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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Fabulae IV, 20

in TESTI / FEDRO / L’ETÀ GIULIO CLAUDIA / LETTERATURA LATINA

La misericordia pericolosa

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Può un atto di pietà trasformarsi in una condanna a morte? Purtroppo, come insegna questa favola, se esso è indirizzato al destinatario sbagliato, pare proprio di sì

Qui fert malis auxilium, post tempus dolet.
Gelu rigentem quidam colubram sustulit
sinuque fovit contra se ipse misericors:
namque ut refecta est, necuit hominem protinus.
Hanc alia cum rogaret causam facinoris,
respondit: “Ne quis discat prodesse improbis”.

Chi dà aiuto ai malvagi dopo (un po’ di) tempo se ne rammarica.
Un tizio raccolse una serpe intirizzita dal gelo
e (la) riscaldò nel suo petto, pietoso lui stesso a suo danno:
infatti, quando si riebbe, uccise subito l’uomo.
Poiché un’altra (serpe) chiedeva a questa il motivo della cattiva azione,
rispose: “Affinché ognuno impari a non dare aiuto ai malvagi”.

(traduzione di A. Micheloni)

Questa favola insegna a non essere misericordiosi con i malvagi, perché essi non solo dimenticano il bene che hanno ricevuto, ma alla prima occasione non esitano a fare del male ai loro benefattori. Tale insegnamento è affidato, come al solito, alla morale, la parte della favola che riassume in una breve frase, a volte – come in questo caso – di andamento proverbiale, il consiglio o la riflessione che chiarisce il vero significato del racconto. Essa questa volta non si trova, come di consueto, al termine della favola, ma proprio in apertura del testo, per porre fin da subito in risalto il forte contrasto che si crea tra il gesto misericordioso dell’uomo e la cattiveria immotivata di chi dovrebbe essergli riconoscente.

Appare strano il fatto che l’insegnamento sia affidato, nel discorso diretto che chiude la favola, proprio a colei da cui si è invitati a prendere le distanze. In realtà questa scelta narrativa è stata fatta per sottolineare meglio la malvagità della serpe, degna rappresentante di tutti coloro che hanno un’indole gratuitamente malvagia e che sono disposti a mantenerla anche quando ricevono del bene: la risposta della serpe, infatti, non spiega il motivo del suo odioso comportamento (come richiesto dalla compagna), ma ne illustra il fine, cioè quello di dare una punizione esemplare a chi pensa di poter far del bene ai malvagi, ben contenti di poter esercitare la loro cattiveria ogniqualvolta se ne presenti l’occasione. Tutto ciò, naturalmente, in totale spregio della legge morale, che ha invece insegnato al protagonista a fare del bene senza aspettarsi niente in cambio (e che, invece, trova addirittura la morte).

Insomma, consiglia Fedro, meglio non fidarsi dei malvagi, perfettamente rappresentati dalla serpe: il sostantivo con cui essa è definita nella favola, colubra – più frequentemente usato al maschile, coluber – indica in modo generico una famiglia di serpenti, di solito non velenosi; in questo caso, però, visto l’epilogo della vicenda, esso è stato utilizzato per indicare un serpente dal veleno mortale, come il famoso protagonista del verso dantesco che descrive la morte di Cleopatra, che dal colubro la morte prese subitana e atra (Paradiso, VI, 77). L’identificazione dell’uomo malvagio con il serpente (dietro alla quale qualcuno ha voluto cogliere un’allusione politica al povero Tiberio, che si allevò in seno la serpe Caligola) arriva in realtà da lontano, perché la medesima vicenda viene raccontata già da Esopo, che mostra di avere del serpente la stessa pessima opinione di Fedro: del resto già nel terzo libro della Genesi il serpente viene definito la più astuta di tutte le bestie selvatiche fatte dal Signore Dio.

