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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Metrica, lessico,

stile e fortuna

in INTRODUZIONE ALLA COMMEDIA / LECTURA DANTIS

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METRICA

Nella parte conclusiva della terza lezione della nostra Lectura Dantis abbiamo avuto modo di conoscere l’importanza del numero tre: non sorprende, pertanto, che Dante riunisca il verso scelto per scrivere la Commedia, l’endecasillabo (il più versatile della poesia italiana, già usato dai poeti della Scuola siciliana), in terzine, cioè in strofe composte da tre versi, di cui il primo rima con il terzo, mentre il secondo dà la rima al primo e al terzo verso della strofa seguente. Ogni canto termina con un verso isolato (o rilevato) che la rima accorda col secondo verso dell’ultima terzina: in questo modo il sistema del canto si chiude con una coppia di rime, così come con una coppia di rime (quella formata dal primo e dal terzo verso) si era aperto. I 14.233 endecasillabi che formano i cento canti della Commedia sono pertanto disposti secondo questo schema:

ABA, BCB, CDC, DED …YZY Z

La terzina dantesca (detta anche rima incatenata o terza rima) fa in modo che ogni rima (eccetto quelle del primo, terzo, terzultimo e ultimo verso di ogni canto) torni tre volte. Non solo: in tutti i casi in cui il verso termina con una parola piana (cioè con l’accento sulla penultima sillaba, come la maggior parte delle parole italiane), ogni terzina si compone di trentatré sillabe. Il numero tre trova dunque in questa struttura la sua massima esaltazione: Dante l’ha dunque creata – forse ispirandosi al sirventese, una composizione di carattere narrativo tipica della letteratura della Provenza, scritta per elogiare un ricco signore – proprio per rispecchiare la potenza creatrice della Trinità. La terzina ha anche altre valide prerogative: è aperta (in questo modo può continuare, potenzialmente, fino a quell’infinito a cui tende Dante), dinamica e crea un andamento a spirale, che ricorda il modo di procedere di Dante pellegrino (che avanza sempre ancorandosi al suo passato).

Il fatto che Dante se ne sia servito per trattare argomenti di diverso tipo (dall’amore alla politica, dalla morale alla teologia…) e con diversi stili e toni ha fatto sì che essa abbia avuto grande fortuna nella letteratura seguente: hanno usato la terzina, per fare qualche esempio, Giovanni Boccaccio, Francesco Petrarca, Ludovico Ariosto, Vittorio Alfieri, Vincenzo Monti, Giacomo Leopardi…

LESSICO

Il motivo della scelta della lingua volgare per un’opera di argomento così alto è stato più volte spiegato dallo stesso Dante. La Commedia ha il compito di dare a tutti gli uomini un messaggio di salvezza attraverso la narrazione di un percorso che si propone come realistico: questo messaggio deve quindi essere fruibile da tutti, comprese le persone non colte e le mulierculae (le donnette), come spiega il poeta nell’Epistola a Cangrande, che non potrebbero certamente intendere il latino.

Di qui la scelta del volgare, che si presenta come estremamente variegato, poiché Dante, per assecondare la molteplicità del reale, attinge agli ambiti più disparati: per questo motivo il critico Gianfranco Contini parla di plurilinguismo dantesco, una definizione che allude alla capacità di Dante di far ricorso a tutte le lingue possibili, accostando, su una base costituita dal volgare fiorentino¹, vocaboli aulici e cortesi, bassi e realistici, umili e quotidiani, filosofici, letterari e tecnici (la lingua dell’astronomia, della geometria, della medicina, della teologia…), volgari e rozzi, grecismi e latinismi, gallicismi e provenzalismi, varianti dei diversi volgari parlati in Italia (sia settentrionali che meridionali), arcaismi, termini privi di senso … in un’unica scrittura che si adatta agli argomenti di volta in volta affrontati secondo il principio della convenientia (sì che dal fatto il dir non sia diverso, spiega lo stesso Dante nel verso 12 del XXXII canto dell’Inferno).

Autorizzato da Orazio, che nell’Ars poetica dice che – se necessario – il poeta comico può alzare la voce e il tragico usare un linguaggio pedestre, Dante crea così un lessico straordinariamente ricco, in cui coesistono vocaboli

ALTI: latinismi (come verba, viro, cive, querente… tratti soprattutto dalla terminologia filosofico – scientifica), termini latini (sanguis meus), provenzalismi (fallanza, dolzore, augello, periglio… ma anche l’antico provenzale con cui parla il poeta Arnaut Daniel alla fine del XXVI canto del Purgatorio), neologismi (adimare, trasumanar), allotropi (parole che definiscono lo stesso concetto ma che hanno diversa provenienza e grafia, come imago – image – imagine, speranza – spene – speme…)

MEDI: di uso quotidiano

BASSI, TRIVIALI O SCURRILI: abbondanti nell’Inferno, dove sono ampiamente adoperati per la descrizione di diavoli e dannati, ma che si ripresentano, all’occorrenza, anche nelle altre due cantiche, in circostanze in cui Dante vibra di sdegno.

