fatto che le vie di comunicazione erano sempre più malsicure e per questo meno praticate.
Con il rifiorire della vita intellettuale ed economica favorito dalla rinascita non si tornò, dunque, se non negli ambienti dell’alta cultura, al latino letterario (che ormai, comunque, si era corrotto, tanto che per differenziarlo da quello classico lo si definisce prima basso – o tardo – latino e poi latino medioevale), ma ci si servì di queste nuove parlate. Si originò, pertanto, il fenomeno che gli studiosi chiamano diglossia, termine che definisce la condizione in cui i membri di una comunità utilizzano due lingue diverse, riservando a ciascuna una specifica funzione: in questo caso il latino, ritenuto più prestigioso, era usato dalle persone colte per la comunicazione letteraria (cui restava anche il monopolio della scrittura), mentre il volgare derivato dal latino parlato, reputato inferiore, era impiegato per la comunicazione quotidiana dalle masse contadine, dagli abitanti delle città, dall’aristocrazia e dalla nobiltà feudale, spesso analfabeta.
La lingua latina, intanto, si arricchiva sempre più di vocaboli mutuati dal volgare, capace di esprimere i concetti, come abbiamo avuto modo di vedere nella lezione precedente, in modo concreto e pregnante; chi invece usava il volgare cercava di nobilitare la sua parlata con suoni, cadenze, vocaboli e costruzioni latini o latineggianti, che apparivano come forme esemplari e privilegiate: si può dunque parlare di uno scambio intenso tra le due lingue.
Questa situazione di bilinguismo fu riconosciuta anche dalle istituzioni, come attestano atti pubblici, documenti politici e testi dei sermoni: è dell’813 un capitolare carolingio, scritto in seguito al Concilio di Tours – patrocinato da Carlo Magno – che imponeva ai vescovi di studiare i testi sacri nella loro originale veste latina e di scrivere gli atti ufficiali della Chiesa in un latino corretto, per creare una completa integrazione tra potere politico e religioso; contemporaneamente, però, si imponeva anche di usare la rusticam romanam linguam (la lingua volgare romanza) o la thiotiscam (la lingua tedesca) nelle prediche, perché tutti possano più facilmente capire ciò che si dice. Queste disposizioni costituiscono una chiara testimonianza del fatto che il latino era ormai appannaggio di una ristretta cerchia di dotti e di chierici, che la bilinguità era consapevole e, soprattutto, che la gente comune e il clero inferiore non comprendevano più il latino (al punto che nel testo si utilizza, per imporre nelle omelie l’uso della rusticam romanam linguam, il verbo transferre, tradurre, che attesta la presa di coscienza dell’esistenza di una nuova lingua, quella volgare, diversa da quella latina).
Il fenomeno continuò, finché in ogni regione uno di questi linguaggi locali, derivato dal latino volgare, prevalse sugli altri: nascevano così le lingue neolatine, profondamente diverse dalla comune lingua latina che le aveva originate ed estranee le une alle altre, perché dotate di caratteristiche proprie – determinate dai sostrati e dai superstrati – nella fonetica, nella morfologia, nella sintassi e nel lessico.
La sempre più marcata differenziazione di queste lingue può essere efficacemente illustrata con quanto si verificò a Strasburgo il 14 febbraio 842, quando Carlo il Calvo e Ludovico il Germanico divennero i legittimi successori di Carlo Magno, il primo per l’Occidente e il secondo per l’Oriente, promettendosi reciproca fedeltà: uno storico dell’epoca, Nitardo, ci ha conservato le loro formule di giuramento che attestano che, per poter essere capiti dalle truppe presenti, Carlo il Calvo giurò in volgare francese e Ludovico il Germanico in volgare germanico. Tali giuramenti documentano non solo la differenza tra i due volgari, ma anche la distanza che ormai li separa dalla comune matrice latina.
