La leggenda di San Giuliano
In JACOPO DA VARAGINE / LA PRODUZIONE LETTERARIA / LA LETTERATURA MEDIOEVALE / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA
Nella sua Legenda aurea (Leggenda d’oro) Jacopo da Varazze racconta, come abbiamo avuto modo di anticipare nella decima lezione del nostro corso, leggende e storie sulla vita dei Santi, contenuti che determinano la collocazione dell’opera nel genere della agiografia.
Nel passo che proponiamo egli narra la vita di San Giuliano, che uccide involontariamente i suoi genitori ma che, dopo aver espiato il suo peccato, è perdonato da Dio e accolto in cielo.
Ci fu poi un altro Giuliano, il quale uccise a sua insaputa il padre e la madre.
Un giorno in cui costui, il quale era un giovane nobile, era intento a cacciare, e inseguiva un cervo, il cervo, rivolgendosi a lui, gli disse: “Tu mi vieni dietro, tu che sarai l’assassino di tuo padre e di tua madre?”.
Quello, udendo ciò, restò sbigottito, e, affinché non avvenisse ciò che aveva udito dal cervo, di nascosto, lasciando ogni cosa, partì; e giunse in un luogo molto lontano, e là si mise al servizio di un principe, e si comportò così valorosamente in ogni luogo, sia in battaglia sia a palazzo, che il principe lo nominò cavaliere e gli diede in moglie una grande castellana vedova; e ricevette un castello per dote.
Nel frattempo il padre e la madre di Giuliano, essendo assai contristati per la perdita del loro figliolo, si misero sollecitamente in viaggio, cercando in ogni dove il loro figliolo. Alla fine giunsero nel castello di cui Giuliano era signore e, poiché egli non c’era e la moglie domandò loro chi fossero, essi le raccontarono cosa era successo a loro e a loro figlio; cosicché ella venne a sapere che essi erano il padre e la madre di suo marito, ella che aveva spesso udito dal marito ogni cosa a riguardo. Li ospitò allora benevolmente e, per amore del marito, concesse loro di giacere nel suo letto, ed ella fece preparare per sé un letto in un’altra stanza. Cosicché, la mattina, la castellana se ne andò in chiesa; e Giuliano, tornando la mattina, entrò in camera, quasi a voler svegliare la moglie sua; e vedendo due persone dormire insieme, pensò che la moglie fosse lì con un adultero: estrasse silenziosamente la spada e uccise ambedue.
E uscendo di casa, vide la moglie tornare dalla chiesa; e, meravigliandosi, domandò chi fossero quelli che dormivano nel letto, e quella disse: “Sono vostro padre e vostra madre, che vi hanno cercato a lungo, e io li ho messi nel vostro letto”. Quello, udendo ciò, divenne quasi morto, e cominciò a piangere amarissimamente e a dire: “Ahimè, misero, che farò? Ché io ho ucciso il mio dolcissimo padre e la mia dolcissima madre! Ecco che s’è avverata la parola del cervo; e io, volendola evitare, l’ho adempiuta! Ora stai tranquilla, sorella mia dolcissima, poiché d’ora innanzi io non riposerò finché non sarò sicuro che Dio abbia accettato la mia penitenza”. E quella disse: “Non sia mai che io ti lasci, ma poiché sono stata con te partecipe d’allegrezza, ti sarò compagna anche nel dolore”.
Allora, partendo da quel luogo, giunsero a un grande fiume, dove molte persone erano in pericolo, e lì ordinarono a tutti di costruire un grandissimo ricovero per fare proprio lì la penitenza; e continuamente trasportarono tutti coloro che volevano attraversare il fiume, e nel loro albergo accolsero tutti i poveri. Cosicché, dopo molto tempo, riposandosi Giuliano di notte, ché era molto stanco, e facendo freddissimo, udì una voce che si lamentava in modo miserevole, e con voce di pianto invocava di essere trasportata di là dal fiume. Quello, udendo ciò, si alzò immediatamente, e capendo che l’altro stava per morire di freddo, se lo portò in casa propria e, accendendo il fuoco, si diede da fare per riscaldarlo. Tuttavia, non potendolo riscaldare e temendo che morisse, lo portò nel proprio letto, e lo mise dentro, e lo coprì finemente e bene. E poco dopo costui, che pareva un lebbroso, splendidamente si sollevò in aria e disse al suo ospite: “O Giuliano, il Signore mi mandò a te, e ti manda a dire che Egli ha accettato la tua penitenza, e ambedue fra poco dormirete in pace”. E così quello scomparve, e Giuliano e la moglie sua, pieno di opere di bene e di elemosine, riposò in Cristo.
Da I prosatori del Duecento, Ricciardi, Firenze
Jacopo si dedicò con grande passione alla letteratura per l’intera durata della sua vita: scrisse numerosi sermoni e una storia di Genova in latino, ma legò il suo nome alla Legenda aurea, così chiamata perché contiene altissimi esempi di comportamento ispirati dai valori della religione, esempi che Jacopo propone sia ai religiosi, perché li utilizzino per i loro sermoni, sia ai suoi contemporanei più colti, perché se ne servano come exempla, cioè modelli, che devono essere letti (in latino, appunto, legenda).
Le 183 vite di Santi narrate nella Legenda sono presentate secondo l’ordine del calendario liturgico: ecco perché l’autore accenna, all’inizio del suo racconto, alla presenza di due santi con lo stesso nome (Ci fu poi un altro Giuliano). Il Giuliano protagonista di questo racconto, vissuto nel VII secolo in Spagna o in Belgio, è detto l’Ospitaliere ed è il patrono dei viaggiatori, dei barcaioli, dei pellegrini e degli albergatori; è particolarmente venerato a Macerata, dove secondo alcuni fu sepolto, e in Normandia. È diventato il protagonista di una famosa novella dello scrittore francese Gustave Flaubert.
