Invito all’esperienza
mistica
In SAN BONAVENTURA / LA LETTERATURA TEOLOGICA, FILOSOFICA E GIURIDICA / LA LETTERATURA MEDIOEVALE / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA
Nella sua opera più importante, l’Itinerarium mentis in Deum, San Bonaventura sostiene che per arrivare a Dio bisogna affidarsi alla fede: la ragione, per quanto importante, ha, in questo processo di ascesa, un ruolo decisamente marginale.
Il rapimento mentale e mistico, data pace all’ intelletto e abbandonato totalmente in Dio ogni affetto¹.
Ora, non resta altro alla nostra mente che levarsi, speculando², non solo al di sopra di questo mondo sensibile, ma anche sopra se stessa, e andare al di là, a Dio. In questo passaggio dalla creatura a Dio, Gesù Cristo è la via e la porta, la scala e il veicolo (Giovanni 14, 6 e 10, 7); è come il propiziatorio collocato sopra l’arca di Dio³, e il Sacramento nascosto durante i secoli (Paolo, Lettera agli Efesini, 3,9).
Chi guarda, con tutta l’attenzione della mente, a questo propiziatorio, e con fede, speranza, carità, devozione, ammirazione, gioia, venerazione, lode e giubilo fissa Gesù Cristo sospeso alla croce, fa con Lui la Pasqua, cioè il passaggio. […]
Questo si verificò nel beato Francesco, quando, nel rapimento della contemplazione sulla vetta del monte – dove io ho concepito e scritto questo libro -, gli apparve un Serafino con sei ali confitto in croce, come io e molti altri abbiamo appreso dal compagno che si trovava allora con lui. Quivi egli passò in Dio nel rapimento della sua estasi, e divenne il modello del perfetto contemplativo, come prima lo era stato dell’uomo attivo.
Novello Giacobbe, egli fu cambiato in Israele⁴, volendo Dio invitare così, col suo esempio più che con la sua parola, gli uomini veramente spirituali a tentare un simile passaggio e ad elevarsi sino al rapimento (dell’estasi mistica n.d.r.).
Ma perché questo passaggio dal mondo a Dio sia perfetto, è necessario abbandonare tutte le operazioni intellettuali, trasportare e trasformare in Dio tutto l’affetto del nostro cuore. È questo un dono mistico e segretissimo che nessuno conosce se non chi lo riceve, che nessuno riceve se non chi lo desidera, e nessuno poi lo desidera se non è infiammato profondamente dal fuoco dello Spirito Santo, che Gesù Cristo mandò sulla terra. […]
Siccome ad ottenere questo nulla può la natura e poco la scienza, bisogna dare poca importanza all’indagine, molta all’unzione (spirituale); poca alla lingua e molta alla gioia interiore; poca alla parola e ai libri e tutta al dono di Dio, cioè allo Spirito Santo; poca o niente alla creatura e tutta al Creatore: al Padre, al Figliuolo e allo Spirito Santo. […]
All’amico poi per il quale sono state scritte queste cose, diciamo con lo stesso Dionigi⁵: “Tu, o amico, dopo esserti corroborato nella via delle mistiche contemplazioni, abbandona i sensi e il lavoro intellettuale, le cose sensibili e le cose invisibili, ciò che è e ciò che non è, ed elevati nella tua ignoranza, per quanto ti è possibile, all’unione di Colui che è al di sopra di ogni essenza e di ogni scienza. Solo abbandonando tutto e liberandoti da tutti, innalzandoti sopra te stesso e le cose tutte con un trasporto assoluto della mente, tu raggiungerai il raggio soprannaturale delle tenebre divine.” Se brami ora sapere come ciò avvenga, interroga la grazia e non la scienza, il desiderio e non l’intelletto, il gemito della preghiera e non lo studio, lo sposo⁶ non il maestro, Dio non l’uomo, l’oscurità non la chiarezza; non la luce che brilla ma il fuoco che tutto infiamma e trasporta in Dio con una unzione che rapisce e un affetto che divora.
Questo fuoco è Dio, il suo focolare è nella Gerusalemme celeste⁷, e l’accende Cristo col fervore della sua ardentissima passione.
Da AA. VV. Le origini, Ricciardi, Milano – Napoli
Questo passo è tratto dal VII – e ultimo – capitolo dell’Itinerarium, in cui Bonaventura descrive lo slancio della mente verso Dio: essa raggiungerà il suo obiettivo servendosi di Gesù Cristo come la via e la porta, la scala e il veicolo (parole che il santo attinge direttamente dal Vangelo di Giovanni, una delle numerose auctoritas di riferimento) per accedere al mistero di Dio e godere della piena comunione con lui, comunione sottolineata dalla preposizione in del titolo dell’opera, che evidenzia la perfetta fusione.
