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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Orione

in IL MITO / LETTERATURA GRECA

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La figura di Orione entrò nel mito greco probabilmente dalla mitologia sumera, in cui il dio Uru – anna (nome che ha un’evidente somiglianza fonetica con Orione) è la luce del cielo.

Orione – come ci attestano, tra gli altri, il poeta Esiodo e lo storico Apollodoro – era ritenuto figlio di Poseidone, il dio del mare, e di Euriale, figlia di Minosse, re di Creta. Secondo il bibliotecario Igino – fonte del poeta latino Ovidio – Orione era invece il figlio che un vecchio apicultore di Tebe, Irieo, ebbe come ricompensa per aver offerto ospitalità a Zeus, Poseidone ed Ermes, che si erano presentati a casa sua travestiti da viandanti. Quando essi, dopo essersi rivelati, gli chiesero che cosa desiderasse in cambio della sua generosità, l’uomo domandò loro di poter avere un figlio da solo, per non offendere la memoria della moglie appena scomparsa, cui aveva giurato eterna fedeltà: gli dei, accolta la sua preghiera, riempirono con la loro urina la pelle di un bue –  unico animale che Irieo possedeva e che non aveva esitato a sacrificare per poter dare loro del cibo – e dissero all’uomo di sotterrarla presso la tomba della moglie. Dopo dieci mesi Irieo trovò nella pelle un bimbo, che decise di chiamare Orione per ricordare che era nato dall’orina degli dei.

Orione divenne un uomo bellissimo, dalla forza prodigiosa e abile cacciatore (viene infatti spesso raffigurato con una clava); il padre Poseidone gli concesse la facoltà di camminare sulle acque donandogli una statura gigantesca, che gli permetteva di procedere senza difficoltà tra le onde con i piedi ben piantati sul fondo del mare e la testa e le spalle fuori dall’acqua.

Secondo Apollodoro Orione sposò la ninfa Side, dalla quale ebbe due figlie, Menippe e Metioche, due ragazze molto belle e particolarmente abili nell’arte della tessitura: entrambe non esitarono a immolarsi, uccidendosi con un fuso, quando l’oracolo di Apollo rivelò che per salvare la Beozia da una violenta epidemia di peste era necessario placare gli dei degli Inferi con il sacrificio volontario di due giovani vergini. Ade, il dio dei morti, e Persefone, la dea degli Inferi, colpiti da tanta bontà d’animo, decisero di trasformare i loro corpi in due comete, che furono chiamate Coronidi. Ben diverso fu, invece, il destino della madre: lo pseudo Apollodoro ci racconta, infatti, che Side venne gettata nel Tartaro dalla dea Era, offesa perché la donna aveva osato gareggiare con lei in bellezza; secondo alcune fonti Side si trasformò in una pianta di melograno.

Orione, rimasto solo, si recò con il suo fedele cane Sirio da Enopio (o Enopione), figlio di Dioniso e Arianna, che regnava sull’isola di Chio, in cui aveva introdotto la coltivazione della vite e la produzione del vino rosso (il suo nome significa, infatti, bevitore di vino).  Enopio lo accolse benevolmente e lo incaricò di uccidere tutti gli orsi, i lupi e i leoni che infestavano l’isola; una volta portato facilmente a termine il compito, il provetto cacciatore chiese in sposa Merope, figlia di Enopio e della ninfa Elice, ma il re rifiutò. Orione, amareggiato, si ubriacò con il vino rosso: perso il controllo di sé, si recò nella stanza di Merope e la violentò. La vendetta di Enopio non tardò a venire: Orione fu fatto di nuovo ubriacare e fu poi accecato nel sonno con un tizzone ardente (per altri, invece, gli furono tolti gli occhi dalle orbite: in entrambi i casi è evidente il valore simbolico della punizione, che impone di ricordare che troppo vino ottenebra la mente, impedendo di discernere correttamente le cose).

