La nascita del volgare (prima parte)
in IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA
La lingua italiana ha alle spalle una lunga storia, perché ogni lingua cambia nel tempo – assai lentamente e per opera d’intere generazioni di uomini – adeguandosi alle esigenze di chi la usa per comunicare: per questo motivo nascono parole nuove (i cosiddetti neologismi), altre cadono in disuso oppure cambiano il loro significato, altre ancora – dette forestierismi, esotismi o barbarismi – sono importate da lingue straniere (rimanendo inalterate o adattandosi alla lingua che le accoglie).
L’italiano, come il francese, il rumeno, lo spagnolo – tanto per fare alcuni esempi – deriva dalla lingua latina: questo non significa che esso si è generato staccandosi dalla madre, ma che è la stessa lingua latina in un particolare momento della sua storia. Quando noi parliamo o scriviamo in italiano usiamo, senza saperlo, una gran quantità (circa l’80%) di vocaboli che derivano dal latino, a riprova del fatto che questa lingua non è mai morta, anzi, è tuttora viva e presente in mezzo a noi. Questo perché la lingua latina si è trasformata – con un lungo processo durato dal III – IV secolo d. C. fino all’ VIII – IX secolo d. C. – in nuove lingue, dette neolatine o romanze, di cui italiano, spagnolo, francese e rumeno sono appunto solo alcuni esempi. Si può avere una conferma dello stretto legame che intercorre tra loro mettendo a confronto il vocabolo luna, che si scrive in latino luna, in italiano luna, in francese lune, in spagnolo luna e in rumeno luna. Proprio per sottolinearne la comune derivazione dal latino, queste lingue sono definite, come detto, neolatine (lingue latine nuove) o romanze, termine che deriva dall’espressione romanice loqui (parlare alla maniera degli abitanti dell’Impero romano) e dall’aggettivo romanicus (colui che parla la lingua latina) [1].
Ma prima di arrivare alla nascita di queste lingue e prima di comprendere perché esse presentino notevoli somiglianze – ma anche altrettanto evidenti differenze – bisogna tornare molto indietro nel tempo. Il latino deriva dall’indoeuropeo. Spetta ai linguisti dell’Ottocento la scoperta dell’esistenza di una famiglia linguistica da cui ebbero origine il greco, gli idiomi germanici, slavi, indiani, e il latino, scoperta a cui gli studiosi pervennero mettendo a confronto vocaboli appartenenti a queste lingue. Grazie a questo metodo comparativo gli studiosi sono stati in grado di capire che numerose lingue sono imparentate tra loro poiché discendono da un capostipite comune – ricostruito ma non attestato – che è stato chiamato indoeuropeo, poiché parlato – dall’India all’Europa – da popolazioni nomadi, che in un periodo molto lungo – dal 2000 al 500 a.C. – si spostarono continuamente in cerca di cibo.
Roma fu fondata nel 753 a.C. proprio da una tribù di origine indoeuropea, quella dei Latini: la sua lingua, il latino, originariamente parlata solo a Roma (e comunque non al di là della riva destra del Tevere) – le cui prime attestazioni scritte risalgono al III secolo a. C. – divenne, in seguito alla creazione dell’Impero romano, quella più usata in tutta la parte allora conosciuta dell’Occidente. Questo accadeva perché Roma romanizzava le popolazioni appena sottomesse così radicalmente da imporre non solo leggi, istituzioni, usi e costumi, ma anche la propria lingua. L’area linguistica interessata da questo processo è chiamata Romània, un vocabolo già in uso nei testi latini dei secoli IV e V d. C., che designa l’insieme dei territori in cui si parlava latino (e si continuò a parlare anche dopo il crollo dell’Impero) e che coincide – più o meno – con la parte occidentale dell’Impero romano.
Il linguaggio che i Romani portavano nelle nuove terre non era certamente la lingua latina letteraria (il latino classico, usato nel I secolo a. C. da autori come Cicerone, Orazio, Virgilio…), ma il cosiddetto latino volgare, cioè quello parlato dalle classi più umili, in particolare dai contadini e dai soldati che andavano ad abitare nei territori appena sottomessi. Esso è definito vulgaris perché il termine vulgus, in latino, indica il popolo: l’aggettivo vulgaris, che da esso deriva, vale, pertanto, comune a tutti. Il latino volgare è a volte definito anche sermo plebeius (perché parlato dai plebei, cioè dalla classe sociale più bassa) o sermo rusticus (proprio della campagna). Conosciamo questa lingua soltanto da iscrizioni su lapidi, da epitafi sepolcrali, da incisioni sui muri di Pompei (che l’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha conservato intatte fino a oggi) e da documenti commerciali. Il latino si articolava e spaziava, quindi, da linguaggio della conversazione colta a linguaggio della plebe e del contado.