Come accade spesso, la saggezza popolare ha trasformato il consiglio di Fedro in proverbi e modi di dire: derivano infatti da questa favola i modi di dire nutrire (o allevare) una serpe in seno e il proverbio nutri la serpe in seno, ti porterà veleno, che invitano a non favorire o aiutare qualcuno che in futuro potrebbe recarci danno.

Analisi del testo

METRO: senario giambico

Qui: corrisponde a is qui, poiché l’antecedente del relativo, che si trova nel suo stesso caso, è stato omesso, come accade di consueto in questa circostanza.

malis: è un aggettivo della prima classe, malus, mala, malum, sostantivato per indicare un gruppo di persone che condividono le stesse caratteristiche.

post tempus: si tratta di un complemento di tempo determinato, in cui è stato sottinteso aliquod. Questa locuzione temporale non è molto usata: di solito le vengono preferiti mox o cito.

gelu: complemento di causa esterna, che spiega il motivo per cui la serpe è irrigidita; per indicare il gelo è stato usato un sostantivo della quarta declinazione, che può essere sia maschile (gelus, gelus) che neutro (gelu, gelus). Esiste anche un corrispettivo della seconda declinazione (gelum, geli).

quidam: il pronome indefinito quidam viene di solito utilizzato per indicare una persona reale, ma che non si vuole o non si può nominare; in questo contesto sottolinea che si tratta di un uomo qualsiasi, di cui non interessa conoscere le generalità in quanto semplice funzione narrativa, che rappresenta tutto il genere umano dai buoni sentimenti.

sustulit: terza persona singolare del perfetto indicativo di tollo; mette in evidenza l’atto pietoso compiuto dall’uomo, che si china a terra e solleva la bestia sofferente, per porla al caldo sul suo petto.

sinu: è un complemento di mezzo, che nella traduzione è preferibile rendere con un complemento di stato in luogo; il vocabolo sinus, sinus, della quarta declinazione, vale, alla lettera, piega della veste, che si otteneva gettando il lembo della toga attorno al braccio sinistro e stringendo la cintura. Questa piega serviva – come le nostre tasche – per riporre piccoli oggetti, ma in questo caso indica, per metonimia, il petto dell’uomo, che sarà morso dalla serpe.

contra se ipse: vale, alla lettera, egli stesso contro sé, perché il latino, a differenza dell’equivalente italiano contro sé stesso (in cui stesso è accordato a sé), pone in primo piano la persona del soggetto per sottolinearne la colpevole partecipazione al proprio danno.

misericors: complemento predicativo del soggetto da riferire al protagonista.

namque: equivale al semplice nam.

ut: qui ha valore temporale, poiché accompagnato dal modo indicativo.

refecta est: terza persona singolare del perfetto passivo del verbo reficio, a cui in questo caso va attribuito valore riflessivo.

necuit: forma rara per il più comune necavit.

protinus: l’avverbio, posto in posizione enfatica a fine verso, sottolinea l’immediatezza dell’azione: il primo pensiero di un malvagio è sempre quello di fare del male!

hanc: il verso in cui questo pronome è inserito va ordinato come cum alia rogaret hanc causam facinoris, in cui la costruzione del cum narrativo ha valore causale e hanc è retto da rogaret. Il verbo rogo si costruisce con il doppio accusativo – uno della persona a cui si chiede, l’altro della cosa che si chiede – solo quando l’oggetto della cosa è espresso da un pronome neutro o da un aggettivo, ma in poesia la regola non viene rispettata, come dimostra questo verso.

facinoris: di solito facinus indica un’azione senza connotazione positiva o negativa; qui, invece, ha senza dubbio connotazione negativa.

ne quis: si tratta di una finale negativa, in cui quis sta per aliquis, come accade sempre dopo ne, nisi, si.

improbis: aggettivo sostantivato appartenente alla prima classe e formato con il prefisso in, che indica negatività (in probus, non buono); è in dativo perché il verbo prosum, come la maggior parte dei composti di sum, regge questo caso.

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