Un esempio della capacità di giocare con le parole è offerto dal modo in cui Dante definisce tre grandi figure presenti nella sua opera: nell’Inferno Caronte è un vecchio (vocabolo basso), nel Purgatorio Catone è un veglio (vocabolo medio) e nel Paradiso san Bernardo è un sene (un latinismo, e quindi un vocabolo alto).

Non va inoltre dimenticato che Dante è un profondo conoscitore della retorica medioevale, in particolare di quella che fornisce indicazioni e precetti sull’uso della memoria. Proprio per questo motivo è facile imbattersi, nella sua opera, in serie rimiche identiche – o quasi identiche – e in parole in rima collocate nello stesso verso di canti diversi (come il già citato stelle che chiude tutte e tre le cantiche): lo scopo di questi espedienti è quello di formare delle reti di relazioni volte ad arricchire il linguaggio poetico, per esaltarne la polisemia e per spingere il lettore a diventare parte attiva del componimento, mediante il ricordo, la riflessione e la meditazione: egli potrà infatti apprendere a pieno la lezione dantesca solo diventandone parte attiva, cooperando così al cammino di salvezza che ha intrapreso grazie al racconto del poeta.

Un cenno a parte meritano i numerosi neologismi, cioè le parole inventate da Dante derivandole da quelle esistenti. Dante ha infatti creato numerosi verbi parasintetici unendo un prefisso (come trans, in …) e un sostantivo, un aggettivo, un avverbio, un pronome…: sono nati così trasumanar (oltrepassare i limiti dell’umano), incielarsi (andare il cielo), insusarsi (andare su), insemprare (far durare per sempre), indiarsi (partecipare della natura divina) …

Questa straordinaria ricchezza lessicale ha fatto sì che Dante sia spesso definito il padre della lingua italiana: del resto il 90 % delle circa duemila parole che costituiscono il lessico fondamentale dell’italiano attualmente in uso è già presente nella Divina Commedia!

STILE

Sulla scorta di Sant’Agostino – che nel Dottrina cristiana afferma che l’autore cristiano può usare tutti gli stili a sua disposizione – anche per lo stile, come per il lessico, Dante adotta la convenientia inter res et verba, cioè la necessaria corrispondenza tra tema trattato e scelte stilistiche: di qui uno stile variegato noto con la definizione – sempre di Gianfranco Contini – di pluristilismo, che consente all’autore di passare dallo stile realistico a quello alto e viceversa, perché la materia della sua opera si allarga, come detto, a tutti gli ambiti – ampi, diversi e complessi – della realtà.

La stessa varietà è usata nel tratteggio dei personaggi: Pier delle Vigne si esprime con l’elaborazione retorica propria del cancelliere di corte, Francesca da Rimini con la lingua dell’amor cortese, Arnaut Daniel con la sua lingua madre, un provenzale ricco di artifici retorici…

Lo stile di Dante è caratterizzato anche dall’altissima presenza di figure retoriche, riprese sia dalla letteratura romanza che da quella classica, in particolare da Virgilio: non va comunque dimenticato che l’arte della retorica, così come il plurilinguismo, non è mai fine a se stessa, ma sempre funzionale alla divulgazione del messaggio di salvezza di cui Dante è latore.

Tra gli artifici più usati nella Commedia ci sono sicuramente anafore (ripetizioni di parole a inizio verso), allitterazioni (parole che contengono la stessa lettera), assonanze (rime con vocali uguali ma consonanti diverse) e consonanze (rime con consonanti uguali ma vocali diverse), metafore (comparazioni implicite), omoteleuti (parole che finiscono allo stesso modo), personificazioni (oggetti presentati come dotati di vita), ripetizioni, perifrasi

La figura retorica più significativa sia per numero di occorrenze (ve ne sono ben 597!) sia per il ruolo svolto è però senza dubbio la similitudine. Essa – a volte molto semplice, a volte complessa e articolata, a volte brevissima e a volte estesa per più terzine – viene ripresa dalla grande tradizione della poesia omerica, ovidiana e virgiliana, ma, proprio come le altre figure retoriche, non è mai un semplice ornamento: la similitudine assolve sempre, infatti, oltre alla sua specifica funzione di far capire un elemento ignoto per mezzo di un riferimento che il lettore conosce e comprende, anche a quella di chiarire concetti difficili, creare atmosfere, rendere concreto qualcosa di astratto… attingendo alla mitologia, alla Bibbia, al mondo naturale, alla vita quotidiana, alle discipline scientifiche e artistiche…

Significativo è anche l’uso parsimonioso della figura retorica dell’enjambement: poiché nella Commedia il periodo tende a coincidere con la terzina (su 4711 terzine quasi la metà – 2152 – è formata da un unico periodo in sé concluso!) e la frase o sintagma con il verso, gli enjambement, quando presenti, assumono infatti un significato particolarmente rilevante.

