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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Anasso e Cleno

in SACERDOTESSE / EPITAFI… E DONNE /EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA

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Diotimo è considerato l’autore, nell’Anthologia Palatina (un’importante raccolta di epigrammi greci compilata a Bisanzio attorno alla metà del X secolo), di un epigramma per due anziane sorelle, Anasso e Cleno, sacerdotesse rispettivamente di Demetra e delle Grazie, che morirono poco prima del loro ottantesimo compleanno.

1κληιδοῦχοι δύο γρῆες ὁμήλικες ἦμεν, ᾿Αναξώ
καὶ Κληνώ, δίδυμοι παῖδες ᾿Επικράτεος·
Κληνώ μὲν Χαρίτων ἱερῆ, Δήμητρι δ᾽ ᾿Αναξώ
ἐν ζωῆι προπολεῦσ᾽· ἐννέα δ᾽ ἠελίων
5ὀγδωκονταέτεις ἐπιλείπομεν ἐς τόδ᾽ ἰκέσθαι
τῆς μοίρης· ἐτέων δ᾽ οὐ φθόνος, οἷς ὁσίη.
καὶ πόσιας καὶ τέκνα φιλήσαμεν· αἱ δὲ παλαιαί
πρῶθ᾽ ἡμεῖς ᾿Αίδην πρηὺν ἀνευράμεθα.

1Eravamo due anziane sacerdotesse della stessa età, Anasso
e Cleno, figlie gemelle di Epicrate:
Cleno (fu) sacerdotessa delle Grazie, Anasso fu ministra
di Demetra, quando era in vita; solo nove giorni
5mancavano perché noi morissimo a ottant’anni: non c’è invidia degli anni per coloro che servono gli dei.
Abbiamo amato sposi e figli; noi, ormai anziane,
abbiamo scoperto, prima di loro, il benevolo Ade.

Traduzione di A. Micheloni

La figura di Diotimo – a cui sono attributi, nell’Anthologia Palatina, dieci epitafi – è piuttosto oscura: esistono infatti ben tre poeti con questo nome. Il primo, Diotimo di Mileto, è detto autore dell’epigramma AP V 106; il secondo, a cui è attribuito l’epigramma AP VII 420, è Diotimo d’Atene, che Demostene (περί τοῦ στεφανοῦ  114 ο κατά Μειδίου 208) ci dice essere stato anche un ricco trierarca – morto nel 325 a.C. circa – che ottenne in dono una corona per la sua generosità nei confronti della città; un terzo Diotimo, di Adramyttion, fu poeta e maestro di scuola. Quest’ultimo fu identificato da un illustre studioso, il Wilamowitz, con l’autore di un poemetto epico intitolato ‘Ηρακλεία – di cui a noi resta soltanto il titolo -, che visse probabilmente nella prima metà del III secolo a.C. Sebbene non ci siano riferimenti interni al testo che portino a escludere un Diotimo a favore di un altro, l’aspetto stilistico e il tipo di contenuto (l’elogio di anziane sacerdotesse) – argomenti peraltro opinabili – fanno pensare che l’epitafio sia stato steso nel III secolo a.C.. Si può dunque attribuire il testo, con buone probabilità, a Diotimo di Adramyttion e pensare che sia stato composto, forse per un rilievo o per una statua, nella prima metà del III secolo a.C.

Le due anziane sacerdotesse a cui esso è dedicato erano non solo sorelle ma addirittura gemelle. Abbiamo scarse notizie a proposito di parti gemellari nella Grecia antica, ma si può supporre che essi fossero stimati un evento positivo e che quindi entrambi i gemelli venissero cresciuti anche quando nascevano in famiglie dalle condizioni economiche disagiate. Il caso presente appare particolarmente rilevante se si pensa che furono tenute in vita e fatte crescere ben due neonate femmine, quando spesso anche un’unica bimba veniva esposta (cioè abbandonata – in una pentola di coccio o avvolta in fasce – lungo una strada, in un bosco o su un monte) nella speranza della successiva nascita di un maschietto, che costituiva una forza lavoro e che non doveva essere congedato dalla famiglia con una dote.

Le due gemelle divennero dunque sacerdotesse. Cleno era ministra delle Grazie (o Cariti), divinità che personificavano la bellezza: non sappiamo dove sia vissuta e dove abbia svolto il suo incarico, ma quello che vale per Atene, uno dei principali luoghi di culto delle Grazie, può essere ragionevolmente attribuito a Orcomeno, Pafo e Sparta, altri centri particolarmente dediti al culto di queste divinità. Anasso, l’altra sorella, fu invece sacerdotessa di Demetra, dea che ebbe numerosi luoghi di culto in tutta la Grecia.

I versi 4-6, piuttosto contorti, sembrano voler informare l’eventuale lettore che mancavano solo nove giorni perché le due donne raggiungessero gli ottanta anni a loro destinati dal fato. Il concetto, bizzarramente esposto –  non è del tutto chiaro, infatti, se le gemelle siano morte lo stesso giorno, nove giorni prima del loro compleanno, oppure se ci sia stata una differenza di nove giorni tra i decessi -, conferma la tendenza greca a porre donne anziane – o comunque mature – al servizio di divinità, in modo che potessero incontrarsi liberamente sia con i sacerdoti sia con i visitatori di sesso maschile.

La seconda parte del v. 6, molto concisa (non c’è invidia degli anni per coloro che servono gli dei), sembra alludere al fatto che le persone devote possono vivere fino a una bella età: esse infatti, attente al culto degli dei, non suscitano l’invidia dei loro anni da parte delle divinità e possono così vivere serene per lungo tempo. Che gli dèi provino, nei confronti dei mortali, una sorta di φθόνος, invidia, quando li vedono avvicinarsi alla loro condizione di felicità oppure se mancano loro di rispetto, è un tema ricorrente negli epitafi, dove essi sono accusati di infrangere, con la morte e  proprio per invidia, la felicità dei mortali: in un epitafio (GV n. 646 p. 159) rinvenuto a Sparta e databile al II secolo d.C., per esempio, Ade, geloso della conoscenza delle arti donata dalla Musa ad Anassanore, lo fa morire giovane; in un rilievo (GV n. 649 p. 160) – forse del II secolo d.C. – la sorte invidiosa toglie alla madre il giovane figlio; in un altro epitafio del III/II secolo a.C. (GV n. 678 p. 171) Plutone, invidioso della fama dei genitori e della virtù del nonno, porta via a Pisone Semiramide; in una stele da Perinto, forse del III secolo d.C. (GV n. 729 p. 189), un demone invidioso sottrae la giovane Talia allo sposo Teodoto; in un epitafio (GV n. 783 p. 209) ritrovato in  Galazia, del II/III secolo d.C., l’Invidia in persona allontana la giovane sposa da Calisseno…

Con il successivo καί inizia l’ultimo distico dell’epigramma, in cui le sacerdotesse ricordano la loro esperienza, non insolita (come già evidenziato per la sacerdotessa di Demetra), di mogli e di madri: nonostante il loro servizio agli dei, esse furono buone mogli e madri e, morendo prima dei familiari, ebbero la fortuna di non dover provare il dolore per la scomparsa dei loro cari, nonostante la lunga vita.

Furono probabilmente gli sposi e i figli a voler sottolineare nell’epitafio l’affetto che li legò alle loro congiunte. Proprio la menzione di Ade, definito benevolo (perché privò le donne della vita prima che esse potessero provare il dolore della perdita dei figli o dei loro sposi), conferma la sincerità dei legami d’affetto che esistevano in queste famiglie.

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