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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Le stranezze di Federico II

In SALIMBENE ADAMI / LA PRODUZIONE LETTERARIA / LA LETTERATURA MEDIOEVALE / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA

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Nel suo Chronicon parmense (Cronaca di Parma) Salimbene Adami racconta, come abbiamo avuto modo di anticipare nella decima lezione del nostro corso, le vicende della città di Parma – con uno sguardo anche ai fatti dell’Italia e dell’Europa – dal 1167 al 1287, inserendo nella narrazione novelle, leggende, aneddoti e curiosità. Nel passo che proponiamo egli si sofferma sull’imperatore e re di Sicilia Federico II di Svevia – che un monaco benedettino inglese definì stupor mundi (stupore del mondo) – e su alcuni suoi bizzarri comportamenti…

Ora va detto qualche cosa intorno alle bizzarrie di Federico. La prima fu quella di far tagliare il pollice a un notaro, per aver egli scritto il suo nome in modo diverso da come lui soleva. Pretendeva infatti che nella prima sillaba del suo nome mettesse una i, in modo da leggere Fridericus, mentre il notaro l’aveva scritto con la e, mettendo la seconda vocale, in questo modo: Fredericus.

La sua seconda bizzarria fu quella di voler sperimentare quale linguaggio adoperassero i bambini una volta cresciuti, se non avessero mai parlato con alcuno. Onde comandò alle balie e alle nutrici di allattare i bambini, di far loro il bagno, di pulirli, senza però in alcun modo vezzeggiarli e rivolger loro la parola. In questo modo s’era fitto in capo di scoprire se avrebbero parlato la lingua ebraica, ch’era stata la prima, o la greca, o la latina, o l’araba, oppure, se non altro, la lingua dei genitori da cui erano nati. Ma s’affaticava a vuoto, ché i fanciulli, o già di qualche anno o ancora infanti, morivano tutti. E in verità i bambini non potrebbero vivere senza le carezze, i cenni, i sorrisi e i vezzeggiamenti delle loro balie e nutrici. […]

La terza sua stravaganza fu quella di affliggersi, allorché ebbe vista la terra d’oltre mare, cioè la Terra Promessa che Dio tante volte aveva esaltato chiamandola “terra ove scorrono latte e miele” (Deuteronomio, 6,3) e terra di tutte più egregia; e di affermare che il Dio dei Giudei non doveva aver veduto la sua terra, cioè la Terra di Lavoro[1], la Calabria, la Sicilia e la Puglia, ché altrimenti non avrebbe tante volte lodata la terra che promise e diede ai Giudei. Dei quali anche si dice che “per nulla ebbero una terra desiderabile” (Salmi 105, 24)

La quarta sua fissazione fu quella di obbligare più volte un tal Nicola a tuffarsi presso il Faro di Messina; e quello tutte le volte ritornò. Volendo allora Federico avere la certezza assoluta ch’era veramente calato fino al fondo e vedere se sarebbe risalito o no, gettò una sua coppa d’oro nel punto che giudicava il più profondo. Nicola si tuffò, la trovò e gliela riportò, con grande meraviglia dell’imperatore. Ma siccome voleva mandarcelo di nuovo, quello gli disse: “Non mi ci mandate più, perché il mare è sul fondo così agitato, che se mi manderete ancora, non riuscirò più a risalire”. Ciò non di meno Federico si ostinò a mandarlo, e Nicola non fece più ritorno, perché laggiù perì. E in verità in quel fondo di mare vi sono grandi pesci nei momenti di tempesta, vi sono scogli e relitti di navi, come lo stesso Nicola riferiva…

 

AA.VV., Le origini, Ricciardi, Milano – Napoli

Salimbene nacque a Parma nel 1221. La sua famiglia, appartenente alla ricca borghesia e di nobili origini, non approvò la sua scelta di rinunciare agli agi e alle ricchezze per seguire le orme di San Francesco: egli però non solo entrò – appena quindicenne – nell’ordine dei Francescani, ma scelse addirittura di condividere le idee più rigorose del movimento, quelle degli Spirituali, che prevedevano l’assoluta povertà, l’esercizio della penitenza e la pratica dell’ascetismo, cioè la rinuncia ai beni materiali e ai bisogni del corpo per dedicarsi completamente alla purificazione dello spirito, in modo da raggiungere l’unione con Dio. Salimbene visse in convento per tutta la sua vita – che si concluse a Reggio Emilia nel 1287 -, muovendosi tra Emilia, Marche, Toscana e Francia.

