La Sibilla
in SACERDOTESSE / EPITAFI… E DONNE /EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA
Pausania (X 12,6) riporta un epitafio scritto per una delle figure indubbiamente più affascinanti del mondo greco, quella della Sibilla, particolarmente apprezzata proprio nell’età ellenistica: valgano per tutti Nicanore (fonte di Varrone), storico e biografo di Alessandro Magno, che parla della prima Sibilla, e ancora Pausania, che ricorda un’altra profetessa, Phaennis di Chonian, che, pur non essendo identificabile con la Sibilla, era soggetta a divina ispirazione. Documentano questo interesse anche gli oracoli sibillini che si riferiscono a fatti accaduti nell’età ellenistica, come quelli a proposito della vittoria romana nella seconda guerra macedone e quelli sull’eruzione di Thera (posteriore al 303 a. C.).
1ἅδ’ ἐγώ ἁ Φοίβοιο σαφηγορίς εἰμι Σίβυλλα,
τῶι δ᾽ ὑπό λαινέωι σάματι κευθομένα,
3παρθένος αὐδάεσσα τό πρίν, νῦν δ’ αἰέν ἄναυδος,
Μοίραι ὑπό στιβαρῆι τήνδε λαχοῦσα πέδην·
5ἀλλά πέλας Νύμφαισι καὶ ‘Ερμῆι τῶιδ᾽ ὑπόκειμαι
μοῖραν ἔχουσα κάτω τῆς τότ’ ἀνακτορίης.
1Io sono la Sibilla, l’interprete di Febo,
sono nascosta sotto questa tomba di pietra,
3un tempo fanciulla che parlava con voce umana e ora invece sempre muta,
avendo avuto in sorte questa catena dall’inflessibile Moira:
5ma giaccio vicino alle Ninfe e a quest’Erma,
avendo ottenuto sotto terra questo destino dalla divinità
che ho precedentemente servito.
Pausania, dopo aver presentato l’epitafio, informa i lettori del fatto che la morte sorprese la Sibilla nella Troade e che le fu posta una tomba nel boschetto di Apollo Sminteo; conclude accennando alla presenza, accanto alla tomba, di un’erma (una piccola scultura su un pilastro) di forma quadrata, di una sorgente posta alla sua sinistra e di alcune statue di ninfe. Il boschetto di cui parla Pausania, annesso al santuario, fu localizzato nel 1853: le rovine del tempio, scavate nel 1866, sono poste nei pressi di Alessandria Troas, che Pausania (X 12,3) indica infatti come una delle residenze della Sibilla. Secondo Stefano di Bisanzio, invece (s.v. Γέργις), la tomba della Sibilla era nel santuario di Apollo Gergitio, a Gergis, città della Troade vicina a Marpesso. Questa discordanza non deve sorprendere, perché in parecchi luoghi della Grecia connessi a centri oracolari (soprattutto dell’Est) si mostravano sepolcri di sibille locali, delle più svariate fattezze: a Cuma, per esempio, le reliquie delle sibille erano conservate in ampolle di terracotta.
Pausania nomina, nel paragrafo da cui è tratto il testo, ben quattro sibille: di queste solo Erofile, quella di cui viene citato l’epitafio, sarebbe realmente esistita. Essa, secondo il suo racconto, sarebbe nata nella Troade da una ninfa e da un padre mortale, un pastore dell’Ida, chiamato, secondo il lessico Suda (s.v. ‘Ηροφίλα), Teodoro.
Con i suoi primi oracoli la Sibilla aveva predetto che la rovina di Troia sarebbe stata causata da una donna nutrita a Sparta, cioè Elena, e aveva spiegato a Ecuba un suo sogno funesto: il mito – sconosciuto a Omero, ma noto a Euripide e raccontato da Igino – narra infatti che Ecuba, incinta, sognò di partorire una fiaccola che bruciava la città; Priamo seppe da un oracolo di Apollo che ciò significava che suo figlio sarebbe stato la rovina di Troia.
La Sibilla aveva poi viaggiato molto: la troviamo a Claro, a Delo, a Samo e a Delfi; divenuta anziana, si era ritirata nella patria Troade. Flegonte Tralliano – che, secondo il lessico Suda (s.v.), fu uno storico, liberto di Augusto – racconta, nel περί Μακροβίων (FHG III 610), che la morte l’aveva sorpresa (alla veneranda età di quasi mille anni!) nel boschetto di Apollo Sminteo, epiteto che può essere ricondotto o a una città della Troade, Σμίνθη, dove il dio era particolarmente venerato, o, più probabilmente, alla parola σμίνθος, topo, e in questo caso varrebbe sterminatore di topi: secondo il mito, infatti, Apollo avrebbe liberato la Troade da un’invasione di questi animali. Del resto Strabone (XIII 604) ci informa che dei topi addomesticati erano tenuti nei santuari, in quanto considerati simbolo dell’arte apollinea della vaticinazione.
L’epitafio si apre con il pronome ἅδ’, usato molto spesso sia negli epigrammi sia negli oracoli. La Sibilla si dichiara subito l’interprete di Apollo, con un vocabolo, σαφηγορίς, attestato solo in questo epigramma. Pausania (X 12, 2) ricorda però che a Delo esisteva un inno, che essa aveva composto in onore di Apollo, in cui si proclamava moglie legittima del dio (᾿Απόλλωνος γυνή γαμετή) e anche sua figlia. Il primo titolo può essere giustificato tenendo conto del fatto che la Sibilla aveva ottenuto il dono della profezia dalla sua presunta relazione amorosa con il dio; il secondo poiché essa, partecipe dello spirito divino, poteva esser considerata figlia del dio.
Posta in una tomba di pietra, la Sibilla ricorda, con un’efficace formula oppositiva, di esser stata un tempo fanciulla parlante con voce umana (una precisazione necessaria, perché la Sibilla, ribadendo la propria identità umana, intende prendere le distanze dalle altre profetesse – per esempio la Pizia – che invece si annullavano completamente in Apollo) e di essere invece ora muta, avendo avuto in sorte questa catena dall’inflessibile Moira. Non è chiaro a che cosa voglia alludere il vocabolo catena: è probabile che la stele su cui l’epigramma fu inciso avesse un ritratto della Sibilla, incatenata per un motivo che ci sfugge (forse per indicare l’inesorabilità del destino).
L’ultimo distico elegiaco conclude l’epigramma con una serena immagine del luogo in cui è sepolta la Sibilla. L’erma a cui si accenna allude al fatto che la tomba si trovava nei pressi di una strada; la fontana, posta a sinistra, invitava il viandante a fermarsi per leggere l’epitafio e ricordare così la defunta. Il v.6 specifica che la sepoltura nel recinto di Apollo Sminteo le è stata riservata come riconoscimento per il suo devoto servizio alla divinità.
Mercurio e le ninfe dovevano quindi vigilare e custodire la memoria della Sibilla, che però, almeno spiritualmente, era immortale. Gli antichi le attribuivano, infatti, le parole quando sarò morta andrò sulla Luna e prenderò il suo viso, proprio perché la Luna era ritenuta la sede delle entità che scendevano sulla terra a rivelare oracoli (e non a caso Artemide – o Diana, o Luna – era uno dei nomi con cui poteva essere indicata la Sibilla).

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