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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Dies irae

In TOMMASO DA CELANO / LA PRODUZIONE LETTERARIA / LA LETTERATURA MEDIOEVALE / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA

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Nella decima lezione del nostro corso abbiamo avuto modo di conoscere la produzione innografica del Medioevo: il Dies irae, in cui l’uomo si trova al cospetto di Dio nel giorno del Giudizio universale, ne è sicuramente uno degli esempi più significativi. I versi che presentiamo costituiscono la prima parte di questa sequenza liturgica, che veniva cantata – fino al 1962, quando fu abolita per volere del Concilio Vaticano II – durante la Messa per i defunti: il testo è infatti conosciuto anche come Sequentia mortuorum (Canto dei morti).

Giorno d’ira, quel giorno

dissolverà il secolo¹in faville:

lo attestano Davide e la Sibilla.

Quanto grande sarà il terrore

allorché verrà il Giudice

a discutere ogni cosa duramente!

Una tromba, spargendo un suono meraviglioso

tra i sepolcri delle nazioni,

sospingerà tutti davanti al trono.

Sbigottiranno la Morte e la Natura,

quando risorgerà la creatura²

per rispondere a chi giudica.

Un libro scritto sarà portato davanti,

dove tutto si trova segnato

di che il mondo deve essere giudicato.

Allorché dunque il giudice si sarà seduto,

tutto ciò che è nascosto verrà all’aperto,

non resterà nulla d’impunito.

Misero, che cosa dirò io allora?

Quale avvocato supplicherò

quando a mala pena il giusto è sicuro?

Re di tremenda maestà,

che quelli che salvi li salvi per nulla,

salva anche me, o fonte di pietà!

Ricordati Gesù pietoso,

che la causa di tanta tua strada sono stato io,

non mi mandare in perdizione, quel giorno!

Il ritrovamento di un codice benedettino cassinese, avvenuto nel 1931, ha permesso ad alcuni studiosi di anticipare la datazione di questo testo dal XIII alla fine del XII secolo, mettendone così in discussione la tradizionale attribuzione a Tommaso da Celano (circa 1190 -1260), che divenne frate francescano nel 1215 e fu il primo biografo di san Francesco (su richiesta di Papa Gregorio IX). Sappiamo che Tommaso fu missionario in Germania (1222) e che, una volta tornato in Italia, lavorò alla compilazione dei propri scritti, tutti incentrati sulla figura di san Francesco. Morì intorno al 1260 a Tagliacozzo, in Abruzzo, dove si conservano le sue spoglie.

Un passo del libro dell’Apocalisse (20, 1 – 6) descrive con dovizia di particolari macabri e raccapriccianti il giorno del Giudizio universale, che incombe sul capo dei mortali come una spada di Damocle, annunciato dalle profezie non solo della Bibbia, ma anche dei pagani: nell’ultimo verso della prima strofa sono infatti citati come testimoni il cristiano Davide (ca 1000 – 961 a.C.), re d’Israele e successore di Saul, considerato l’autore dei Salmi (in particolare di quello cantato in suffragio dei morti, il De profundis, Dal profondo), e la pagana Sibilla, leggendaria figura di profetessa che secondo una tradizione ebraica preannunciò la venuta di Cristo e la fine del mondo. Il fatto che Davide e la Sibilla siano messi sullo stesso piano dimostra che il processo di cristianizzazione del mondo pagano (che nella settima lezione del nostro corso abbiamo visto cominciare intorno al IV secolo d. C.) nel XII (o XIII) secolo, epoca in cui fu scritto l’inno, era ormai definitivo, perché la Sacre Scritture e il mito hanno evidentemente, in questo testo, lo stesso valore documentario, proprio come accade spesso nella Commedia dantesca.

Lo squillo delle trombe degli angeli annuncia dunque il Giudizio universale, il terribile momento in cui gli uomini incontreranno un Dio che si presenta ai loro occhi come un giudice inclemente e inflessibile, che distribuirà castighi e pene severe: Egli è pronto a far pagare a ciascuno il fio delle proprie colpe – anche di quelle più segrete, che verranno finalmente all’aperto -, scritte nel libro della vita di cui Giovanni parla nella sua Apocalisse. Terrorizzato dalle fiamme che – in caso di castigo – lo attendono all’Inferno, il peccatore, creatura insignificante ed effimera al cospetto del suo Creatore, prova a rivolgere una preghiera per invocare pietà e perdono prima a un Dio di tremenda maestà, che è in grado di sbigottire persino la Morte e la Natura (personificate, come accadeva spesso nelle pitture e nei mosaici delle chiese), che si troveranno di fronte al sovvertimento delle loro leggi, poi a Gesù, il figlio di Dio, che, pietoso, ha sacrificato la propria vita per la redenzione dell’umanità dal peccato originale, ottenendone però in cambio ancora peccati…

È questo perseverare nell’errore da parte degli uomini a legittimare l’ira di Dio e la ferocia di un giusto giudice di vendetta: l’uomo, impotente, può solo sperare che Dio lo salvi, come – nella parte omessa del testo – si dice aver già fatto con Maria Maddalena e il buon ladrone. Proprio per la presenza di questi due temi – castigo e perdono – il testo proposto può essere considerato una testimonianza particolarmente felice della sensibilità religiosa medioevale, intrisa di paura e di superstizione, più preoccupata del castigo di un Giudice implacabile che fiduciosa nella bontà e nella misericordia di un Padre celeste.

Dal punto di vista formale l’inno è costituito dalla successione di diciassette terzine di versi ottonari (e tre distici finali, anch’essi rimati, che alcuni ritengono aggiunti in un secondo momento): la scelta di una scansione ritmata dalla rima unica (AAA, BBB, CCC…) è stata fatta per accentuare il ritmo solenne, incalzante e cadenzato – già determinato dalla posizione degli accenti – che enfatizza lo stato d’animo turbato di chi pronuncia questi versi, come si può meglio notare leggendoli nell’originaria veste latina:

 

Dies irae, dies illa

solvet saeclum in favilla,

teste David cum Sibylla.

 

Quantus tremor est futurus,

quando iudex est venturus,

cuncta stricte discussurus!

 

Anche il fatto che la rima coincida spesso con una forma verbale, determina, insieme alle assonanze e ai rimandi fonici (per esempio tra quantus e quando) il grande impatto musicale del testo, impatto che rispecchia, con notevole carica emotiva, l’angoscia dell’uomo dinanzi all’ira del tribunale divino, un sentimento che si avverte perfettamente nelle più belle trascrizioni musicali del Dies irae, per esempio nel Requiem composto da Mozart nel 1791 e in quello scritto da Verdi nel 1874 per le esequie di Alessandro Manzoni.

 

Note

1. Il secolo: il mondo.

2. La creatura: secondo la profezia nel giorno del Giudizio ogni uomo uscirà dal suo sepolcro, riprenderà il proprio corpo e si presenterà davanti a Dio per essere giudicato.
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