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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Riflessioni conclusive

in EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA

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Tutti i testi che abbiamo esaminato fino a questo momento risultano non solo interessanti ma addirittura fondamentali per un’attendibile storia della società, dei sentimenti e della famiglia nell’età ellenistica, per confermare – o smentire – il quadro che ne è comunemente dato dagli studiosi senza tener conto, per lo più, dei dati ricavabili da questo materiale.

Gli aspetti che possono essere analizzati sulla base di queste fonti sono due, quello sociale e quello affettivo. Per quanto riguarda il primo è interessante notare come l’aspirazione a un impiego esterno all’ambiente familiare coinvolga sia le donne appartenenti alle classi più elevate sia quelle delle classi più umili, naturalmente con motivazioni e finalità diverse. Le donne appartenenti alla classe medio – alta cercavano un’affermazione al di fuori della famiglia – a differenza di quelle povere, costrette a lavorare – come un ulteriore motivo di prestigio sociale: escluse dal settore pubblico, si rivolgevano all’ambito religioso, in cui, al contrario, venivano avvertite come un insostituibile tramite con la divinità. Il culto di Cibele, per esempio, trovò delle adepte fervide e delle propagandiste appassionate proprio nelle donne, sia perché la divinità era connessa alla fecondità sia perché le cerimonie suscitavano forti emozioni e consolazione per i mali della vita. L’ambito religioso era dunque, da sempre, senza alcun dubbio, quello che poteva soddisfare meglio questa esigenza di affermazione, come conferma un epigramma inciso su un pilastro, ad Atene, nel 500 a.C., in cui Mirrine ricorda di essersi occupata, per prima, del tempio della dea Nike e di essersi così meritata l’onore di una splendida tomba.

L’incarico di sacerdotessa, di per sé già assai importante – in quanto dotato di privilegi e di poteri pubblici e statali, poiché la religione antica era un affare di stato -, si accrebbe di ulteriore prestigio in età ellenistica, allorché, come abbiamo visto nelle lezioni introduttive, la figura della sacerdotessa fu identificata con quella di una benefattrice della cittadinanza.

I documenti epigrafici che abbiamo avuto modo di analizzare insieme non riguardano, però, donne note e famose: l’anonima sacerdotessa di Demetra, Anasso e Cleno, Alcmeonis non vengono infatti ricordate come donne ricche e ambiziose né, tantomeno, come pubbliche benefattrici. I rispettivi epitafi dimostrano che esse, senza dubbio, dovevano essere comunque molto onorate e stimate nella loro città: soprattutto quelli per la sacerdotessa di Demetra e per Alcmeonis lasciano trasparire – in confronto a quello per Anasso e Cleno, più dimesso – un fiero orgoglio per la funzione di sacerdotessa, proprio per l’emancipazione – per quanto ancora limitata – che questa carica comportò a partire dall’età ellenistica. Le sacerdotesse, infatti, non potevano ancora fare a meno di un κύριος, cioè di un tutore: spesso, nel caso di donne sposate, era il marito a fungere da tutore legale della sacerdotessa che, avendo regolarmente acquistato la carica, ne ricavava anche i profitti. Una sacerdotessa non sposata poteva invece scegliersi il tutore: il documento di una vendita del sacerdozio di Artemide Pergaia ad Alicarnasso, del III secolo a.C. (LSAM n. 73), mostra che era possibile a un uomo acquistare un sacerdozio destinato a una sacerdotessa, a patto che fornisse una donna dagli adeguati requisiti – cittadina per parte di padre e di madre da tre generazioni -, da ricompensare per il suo servizio di culto (anche se il documento non ne specifica le modalità).

E’ importante osservare che, tolta la limitazione della tutela, queste donne sembrano avere, per lo meno in campo religioso, una certa autorità: basti pensare alla funzione di guida (per quanto limitata al tiaso e a piccole associazioni di cui ci sfugge la natura) della sacerdotessa di Demetra o di Alcmeonis, e alla interscambiabilità di ruoli tra sacerdotessa e sacerdote attestata dal già citato editto di Mileto del 276/5, in virtù del quale il sacerdote poteva assistere ai sacrifici delle donne e sostituire la sacerdotessa (e viceversa). La carica stessa era dunque fonte di prestigio, anche perché i doveri erano ricompensati con dei diritti. Ogni sacerdotessa aveva infatti il dovere di compiere sacrifici – pubblici e privati – e di occuparsi della loro organizzazione (in un papiro del 245 a. C. Demofonte ringrazia Tolomeo per avergli procurato oggetti necessari al sacrificio, reclamati dalle donne); in cambio otteneva diritti onorifici (nel mondo greco, per esempio, le donne potevano adottare per le loro comunità religiose i nomi delle cariche politiche maschili) e pecuniari (tra cui porzioni delle vittime sacrificate).

Possiamo confrontare con questi epitafi di età ellenistica un epitafio databile alla fine del V – inizi del IV secolo a. C. composto per una ricca ateniese, Lisimaca, che morì a ottantotto anni, circondata dai figli, dopo essere stata per sessantaquattro anni sacerdotessa di Atena. Lisimaca ricorda in modo molto sommesso i suoi meriti di sacerdotessa e di sposa, proprio quegli stessi meriti che vengono elogiati e lodati con magniloquenza negli epitafi che abbiamo visto insieme: in questa difformità di atteggiamento si riflette chiaramente il contrasto tra due epoche, cioè il momento in cui la donna, divenuta consapevole del proprio valore, non manca di sottolinearlo con orgoglio.

Ma l’aspetto decisamente più interessante è che l’emancipazione sociale non è considerata il traguardo principale: è l’aver raggiunto una veneranda età con un comportamento encomiabile ciò che rende queste donne degne di stima da parte di parenti e concittadini, che non risparmiano, al momento della loro scomparsa, parole affettuose e piene di ammirazione. In nessuno degli epitafi esaminati si avverte infatti l’omaggio formale: da sfumature e allusioni emergono, al contrario, il rispetto e l’affetto per donne che, pur essendosi dedicate con scrupolo a un’attività esterna all’ambito familiare, non trascurarono i propri cari. Dagli epitafi si comprende chiaramente che queste donne, a buon diritto orgogliose della propria emancipazione, restavano comunque altrettanto orgogliosamente attaccate ai valori tradizionali, quelli della maternità e della famiglia. Nessuna delle donne fin qui incontrate privilegia infatti una funzione rispetto all’altra: ciascuna è orgogliosa tanto dell’essere stata sacerdotessa quanto dell’essere stata una buona madre o moglie o semplicemente una donna dabbene.

Le testimonianze fin qui esaminate permettono di confermare il quadro che abbiamo tracciato nell’introduzione al corso, allorché abbiamo sottolineato il grande prestigio connesso alla figura della sacerdotessa; esse consentono anche di controbattere le tesi di coloro che sostengono che il sacerdozio fosse un’ulteriore forma di emarginazione femminile, presentando la partecipazione delle donne al culto come una sorta di confinamento imposto dagli uomini, che avrebbero addirittura così evitato l’aperto contatto con forze e divinità pericolose. Il quadro emerso dalla lettura degli epigrammi chiarisce abbondantemente – se mai ce ne fosse bisogno – l’assurdità di questa teoria.

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