TESTO: I giuramenti di Strasburgo
Le più importanti lingue derivate dal latino sono raggruppabili in quattro macro- aree geografiche: tra di loro ci sono il portoghese (nella fase medioevale chiamato gallego), il catalano, il basco, il castigliano e l’aragonese (nella prima zona, la penisola iberica); la lingua d’oc e la lingua d’oïl (nella seconda, in Francia); i linguaggi regionali della terza zona, l’Italia, con il sardo e il ladino (quest’ultimo usato nelle aree dolomitiche, in alcune valli del Trentino Alto Adige e in parte del Friuli); il romeno, il dalmatico (parlato nelle coste della Dalmazia e nelle isole adriatiche, estinto dalla fine del XIX secolo, perché vinto dagli idiomi slavi) e il moldavo (nell’ultima area, quella daco – illirica).
La sempre crescente dignità acquistata nel tempo trasformò i volgari da linguaggi orali in lingue scritte, pronte a essere fissate nell’uso letterario. Occorre però ricordare che non tutte queste lingue sono diventate nazionali: il sardo, per esempio, è riconosciuto come una lingua, ma la sua diffusione non coincide con nessuna entità statuale.
In Italia il volgare faticò a farsi spazio a causa dell’enorme prestigio e della grande diffusione del latino, strenuamente difeso e sempre utilizzato dalla Chiesa. Quando ciò avvenne, si formarono numerosi volgari regionali: tale varietà era dovuta al fatto che, dopo la fusione d’invasori e invasi, il territorio era organizzato prima in piccoli staterelli feudali (gestiti da principi, conti, marchesi) e successivamente in comuni, tra cui le comunicazioni erano scarse (anche perché spesso nemici tra loro). L’estremo frazionamento linguistico – determinato anche dalla presenza di diversi sostrati – era quindi diretta conseguenza del frazionamento politico: Dante Alighieri, nel De vulgari eloquentia (Sull’eloquenza del volgare), una delle sue opere maggiori, scritta tra 1303 e il 1305, distingue ben quattordici volgari importanti nell’Italia dei suoi giorni (tra cui il genovese, il toscano, il siciliano, il lombardo, il friulano…), oltre ad un numero imprecisato di parlate locali, diverse non solo da regione a regione, ma anche da centro abitato a centro abitato, proprio come accade con i dialetti (che, ricordiamo, sono lingue che non hanno raggiunto una codificazione scritta, non sono regolamentate da stringenti norme grammaticali e non si usano, in genere, per circostanze comunicative di livello alto).
Fino a circa la metà del XIV secolo tutti questi volgari godevano dello stesso prestigio socio – culturale e venivano utilizzati per diversi tipi di comunicazione, sia nella vita politica che in quella amministrativa; allo stesso modo erano impiegati per le prime forme di scrittura letteraria, come attestano l’umbro del Cantico delle creature di San Francesco d’Assisi, il lombardo delle opere di Bonvesin de la Ripa, il siciliano dei poeti che lavorarono alla corte di Federico II…
Poi, però, tra tutti i volgari italiani ad avere la meglio fu la varietà toscana, in particolar modo quella fiorentina, che prevalse sugli altri
- per la maggior conformità con il latino letterario
- per la posizione geografica della Toscana – posta quasi al centro della penisola – che la metteva in condizione di estendere la propria influenza culturale a nord e a sud
- per la storia di quei luoghi, meno soggetti a invasioni, e quindi più dediti alla pratica letteraria
- perché la nostra letteratura delle origini, nei secoli XIII e XIV, dopo un breve e caduco fiorire in altre regioni d’Italia (soprattutto in Sicilia, ma anche in Lombardia e in Umbria) fu tutta toscana. Il merito di aver fatto prevalere il fiorentino sugli altri volgari spetta ad autori come Dante Alighieri, Francesco Petrarca e Giovanni Boccaccio, che scrissero le loro opere in un fiorentino ripulito dalle forme più popolari e municipali e impreziosito da vocaboli derivanti dal latino letterario e da altre lingue neolatine.
Questa lingua, per la grandezza di coloro che la usarono, divenne un modello per tutti gli autori che seguirono: così, per molti secoli, il fiorentino è stato la lingua ufficiale della letteratura, mentre per le comunicazioni quotidiane si continuavano a preferire le parlate locali.
Solo dopo l’unificazione dell’Italia, il fiorentino, trasformato dall’uso in italiano – perché, una volta privato delle caratteristiche più marcatamente locali, è stato reso prodotto ed espressione di un intero popolo – è diventato davvero la lingua di tutti gli italiani.

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