Il gigante cominciò dunque a vagare senza una meta, finché giunse a Lemno, nella fucina del dio Efesto; qui rapì il nano Cedalione (o Chedalione), che aveva insegnato al dio la lavorazione dei metalli, se lo caricò sulle spalle e si fece da lui guidare fino all’Estremo Oriente, per vedere il primo raggio del sole nascente, poiché un oracolo della Pizia aveva predetto che in questo modo egli avrebbe riacquistato la vista. E così avvenne. Orione tornò allora a Chio, per vendicarsi di Enopio, ma non poté portare a termine il suo proposito, perché Efesto aveva costruito per il re un rifugio sotterraneo, in cui Enopio si era nascosto per sfuggire alla vendetta del gigante.

Orione, credendo che Enopio si fosse rifugiato a Creta dal re Minosse, si recò nell’isola, ma non lo trovò; fu però visto da Eos, che, essendosi innamorata di lui, lo rapì e lo portò con sé a Delo, dove, secondo il poeta Callimaco, Orione continuò a praticare la sua attività di cacciatore e fu ucciso dalla dea Artemide con una freccia, perché aveva tentato di usarle violenza. Igino racconta invece che Orione insidiò una ninfa del seguito di Artemide, Opide (o Opi), e che fu per questo punito dalla dea con la morte; altri ancora narrano che il giovane fu ucciso dalla dea per gelosia, perché aveva respinto il suo corteggiamento, dicendosi fedele a Eos, ma aveva poi cercato di conquistare le sette Pleiadi, inseguendole nei boschi della Beozia finché esse non furono mutate in colombe.

In realtà esistono molte altre versioni sulla morte del gigante. Alcuni autori, come Istrio, allievo di Callimaco, dicono che Orione fu fatto uccidere per gelosia da Apollo, che si sentiva trascurato dalla sorella Artemide, che si recava continuamente a caccia con Orione. Un giorno Apollo, con il pretesto di una gara, invitò la sorella a lanciare una freccia nell’acqua in cui era completamente immerso Orione, che appariva – visto da lontano –  come un piccolo puntino scuro nel luccichio delle onde: fu così proprio la dea, con la sua infallibile mira, a uccidere – senza volerlo – il suo inseparabile compagno di caccia. Altri dicono che Orione fu ucciso perché aveva osato sfidare la dea Artemide in una gara con il disco; altri ancora, infine, come Eratostene, attribuiscono la morte del gigante al morso di uno scorpione mandato da Artemide o dalla Madre Terra, Gea, perché Orione si era vantato di poter sterminare tutti gli animali feroci presenti sulla Terra.

Zeus, adirato per l’uccisione del figlio, fulminò lo scorpione; decise poi di mutare Orione e lo scorpione in due costellazioni – che presero i loro nomi – per ricordare lo sventurato cacciatore e per ammonire gli uomini a non sfidare gli dei. È questo il motivo per cui la costellazione di Orione – ben visibile nei mesi invernali nell’emisfero boreale – tramonta quando sorge quella dello Scorpione, da cui Orione fugge in eterno.

Anche il fedele cane Sirio, inconsolabile per la morte del padrone (tanto da ululare ininterrottamente per tre giorni e tre notti) – o, per altri, ucciso dallo scorpione insieme a Orione, che cercava di difendere -, fu mutato in una luminosissima stella, che appartiene alla costellazione del Cane Maggiore.

Una curiosa tradizione mitologica minore lega Orione anche alla città di Messina. Diodoro Siculo, nel IV libro della sua Biblioteca storica, ci racconta che Orione fu chiamato in Sicilia dal re Zanclo, che voleva sistemare il porto della città su cui regnava, Zancle: Orione, come racconta anche il poeta Esiodo, non si limitò a edificare il porto, ma realizzò il grande promontorio del Faro, sul quale eresse un tempio per suo padre Poseidone. La città che nacque dal lavoro di Orione, poi chiamata Messina, ha celebrato il suo fondatore con una fontana marmorea, situata nella Piazza del Duomo e realizzata nella metà del sedicesimo secolo da Giovanni Angelo Montorsoli: essa, di forma piramidale, ricorda il gigante e il suo fedele cane Sirio, accucciato ai suoi piedi.

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