L’ideale mistico consiste infatti proprio nella perfetta fusione tra la mente dell’uomo e Dio, grazie alla quale l’anima si conforma a Cristo crocifisso. Per arrivare a questa condizione è indispensabile un totale distacco dal mondo, che induce ad allontanarsi dalle cose sensibili per fissare Gesù Cristo sospeso alla croce con fede, speranza, carità, devozione, ammirazione, gioia, venerazione, lode e giubilo. In questa sorta di climax (crescendo) sono elencati tutti gli elementi imprescindibili per sperimentare l’estasi mistica (o excessus mentis), che è dunque sempre frutto di volontà, di sentimento, di preghiera, di pratica delle virtù teologali, di meditazione: essa non può comunque realizzarsi se non come un dono dello Spirito Santo, perché la contemplazione di Dio è possibile solo a chi è illuminato dalla Grazia.
In questo senso risulta particolarmente significativa l’esperienza di San Francesco, ricordata da Bonaventura nel passo proposto: il santo ricevette le stimmate (i segni dei chiodi che trafissero Cristo in croce) sul monte Verna (in Toscana) nel 1224, dopo essersi isolato da tutto per rivivere pienamente la Passione di Cristo, pregando, digiunando e mortificandosi nel corpo e nell’anima. Al culmine di questa esperienza egli fu visitato da un Serafino con sei ali confitto in croce, che, lasciandogli il segno tangibile della sofferenza di Cristo, lo trasformò nel modello del perfetto contemplativo, un modello che Bonaventura propone ora a tutti gli uomini, affinché si abbandonino, come il santo di Assisi, al desiderio di vedere Cristo. San Bonaventura, del resto, confessa di aver vissuto la stessa esperienza, su quello stesso monte, mentre cercava ispirazione sul modo in cui scrivere e raccogliere in forma di ammaestramento i suoi pensieri, ispirati al neoplatonismo e a Sant’Agostino. È stato proprio in quel luogo, infatti, che egli ha compreso l’importanza dell’invito alla preghiera, da svolgere con la mente rivolta alla Passione di Cristo, perché è stato il suo sacrificio a cancellare le colpe degli uomini. Le lacrime che accompagnano queste preghiere aprono la via alla Grazia, che ne riconosce la sincerità: la sequela, l’imitatio e la conformatio Christi (le tre tappe della vita spirituale – seguire, imitare e conformarsi a Cristo – di cui Francesco ha lasciato un fulgido esempio) sono così davvero alla portata di ciascuno degli uomini.
È evidente che in un tale contesto si assiste a una svalutazione della cultura, perché per arrivare a Dio non servono né la ragione, né gli studi, né l’attività intellettuale né i libri: l’uomo che vuole vivere questa esperienza deve interrogare, come dice Bonaventura, la grazia e non la scienza, il desiderio e non l’intelletto, il gemito della preghiera e non lo studio, abbandonandosi completamente a Dio e rinunciando a ogni pretesa di conoscenza. Questo, però, non significa né rifiutare né svilire né tantomeno disprezzare la ragione, e neppure pensare che tra fede e ragione esista un contrasto insuperabile: secondo Bonaventura bisogna semplicemente riconoscere che fede e ragione hanno due sfere di influenza profondamente diverse e che quella della fede è nettamente più ampia di quella, limitata e finita, della ragione. In questo modo si attua pienamente il passaggio da una teologia speculativa, basata sulla ragione, a una teologia mistica, una vera e propria esperienza d’amore in cui l’anima trova in Dio la sua pace.
Questa esperienza, proprio perché fortemente individuale, non può essere concettualizzata e descritta: chi la prova può, al massimo, tentare di riferirne gli effetti, come fa San Bonaventura quando la definisce un passaggio e un rapimento che portano dalla dimensione terrena a quella celeste. Illustra molto chiaramente questo concetto Dante Alighieri nel Paradiso, quando a più riprese descrive al lettore le difficoltà che incontra nel riferire le esperienze ineffabili che ha vissuto nell’Empireo.
Lo stile di scrittura non può non risentire della passione con cui Bonaventura espone il suo pensiero: il vivace slancio narrativo rende la sua prosa altamente poetica, come dimostrano le numerose immagini con cui l’autore illustra i concetti fondamentali dell’Itinerarium. Hanno particolare pregnanza di significato l’immagine di Cristo che si fa propiziatorio (perché con la sua missione di redentore dona agli uomini la possibilità di essere di nuovo in comunione con Dio), quella dell’angelo con le tre coppie di ali disposte a forma di croce (che alludono alle sei tappe che portano all’ascesi mistica), quelle del fuoco (che rimandano all’ardore della carità) e, soprattutto, quella originalissima di Dio inteso come tenebra, perché egli è oltre la luce, in un’ossimorica luminosissima tenebra.
Non mancano, inoltre, vocaboli connotati in senso sentimentale o fortemente emotivo: i superlativi (segretissimo, ardentissima), l’area semantica del fuoco e del calore (il fuoco che tutto infiamma… questo fuoco è Dio, il suo focolare è nella Gerusalemme celeste, e l’accende Cristo col fervore della sua ardentissima passione) e, nel testo latino, l’abbondanza di vocaboli ottenuti con i prefissi super e trans, per sottolineare la necessità di andare al di là della ragione.
Note
5. Dionigi: un trattatista greco vissuto tra il V e il VI secolo.
6. Lo sposo: l’estasi mistica viene rappresentata come le nozze con Cristo, qui non inteso in veste di maestro.

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