LA FORTUNA DELLA LECTURA DANTIS

Furono probabilmente i figli di Dante, Pietro e Jacopo, a favorire la prima circolazione e la divulgazione della Commedia, già subito dopo la morte del poeta. L’opera, come abbiamo avuto modo di vedere nella seconda lezione del corso, cominciò a diffondersi presto tra i letterati italiani, che ne commissionavano la copiatura su pergamene di grandi dimensioni, un materiale particolarmente costoso che testimonia il prestigio di cui il testo godeva: fu probabilmente proprio quest’abbondanza di copie a determinare la perdita degli autografi danteschi.

L’attività esegetica (cioè di studio e di commento) della Commedia cominciò subito dopo la diffusione dell’opera: il testo veniva copiato su due colonne proprio per favorire l’annotazione di commenti e glosse da parte degli studiosi, tra cui, oltre ai figli di Dante – Jacopo annotò l’Inferno, Pietro tutto il poema – meritano di essere ricordati Jacopo della Lana (vissuto negli anni Venti del Trecento), Andrea Lancia detto l’Ottimo (anni Trenta del Trecento) e Benvenuto da Imola (metà del Trecento). I loro commenti sono per noi preziosi e fondamentali, perché questi critici non solo sono al corrente di eventi di cronaca locale, personaggi e situazioni che la storia ufficiale ha dimenticato – e che loro, al contrario, conoscono bene -, ma comprendono anche parole o locuzioni per noi altrimenti incomprensibili, perché usciti dall’uso.

La diffusione della Commedia si verificò altrettanto rapidamente anche tra la gente comune – che ne imparava i passi più belli a memoria – e nelle scuole, fatto decisamente degno di nota per un testo in volgare.

La fama di Dante cominciò a essere consistente già trent’anni dopo la morte del poeta; dal 1373 il Consiglio del Podestà e del Comune di Firenze incaricò Giovanni Boccaccio, autore di una biografia di Dante (intitolata Trattatello in laude di Dante), di tenere una Lectura Dantis pubblica nella chiesa di Santo Stefano di Badia, sempre gremita di letterati ed eruditi, ma anche di mercanti, artigiani e popolani. Boccaccio, già anziano e malato, riuscì a fare sessanta letture (dette esposizioni) del testo dantesco, arrivando fino all’inizio del XVII canto dell’Inferno.

Nel Quattrocento la fama di Dante subì una flessione: molti Umanisti gli rimproveravano, infatti, non solo di aver usato il volgare (che essi consideravano una lingua nettamente inferiore al latino) ma anche una commistione lessicale ben lontana dal registro ristretto e sublime che essi vagheggiavano.

La pratica della Lectura Dantis ritornò in voga nella Firenze del Cinquecento, soprattutto all’interno delle Accademie: essa era dunque destinata a un pubblico ristretto, colto e preparato.

Nel corso del Seicento la Commedia ebbe davvero scarsa fortuna (ne furono fatte tre sole edizioni a stampa!) perché lo sperimentalismo che caratterizzò questo secolo la fece apparire un testo rozzo e arcaico; nel Settecento, contro il giudizio negativo dell’Illuminismo, che considerava l’opera di Dante un chiaro esempio della mentalità medioevale intrisa di religiosità e di superstizione, si levò la voce del grande filosofo napoletano Giovanbattista Vico, che vedeva nella Commedia la capacità di unire perfettamente fantasia e storia propria di un novello Omero.

Dalla fine dell’Ottocento l’amore per la Commedia aumentò sempre di più, grazie alla lettura, alla divulgazione e alla stima che mostrarono nei confronti di questo testo personaggi del calibro di Foscolo, Leopardi, Pascoli… e i patrioti risorgimentali, che ne fecero una sorta di mito di fondazione della nazione italiana (lettura politica che fu favorita e suggerita anche dal famoso critico Francesco De Sanctis). Sempre in questo secolo cominciarono a diffondersi anche dei veri e propri centri danteschi per lo studio e la comprensione dell’opera di Dante (come la già ricordata Società Dantesca Italiana, nata nel 1888).

Nel Novecento critici come Croce, Auerbach, Russo, Barbi, Flora, Getto, Spitzer, Sapegno, Contini, Fubini, Corti, Sanguineti, Nardi… hanno fornito contributi fondamentali per la Lectura Dantis, che ancora oggi affascina e coinvolge, sia che si tratti di una semplice lettura del testo, come quelle di grandi attori (Carmelo Bene, Vittorio Gassman…), sia che essa sia accompagnata da un commento, come quella proposta da Vittorio Sermonti.

Note

1. Fu proprio questo il motivo per cui, secondo Carlo Dionisotti, il fiorentino si impose ben presto su tutti gli altri volgari, che assunsero così il ruolo comunicativo che hanno oggi i dialetti rispetto all’italiano.

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