In tutto il territorio dell’Impero – che raggiunse la sua massima espansione con l’imperatore Traiano, quando si estese per ben sei milioni di chilometri quadrati! -, vediamo dunque agire:
LATINO LETTERARIO (Sermo doctus)
è usato dal ceto alto e colto (quello che detta la norma linguistica) in ambito giuridico, politico e letterario per discorsi ufficiali, documenti, opere e attività scolastica; è un latino molto attento alle regole e, proprio per questo, poco soggetto a cambiamenti. Pur lontano dal suo massimo splendore (che coincide con il latino del periodo compreso tra il 100 a.C. e il 100 d.C., gli anni in cui vissero i più grandi scrittori e letterati romani, come Cicerone, Virgilio, Ovidio…), conserva ancora i tratti caratterizzanti di quella lingua, che si sforza di imitare e che i grammatici cristallizzano in manuali.
LATINO VOLGARE (Sermo vulgaris, plebeius, rusticus)
non deve essere considerato una lingua diversa dal latino letterario – che fino al II secolo d.C. è ancora capito anche da chi parla il latino volgare – ma una sua variante: si tratta, infatti, di un latino più colloquiale, che il parlante utilizza in contesti quotidiani, familiari e informali, abbassando il livello della lingua di cui si avvale negli ambiti formali (sappiamo per certo, per esempio, che uno dei più grandi scrittori latini, Cicerone, usò il sermo vulgaris in alcune delle sue lettere non destinate alla pubblicazione). Questo latino cambia più profondamente e più rapidamente del latino letterario, perché aperto alle innovazioni e meno sottoposto a vincoli grammaticali, cosicché le infrazioni alle norme, anziché essere respinte, possono diventare delle nuove regole, soprattutto se in grado di semplificare la lingua.
SOSTRATO
è costituito dalle lingue usate prima della latinizzazione. È opportuno ricordare, infatti, che quando una lingua s’impone su un’area geografica, non sostituisce la lingua di questa zona, ma vi s’innesta: gli abitanti dei luoghi colonizzati la apprendono gradualmente, fino a quando le loro lingue originarie non diventano sostrati, cioè lingue di fondo, destinate a riemergere come lingue autonome non appena cessi il controllo degli invasori (nel nostro caso con la caduta dell’Impero romano, quando sarà il latino a costituire il sostrato comune).
La lingua italiana ha avuto – attraverso il latino – moltissime azioni di sostrato, perché diversi popoli (Veneti, Volsci, Galli, Greci, Etruschi…) lasciarono tracce linguistiche che furono acquisite dal latino sotto forma di abitudini di pronuncia, di procedimenti morfologici e sintattici e, soprattutto, di eredità lessicali (in particolare la denominazione di piante, di attrezzi agricoli, di cibi, di capi di abbigliamento…).
SUPERSTRATO
è meno importante, perché non intaccò la struttura fondamentale della lingua latina, ma ne arricchì semplicemente il lessico: è quello proprio dei popoli invasori – che si insediarono nel tempo nei territori dell’Impero romano – e in particolare delle popolazioni germaniche, come Goti, Longobardi e Franchi, cui dobbiamo parole come bucato (una tecnica di lavaggio fino ad allora ignota) e fiasco (un recipiente molto usato negli spostamenti), ma anche molti vocaboli che definiscono cariche e mestieri (sguattero, sgherro…) e, data la bellicosità di questi popoli, numerosi termini propri dell’ambito militare: derivano infatti dal germanico guerra (da werra, mischia, che dimostra l’inferiorità di queste tecniche di combattimento rispetto a quelle romane, organizzate secondo una rigida disciplina), elmo, zuffa, strale, tregua, spranga, dardo, galoppare…
È importante anche l’influsso di superstrato fornito dagli Arabi, che dall’VIII secolo conquistarono la Sicilia e si stanziarono in Sardegna e in molte zone costiere del sud Italia, da dove avevano rapporti e scambi commerciali marittimi: i loro apporti linguistici sono presenti nell’ambito della matematica (con cifra, zero, algebra, algoritmo…), della navigazione (per esempio nei nomi dei venti, libeccio, scirocco…), dell’astronomia (zenit, nadir…), del commercio (magazzino, rotolo, dogana, zecca, tariffa…) e, poiché erano degli ottimi erboristi, anche in numerosi nome di piante (limone, carciofo, tamarindo, zucchero, zafferano…).
Fino a quando l’Impero Romano fu efficiente, una lingua latina, abbastanza uniforme (benché variamente colorata – soprattutto nella fonetica – a causa dei sostrati), era usata dalla classe colta dirigente per la burocrazia, le comunicazioni diplomatiche e la giustizia in quasi tutto il territorio dell’Impero, che la apprendeva grazie all’insegnamento scolastico, all’amministrazione, al commercio, alla circolazione dei funzionari, alla letteratura… In questo modo diversi milioni di persone potevano capirsi, senza difficoltà, dalla Britannia all’Africa mediterranea, dalla Persia alla Penisola iberica…
Solo le regioni del Mediterraneo orientale, che al tempo della conquista romana possedevano già la superiore cultura greca, rimasero di lingua greca, mantenuta in seguito come lingua ufficiale dell’Impero d’Oriente fino al suo crollo, avvenuto nel 1453.
