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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Escra

in LE LAVORATRICI / EPITAFI… E DONNE /EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA

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Tra la consistente produzione di Callimaco conservata nell’Antologia Palatina (VII 458) – un’importante raccolta di epigrammi greci compilata a Bisanzio attorno alla metà del X secolo – c’è anche un epigramma dedicato a una donna frigia, Escra, che fu balia del piccolo Micco.

1Τήν Φρυγίην Αἴσχρην, ἀγαθόν γάλα, πᾶσιν ἐν ἐσθλοῖς
Μίκκος καί ζωήν οὖσαν ἐγηροκόμει,
3καί φθιμένην ἀνέθηκεν, ἐπεσσομένοισιν ὁρᾶσθαι,
ἡ γρηΰς μαστῶν ὡς ἀπέχει χάριτας.

1Alla frigia Escra, brava balia, Micco provvedeva,
anche mentre era viva, con ogni comodità per la sua età avanzata,
3e ora che è morta, egli ha posto (qui) la sua statua in modo che coloro che passeranno possano vedere
come la vecchia donna ha gratitudine per il suo latte.

Traduzione di A. Micheloni

Questo epigramma testimonia la riconoscenza che si poteva nutrire nei confronti della propria balia. In Grecia era infatti consuetudine, nelle famiglie più agiate, che la madre non allattasse il proprio bambino, ma lo affidasse a una nutrice che, naturalmente, creava con il piccolo un rapporto molto intenso. Una volta esaurito il suo compito, la balia poteva esser affrancata o, più spesso, restare a servizio della famiglia fino alla morte. Non stupisce dunque che i bambini, diventati adulti, dedicassero alle loro ex balie sincere manifestazioni di affetto, come succede in questo epitafio.

La balia qui ricordata (e va sottolineato che il nome viene posto, assai efficacemente, come incipit dell’epigramma) era una schiava originaria della Frigia: lo si deduce dalla menzione dell’etnico, con cui erano abitualmente indicati gli schiavi, come avremo modo di vedere anche nell’epigramma composto per la balia tracia Clita e come conferma un verso di un Idillio di Teocrito (XV 42), in cui una madre, rivolgendosi alla nutrice, la chiama, significativamente, soltanto con l’etnico (Frigia, prendi il bambino).

Il nome proprio della nutrice, Αἴσχρα, la brutta, si trova anche, attribuito a una venditrice di profumi, in un epigramma di Asclepiade (AP V 181.9): i nomi derivati dall’aggettivo αἰσχρός erano infatti abbastanza numerosi (basti pensare al diffusissimo Aeschylus) e potevano esser attribuiti sia per il loro vero e proprio valore nominale sia, più frequentemente, a scopo apotropaico, cioè per allontanare ciò che si temeva (la bruttezza interiore, che nel pensiero greco era sempre specchio di quella esteriore, esattamente come accadeva per la bellezza).

La nutrice, definita affettuosamente buon latte – con una metonimia che scambia il nome concreto latte con la professione astratta di balia – fu dunque, quando era in vita, non solo assistita affinché non le mancasse nulla, ma addirittura posta in mezzo agli agi proprio da quel bambino che ella aveva allattato, Micco, che la considera al pari della vera madre: è significativo, infatti, che nell’epigramma sia stato usato il verbo γηροκομέω, che equivale a γηροβοσκέω, mantenere e aiutare nella vecchiaia, riferito soprattutto ai genitori, cosa che testimonia l’affetto che Micco prova nei confronti della nutrice, sentita come un vero membro della famiglia.

Testimonierebbe questo affetto anche l’ipotesi, formulata dal mio indimenticato maestro, il professor Giovanni Tarditi, che il dedicante abbia voluto usare, in questo contesto di riconoscenza affettuosa, proprio il nomignolo datogli dalla nutrice: ὁ μικκός, il piccolino, è infatti attestato molto spesso nei papiri, sia come aggettivo riferito a bambini sia come nome proprio. È dunque probabile che il soprannome usato dalla nutrice per il bambino sia stato deliberatamente citato dal dedicante per essere ricordato insieme alla defunta con il nome con cui ella soleva chiamarlo quando lo allattava.

L’affetto per la balia va oltre la vita: lo stesso Micco, dopo la sua morte, le ha fatto erigere una statua, affinché la donna sia ricordata anche da coloro che in futuro si troveranno a passare nei pressi della sua tomba. In realtà il verbo ἀνατίθημι con il caso accusativo può voler dire tanto dedicare a qualcuno una lapide funeraria o una stele quanto erigere a qualcuno una statua: l’insistenza del poeta sul ricordo, anche visivo, mi ha indotto a preferire, nella traduzione, questa seconda ipotesi, poiché una statua – votiva oppure funeraria – poteva imporsi all’attenzione del passante più facilmente di quanto potessero fare una lapide o un cippo con un rilievo.

Nell’ultimo verso dell’epigramma Micco ribadisce, ancora una volta, la gratitudine alla vecchia donna per il latte che ella gli ha dato usando un’altra metonimia: Escra è detta infatti meritevole di riconoscenza per le sue mammelle, con un’immagine usata anche dal poeta Meleagro (AP VII 468) per Carissena, che, essendo morta giovane, non potrà avere riconoscenza per le sue mammelle, non potrà cioè assaporare le gioie della maternità.

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