Melampo
in IL MITO / LETTERATURA GRECA
Melampo, un indovino e guaritore che compare già nei poemi omerici, era figlio di Amitaone, re di Pilo, in Messenia, e di Idomenea. Il suo nome gli fu attribuito perché la mamma, quando era piccolo, lo aveva messo a dormire all’ombra di un albero, non accorgendosi che i piedini erano rimasti esposti al sole, che li aveva abbronzati: Melampo significa, infatti, alla lettera, dai piedi neri. Erodoto (II,49) lo ricorda come il fondatore del culto di Dioniso in Grecia, dove Melampo fece erigere un sontuoso tempio in onore del dio.
Nella Biblioteca di Apollodoro di Atene si legge (I, 9 -11) che, quando era ancora bambino, Melampo aveva reso onori funebri a un serpente ucciso dai suoi servi nel bosco e che si era poi preso cura dei suoi piccoli; essi, per ringraziarlo, gli avevano a lungo leccato le orecchie mentre dormiva all’ombra di un albero, gesto che lo aveva messo in grado non solo di capire il linguaggio degli animali – in particolare quello degli uccelli -, ma anche di predire il futuro agli uomini. Apollo gli donò poi la possibilità di praticare – primo tra i mortali – l’arte della divinazione. Melampo era anche in grado di guarire i malati, poiché conosceva le proprietà delle erbe medicinali e riconosceva quelle magiche.
Il fratello di Melampo, Biante, si innamorò della bellissima Pero, sua cugina. Il padre di Pero, Neleo, re di Pilo, pretese, per concedergli la mano della figlia, che Biante gli portasse come dono di nozze i buoi di Filaco, eroe discendente da Eolo che governava Filace, in Tessaglia: l’impresa era davvero pericolosa, perché i buoi erano sorvegliati da un cane insonne e ferocissimo (il re aveva fatto questa richiesta – impossibile da portare a termine – proprio perché non voleva separarsi dalla figlia, che amava moltissimo). Melampo si offrì di aiutare il fratello, rubando i buoi al posto suo, perché l’arte della divinazione gli aveva preannunciato il successo dell’impresa, dopo un iniziale fallimento: per questo si recò a Filace, dove fu sorpreso e morso dal cane mentre di notte tentava di portare via le mandrie; il re lo fece così catturare e imprigionare in una capanna.
Dopo un anno Melampo venne a sapere, ascoltando le parole di due tarli, che la capanna sarebbe crollata quel giorno stesso, poiché la trave che ne sosteneva il tetto era stata indebolita dai loro morsi: per questo chiese a Filaco di essere messo in un’altra prigione, poiché su di lui incombeva un grave pericolo. Il re accettò la richiesta, anche se non ne comprendeva il motivo: appena Melampo fu condotto all’esterno, la capanna crollò, uccidendo sul colpo una delle guardie, una donna che durante la prigionia lo aveva sempre trattato molto male.
Filaco, colpito dalle facoltà divinatorie di Melampo, pensò di consultarlo per risolvere un grave tormento che lo affliggeva. Suo figlio Ificlo, infatti, non riusciva a consumare il matrimonio con Astioche: per questo egli chiese a Melampo di guarirne l’impotenza, promettendogli in cambio le sue mandrie. Interpretando il dialogo di due avvoltoi, che si erano posati a terra per mangiare le carni di due tori che aveva sacrificato ad Apollo, Melampo scoprì che Ificlo sarebbe guarito se avesse bevuto per dieci giorni consecutivi la ruggine del coltello del padre, sciolta in poca acqua. Il coltello era stato conficcato in una quercia sacra proprio da Ificlo, quando, da bambino, aveva visto il padre, incurante della sua presenza, castrare degli arieti: così il piccolo, terrorizzato, aveva sottratto e nascosto il coltello. Melampo lo ritrovò e ne raccolse la ruggine: il rimedio da lui suggerito guarì Ificlo dal trauma, cosicché egli divenne presto padre di due figli maschi. Melampo, secondo i patti, ottenne come ricompensa le mandrie e le portò al fratello Biante, che poté così sposare Pero, da cui ebbe numerosi figli.
In seguito Melampo si recò a Tirinto (o, per altri, ad Argo) per aiutare il re di quella città, Preto, e le sue figlie, Ifianassa, Lisippa e Ifinoe, conosciute come le Pretidi. Le tre figlie del re avevano sostenuto di essere più belle di Era oppure, secondo il poeta Bacchilide, che il tempio della dea era meno fornito di tesori del palazzo del padre (per altri, invece, avevano sottratto dell’oro al vestito della statua della dea): per uno di questi motivi Era le aveva fatte impazzire, cosicché esse vagavano nude per le montagne e per i boschi, correndo, muggendo come giovenche e strappandosi i capelli. Melampo promise di guarirle e chiese come ricompensa un terzo del regno. Preto dapprima rifiutò, poiché il prezzo della guarigione gli sembrava troppo alto; quando però le figlie, come racconta Erodoto, cominciarono a contagiare con la loro follia anche altre donne, che, per seguirle, uccidevano i figli e abbandonavano le famiglie, richiamò Melampo, che questa volta pretese un terzo del regno per sé e un altro terzo per il fratello Biante. Il re, nel timore che il contagio si estendesse ulteriormente, accettò le sue condizioni. Melampo allora, con l’aiuto di Biante e di altri giovani, cacciò le donne dalle montagne fino a Sicione, dove esse si purificarono immergendosi in una fonte in cui Melampo aveva gettato delle erbe magiche. Al termine del rito, però, essi scoprirono che tra le donne non erano presenti le tre figlie di Preto. Melampo e i suoi aiutanti si spinsero quindi fino a Lusi, in Arcadia, dove ne trovarono due, poiché Ifinoe nel frattempo era morta di consunzione. Secondo Pausania Melampo gettò nel fiume Anigro, nell’Elide, tutti gli oggetti usati per la purificazione delle Pretidi: questo causò la formazione di una puzza nauseabonda (questo fiume, infatti, è caratterizzato dalla presenza di acque sulfuree, dal caratteristico odore pungente: questa parte del mito ha dunque valore eziologico, perché spiega le cause di un fenomeno).
Preto mantenne la promessa e assegnò ai due il territorio pattuito; in seguito i fratelli sposarono le due sorelle superstiti: Melampo prese in moglie Lisippa, da cui ebbe tre figli e due figlie, e Biante, rimasto vedovo di Pero (o, secondo altri, avendola abbandonata), sposò Ifianassa, da cui ebbe una figlia.

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