Non avendo rivestito incarichi religiosi di particolare prestigio – forse per attriti con i superiori – Salimbene si dedicò per lunghi anni alla stesura del suo Chronicon. Nel passo proposto, come abbiamo visto, egli ritrae Federico II, un personaggio già leggendario ai suoi tempi, addirittura fin dalla sua discussa nascita (raccontata in un romanzo di Carla Maria Russo, La sposa normanna, che è presente nella nostra Biblioteca). Non meraviglia, dunque, che su Federico circolassero dicerie, aneddoti, episodi di vita romanzati… che Salimbene, che aveva di lui un’opinione negativa – in altri passi della sua opera lo ritrae, infatti, come un uomo avaro, meschino e opportunista, nonché responsabile dell’ingiusta morte di Pier delle Vigne – si sente in dovere di riferire per ricordarne la personalità, che merita comunque di essere conosciuta, sia negli aspetti positivi che in quelli negativi.

Il primo episodio narrato, infatti, ne mette in luce il carattere altezzoso, che lo induce a punire severamente un povero notaio (il taglio del pollice equivaleva all’impossibilità di svolgere, in futuro, il proprio lavoro) per una svista certamente degna di venia, soprattutto in un momento in cui la lingua latina era soggetta a forti trasformazioni; il secondo fornisce un esempio della sua volontà di conoscere, che da un lato lo spinse a ospitare a corte e a mantenere numerosi intellettuali e artisti, ma dall’altro anche a imporre esperimenti decisamente discutibili a livello morale o addirittura configurabili come crimini (oltre a quello presentato, si racconta che Federico, dopo aver offerto a pranzo a due uomini gli stessi cibi, alla sera li fece sventrare, per scoprire le condizioni ideali della digestione, poiché uno era stato mandato a caccia e l’altro aveva dormito – per completezza di informazione, i medici ritennero che la digestione migliore era stata quella di colui che aveva riposato – e che arrivò persino a far chiudere un uomo in una botte, per dimostrare che, una volta aperta dopo la sua morte, vi si sarebbe trovato solo un corpo e non l’anima, che dunque non esiste); il terzo ne rivela l’amore per la sua terra, il Regno di Sicilia, che egli non mancava di visitare costantemente (e proprio per questo si fece costruire più di una reggia); l’ultimo, di provenienza decisamente più popolare, intreccia la biografia di Federico con quella di un certo Nicola, detto Cola Pesce, un abile nuotatore la cui figura è ancora oggi presente nel folklore dell’Italia del Sud, dove si racconta che Cola, avendo visto, durante l’immersione, che una delle tre colonne su cui poggia la Sicilia era lesionata, decise di prenderne il posto e di restare per sempre sott’acqua.

Quello che ne deriva è un ritratto vivace e articolato – certamente viziato dalla propaganda guelfa, che dipingeva Federico come un uomo pieno di difetti e un peccatore, in quanto nemico della Chiesa – in cui il gusto del raccontare prevale sulla volontà di approfondire e di documentare: il Chronicon, infatti, ricco di racconti, motti, aneddoti e persino ricordi personali dell’autore è ben lontano dai requisiti che permettono di definire un’opera storica e si presenta, piuttosto, come un caleidoscopio di avvenimenti e personaggi, raccontati con lo sguardo di chi osserva il dilagare dell’amoralità e della corruzione dei costumi, cui oppone il ricordo di figure positive e richiami ai testi sacri.

È proprio questo, infatti, il motivo della presenza nel testo di numerose citazioni bibliche ed evangeliche, secondo un modus scribendi che l’autore riprende dai Padri della Chiesa e che serve a dare vigore e attendibilità alla sua scrittura, che deve non solo divertire ma anche educare (il Chronicon fu forse scritto proprio per istruire una nipote che aveva scelto di farsi suora); sempre per lo stesso scopo non mancano, nell’opera, citazioni dei grandi autori classici – soprattutto latini – e a volte persino contemporanei, in particolare di Gherardo Patecchio da Cremona, autore di componimenti poetici di argomento didattico – morale.

La lingua usata da Salimbene è un latino molto popolare, un latino, cioè, fortemente influenzato dal volgare (la lingua parlata), in cui è facile imbattersi in desinenze latine attribuite a parole in volgare (come accade, per esempio, nel complemento di argomento de truffis, sulle beffe, ottenuto aggiungendo al vocabolo truffa, un lombardismo, la desinenza latina di ablativo plurale is), oppure in vocaboli latini che sono stati completamente snaturati (è il caso di capellam, cappello, che non ha più nulla a che fare con il latino classico, in cui capella indica la capretta!).

Anche la sintassi risente del modello latino, soprattutto della traduzione latina dei Vangeli, in particolar modo per l’uso della congiunzione copulativa e e per la prevalenza della paratassi (o coordinazione), che rendono più facile la comprensione del testo frantumandolo in brevi proposizioni.

Note

1. Terra di Lavoro: regione storico – geografica dell’Italia Meridionale, che comprendeva gran parte della Campania antica.

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