In realtà già dal II e – sempre più – dal III secolo d. C. si manifestarono nella letteratura e nella lingua latina due fenomeni opposti: da una parte si tendeva alla cristallizzazione della letteratura, concepita come mera ripetizione di modelli perfetti, dall’altra variazioni locali tendevano a trasformare la lingua latina volgare, sulla quale cominciarono ad agire anche importanti sollecitazioni, in particolare
- l’allargamento dei fruitori della cultura, prima riservata a una ristretta classe dirigente
- l’ampliamento degli orizzonti culturali, che da un limitato numero di discipline si allargarono a tutta l’enciclopedia culturale greca
- la necessità di adottare forme di espressione più sciolte e discorsive: l’estendersi e il complicarsi delle faccende pratiche, unitamente al diffondersi dell’uso di ragionare analiticamente, imparato dai Greci, spinsero infatti ad abbandonare le forme dell’antica eloquenza, affidate a costruzioni sintetiche e concrete, a vantaggio di espressioni astratte e di costruzioni sintattiche analitiche. È il caso, per esempio, dell’espressione post reges exactos, dopo i re cacciati, estremamente concreta, che venne sostituita dall’astratto post regum exactionem, dopo la cacciata dei re, sconosciuta al latino classico.
Ma l’elemento che ebbe decisamente un ruolo di primo piano nell’evoluzione e nella trasformazione della lingua latina fu senza dubbio la diffusione del Cristianesimo, che, dopo aver usato nelle sue prime comunità di origine ebraico-orientale, nei primi due secoli dopo Cristo, la lingua greca, optò per il latino, indispensabile per la catechesi degli abitanti prima dell’Impero e poi di quanto ne restava. La forma di latino scelta fu, naturalmente, quella più elementare e accessibile a tutti: Sant’Agostino in una delle sue opere, il De doctrina Christiana – XV, 10 – dice esplicitamente che preferisce essere criticato dai grammatici che non compreso dal popolo. Di qui l’uso di un latino semplice e ricco di locuzioni nuove, ricalcate sul greco dei testi biblici e su espressioni ebraiche e aramaiche: in questo latino si incontrano grecismi (come martyr, baptizare ed ecclesia, quest’ultimo inizialmente usato nel senso di “riunione di fedeli” e successivamente per indicare l’edificio in cui essi si ritrovavano), ebraismi (hosanna e Iesus) e, soprattutto, nuovi latinismi, di varia origine. Alcuni vocaboli infatti, come caritas, virtus e fides, assumono, nel latino cristiano, un valore diverso rispetto a quello che avevano nel latino classico, perché riletti in chiave religiosa (per esempio fides passa dal significato di promessa, fiducia a quello di fede in Dio, virtus da valore militare e morale a obbedienza ai precetti divini…); altri, come captivus, prigioniero, vengono utilizzati in nuove locuzioni – captivus diaboli, prigioniero del demonio, quindi cattivo – che li connotano in senso morale.
Con la caduta dell’Impero romano nei territori in cui la dominazione romana fu di breve durata o ebbe minor forza (in particolare in Inghilterra, Irlanda e parti dell’attuale Germania) questo nuovo latino non ebbe il tempo di porre basi durevoli e fu per questo ridotto a sostrato o addirittura cancellato (come successe in alcune zone montuose, per esempio la regione atlantica a cavallo dei Pirenei, in cui già nel 600 – 700 d. C. il latino scomparve quasi del tutto) dalle successive influenze dei nuovi stanziamenti barbarici, che diedero vita alle lingue anglosassoni (tedesco, fiammingo e lingue scandinave, a eccezione del finlandese).
Nei territori dove invece la dominazione romana si era protratta più a lungo e con maggior successo (Italia, Francia, penisola iberica, fascia costiera dell’Africa settentrionale e Dacia, fortemente militarizzata dopo la conquista di Traiano) la fine dell’Impero lasciò un uso linguistico del latino volgare profondamente radicato: i successivi stanziamenti di altri popoli (che non avevano certo alle spalle la tradizione culturale del latino) arrecarono alcune innovazioni linguistiche, ma non modificarono del tutto le parlate locali, anzi, furono i nuovi arrivati ad assumere come lingua di comunicazione quotidiana e come lingua dell’amministrazione il latino parlato, ormai diverso da zona a zona soprattutto per pronuncia e per lessico. Fu proprio in questo territorio che nacquero e si diffusero le lingue romanze.
La differenza tra questi due diversi ceppi linguistici e, al contrario, la somiglianza tra le lingue che ne fanno reciprocamente parte risulta evidente semplicemente paragonando tra loro parole con il medesimo significato: il vocabolo latino liber, libro, per esempio, è facilmente riconoscibile nelle lingue romanze, mentre non ha lasciato traccia in quelle anglosassoni.
| ITALIANO | FRANCESE | SPAGNOLO | TEDESCO | INGLESE | DANESE |
|
libro
|
livre |
libro |
Buch |
book |
bog |
[1] La stessa etimologia vale per l’omonimo genere narrativo: il termine romanzo deriva, infatti, dal francese antico romans / roman, che indicava delle narrazioni di argomento cavalleresco in lingua romanza; in seguito il termine definì narrazioni di ampia misura (ancora, per lo più, di argomento cavalleresco) e infine qualsiasi narrazione estesa in prosa.

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