Giuliano è un figlio premuroso e un marito innamorato. La sua unica colpa è la gelosia, che lo porta a perdere il controllo e a compiere un’azione terribile: quando però si rende conto del peccato che ha commesso, fa di tutto per espiarlo, per poter ottenere il perdono di Dio. Proprio per questo egli può essere considerato un personaggio ricorrente del genere della leggenda agiografica, uno dei modelli di riferimento positivi da imitare per il comportamento, le virtù o le imprese compiute: se il lettore moderno trova, nel suo gesto, alcune attenuanti generiche (appena venuto a conoscenza della profezia, Giuliano si allontana, perché essa non vada a compimento, e uccide i genitori in modo del tutto inconsapevole, perché convinto di commettere un delitto d’onore, legittimo nella cultura del tempo), chi ascoltava nel Medioevo vedeva, invece, nello svolgimento di questa vicenda, lo spiegarsi del volere di Dio, che nei suoi piani provvidenziali dà agli uomini anche dei mali che, se affrontati e sopportati con umiltà e accettazione, si tramuteranno in beni. Giuliano diventa, così, un modello di comportamento virtuoso, perché non esita a sacrificare la sua vita agiata e a mettersi al servizio di un principe pur di non fare del male ai suoi genitori e poi, invece di lamentarsi del suo destino crudele, si sforza di espiare il suo peccato e di volgere in bene il male compiuto. Del resto che egli sia predestinato alla salvezza, poiché innocente nel cuore, appare chiaro fin dalla prima riga del racconto, in cui l’autore sottolinea che Giuliano uccise a sua insaputa, cioè senza averne alcuna colpa.
Risulta altrettanto esemplare il comportamento della moglie, che è una donna buona proprio come il marito: è pia, rispettosa dei suoceri (a cui non esita a cedere il suo letto) e ama profondamente lo sposo (anche se egli ha evidentemente dubitato di lei, pensando che potesse averlo tradito!), tanto che lo sostiene persino nel peccato, standogli accanto e aiutandolo nelle opere che egli compie per redimersi. Anche la moglie può quindi a buon diritto essere considerata uno dei modelli di riferimento positivi proposti dalle leggende agiografiche.
Ai due sposi – a cui Dio concede persino la gioia di morire insieme (e il narratore sottolinea questa unione usando il verbo al singolare: Giuliano e la moglie sua… riposò) viene affidato un messaggio carico di buoni insegnamenti e di verità teologiche: chi ascolta il racconto, dunque, non solo si diverte, ma impara anche che non è possibile, per l’uomo, sottrarsi ai piani di Dio (Giuliano infatti finisce con l’uccidere i genitori, anche se ha fatto di tutto per evitarlo); che farsi giustizia da soli è sempre un grave peccato (l’uccisione, mossa dall’allora legittima sete di vendetta, determina, di fatto, la morte di due innocenti); che anche i peccati più gravi possono essere espiati con un pentimento sincero (che ha persino ripercussioni sulla salute del protagonista); che Dio perdona i suoi figli che sanno pentirsi davvero e mettere in pratica le virtù religiose: Giuliano, infatti, rappresenta l’uomo che trionfa sul peccato, che lo piega – perché, accecato dalla gelosia, uccide i genitori – ma che non lo vince – perché egli si riscatta ed è perdonato da Dio poiché ha saputo praticare la virtù della carità, cioè l’aiuto del prossimo, che gli consente di morire pieno di opere di bene e di elemosine. Jacopo si fa dunque portavoce, attraverso la vicenda di Giuliano, di un messaggio di speranza: nell’eterna lotta tra il Bene e il Male (rappresentati, rispettivamente, dall’amore di Dio, che perdona e salva, e dal peccato, che, se non espiato, porta alla perdizione) basta un sincero gesto di pentimento per far trionfare il Bene.
L’opera da cui è tratto questo racconto ha avuto grande fortuna in tutto il Medioevo – lo testimoniano i circa mille manoscritti che ne possediamo – grazie alle sue narrazioni brevi, suggestive e piene di fascino, in particolare per la presenza di eventi sovrannaturali e di miracoli (San Giuliano apprende l’espiazione della sua colpa da un messo celeste, che gli si presenta sotto le spoglie di un lebbroso, e riceve la profezia sul suo triste destino di assassino dei genitori dalle parole di un cervo), eventi che sono calati in modo assolutamente naturale in una realtà concreta di fatti storici, di azioni, di momenti di vita e di luoghi (questi ultimi delineati, in realtà, in modo molto generico, perché costituiscono un semplice sfondo, dal momento che l’attenzione è interamente concentrata sulle persone e sul loro agire).
La Legenda è stata scritta in un latino curato, ma fortemente contaminato da vocaboli e costrutti della lingua volgare, in cui è possibile trovare – a riprova della formazione culturale dell’autore – numerosi esempi di cursus (l’espediente retorico che abbiamo conosciuto nella lezione dedicata a questa disciplina) e una sintassi complessa, prevalentemente ipotattica, cioè ricca di proposizioni subordinate (mentre il genere della leggenda agiografica predilige, di solito, la paratassi o coordinazione, per facilitare la comprensione dei contenuti anche a un pubblico non particolarmente acculturato).

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