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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Ecco mormorar l’onde

in TESTI / TORQUATO TASSO / IL RINASCIMENTO / LETTERATURA ITALIANA

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Numerose liriche di Torquato Tasso descrivono dei paesaggi idilliaci, spesso caratterizzati dalla presenza dell’acqua. Questo madrigale può essere considerato particolarmente rappresentativo – per i contenuti leggeri e galanti e per la sua musicalità – di questa tipologia di componimenti.

1Ecco mormorar l’onde
e tremolar le fronde
a l’aura mattutina e gli arboscelli,
e sovra i verdi rami i vaghi augelli
5cantar soavemente
e rider l’orїente:
ecco già l’alba appare
e si specchia nel mare,
e rasserena il cielo
10e le campagne imperla il dolce gelo
e gli alti monti indora.
O bella e vaga Aurora,
l’aura è tua messaggera, e tu de l’aura
ch’ogni arso cor ristaura.

T. Tasso, Rime, Ricciardi, Milano – Napoli, 1952

Vediamone insieme la parafrasi:

1Ecco mormorare le onde
e tremolare le fronde
all’aria mattutina e (anche) gli arbusti
e sopra i verdi rami (ecco) i graziosi uccelli
5cantare soavemente
e (ecco) aprirsi (come in un sorriso) l’Oriente:
ecco che appare già l’alba
e si specchia nel mare
e rasserena il cielo
10e la dolce freschezza (della rugiada) imperla le campagne
e (l’alba) tinge di luce dorata gli alti monti.
O bella e amata Aurora,
la brezza è tua messaggera, e tu (lo sei) della Laura
che ristora ogni cuore arso (dall’amore).

Questo madrigale fa parte delle rime che Tasso dedicò a Laura Peperara, una giovane donna che conobbe durante un viaggio a Mantova, forse nel 1563, e di cui si innamorò perdutamente. La dedica è facilmente riconoscibile grazie alla presenza del senhal, lo pseudonimo con cui i poeti provenzali si rivolgevano alla donna di cui erano innamorati per proteggerla dalle malelingue: il nome di Laura è infatti indicato – con un gioco di parole di petrarchesca memoria – con il termine l’aura, presente nei versi per ben tre volte (una nel terzo e due nel penultimo verso).

La protagonista del madrigale non è però la donna amata: proprio come succede in molti altri madrigali di Tasso, infatti (per esempio nel celebre Qual rugiada o qual pianto), è la natura a essere posta al centro della lirica, una natura che è in grado di condividere le sensazioni e gli stati d’animo del poeta, che in questi versi prova un’intesa gioia per l’imminente arrivo della donna che ama.

La natura asseconda questo stato d’animo con il momento più bello della giornata, l’alba: l’ecco iniziale richiama l’attenzione del lettore proprio sul lento sorgere del sole e sul diffondersi della sua luce. Tutti i verbi utilizzati dal poeta descrivono una natura antropomorfizzata (le onde mormorano, le fronde degli alberi tremano, l’Oriente sorride…) che sembra risvegliarsi nell’esatto momento in cui si leggono questi versi: la luce del sole nascente inonda pian piano ogni elemento del paesaggio, che vivifica e rivitalizza (come sottolinea il dato coloristico del verde dei rami) in un clima di trepidante attesa.

Questo clima di attesa è funzionale all’invocazione presentata nella parte finale del componimento, in cui il poeta si rivolge direttamente all’Aurora – citata con la lettera maiuscola perché intesa come la dea bella e vaga del mito -, che ha nell’aria la sua messaggera. Ma se l’aura è Laura (poiché il vocabolo, come detto, deve essere inteso come un senhal, sottolineato da un gioco di rispondenze foniche con aurora e ristaura) si scopre il gioco galante, che trova nella forma poetica del madrigale la sua sede più adatta: Laura non solo è bella come le ninfe e le creature celesti che solitamente accompagnano le dee, ma, proprio come l’alba, porterà linfa vitale e pace al cuore del poeta.

La scelta della forma metrica del madrigale è certamente dovuta all’argomento amoroso: il poeta, però, la rielabora in un modo davvero originale. Questo madrigale, infatti, composto da quattro versi endecasillabi e da dieci settenari (disposti in sette distici a rima baciata secondo lo schema aaBBccddeEffGg), è sapientemente strutturato in due periodi: il primo, molto lungo, diviso in due membri introdotti da ecco (costituiti ciascuno da una serie di frasi coordinate); il secondo, più breve, decisamente più articolato dal punto di vista sintattico. Tale partizione risulta funzionale ai contenuti proposti: il primo lungo periodo contiene la descrizione del paesaggio (in cui, significativamente, il primo verbo finito appare al verso 7, per sottolineare l’indeterminatezza della luce che illumina piano piano tutti gli elementi paesaggistici) mentre il secondo periodo, in forma di invocazione, articola e spiega, con l’uso di verbi finiti, il motivo dell’emozione che si lega all’apparire dell’alba (cioè l’imminente arrivo di Laura).

L’eleganza e la raffinatezza tipici di questo genere di componimento passano anche attraverso le scelte lessicali e le figure retoriche utilizzate. Sono infatti evidenti, nei versi, alcuni rimandi letterari: oltre al già citato l’aura, sono cari a Petrarca anche gli aggettivi vago e bello e i vocaboli onde e augelli; il verso 6 è un chiaro riferimento al verso 20 del primo canto del Purgatorio dantesco (faceva tutto rider l’orїente). Le figure retoriche predilette sono quelle preziose e ricercate: la sinestesia (che accosta due diverse sfere sensoriali) con cui è definita la rugiada (un dolce gelo, in cui il gusto è associato al tatto: questa definizione è però anche, contemporaneamente, una metafora per la rugiada e una sorta di ossimoro, perché unisce due aree semantiche solitamente distanti); il chiasmo rasserena il cielo e le campagne imperla; le allusioni metaforiche dei verbi imperlare e indorare, che rimandano al bianco delle perle e al giallo dell’oro, che ben si addicono all’ornamento di una giovane dama.

La musicalità del componimento è ottenuta con diversi espedienti:

  • la prevalenza dei settenari, i versi più musicali della nostra metrica
  • l’utilizzo della rima baciata
  • le rime interne create dagli infiniti mormorar, tremolar, cantar
  • la scelta di legare le coppie di versi non rimate tra loro per mezzo della consonanza, sia perfetta (-are, -ora, -aura) che imperfetta (per esempio – onde e – ente)
  • l’uso insistito dell’allitterazione (per esempio della lettera v nel verso 4)
  • il ricorso all’anafora della congiunzione e
  • la presenza del polisindeto di e, che fa in modo che i versi scorrano veloci, accompagnando l’occhio di chi osserva il diffondersi della luce del sole con un crescendo di sospensione e attesa
  • la ripetizione della lettera r, che richiama e sottolinea il tremolio delle onde accarezzate dal vento, ripetizione che costituisce anche un omaggio al celebre verso 117 del primo canto del Purgatorio di Dante (il tremolar della marina…)

Tutti questi espedienti fanno in modo che i vocaboli perdano la loro semanticità e diventino quasi semplici suggestioni sonore, per accompagnare queste delicate emozioni d’amore che nel 1590 furono messe in musica da Claudio Monteverdi.

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