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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Anima e animus

In “SINONIMI” / LESSICO / GRAMMATICA LATINA

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La lingua latina usa due termini per indicare l’anima: anima, che appartiene alla prima declinazione, e animus, che appartiene alla seconda. Entrambi derivano dalla radice indoeuropea *ane, che ha dato vita anche al greco ἄνεμος, che significa soffio, vento.

Il diverso uso di questi due termini ci viene chiarito da alcune preziose testimonianze. La prima è quella del tragediografo Accio (170 – 84 a.C.), che in una delle sue tragedie scrive: sapimus animo, fruimur anima; sine animo anima est debilis, conosciamo con l’animo, sentiamo con l’anima; senza l’animo, l’anima è debole; la seconda è del poeta Lucrezio, vissuto nel I secolo a.C., che afferma animum dico, quem mentem saepe vocamus, intendo l’animo, che spesso chiamiamo mente; con la terza il filosofo Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) sostiene che è difficile animum perducere ad contemptionem animae, portare l’animo al disprezzo della vita; l’ultima ci è fornita da Nonio Marcello, un erudito e grammatico vissuto nel IV secolo d. C., secondo cui animus est quo sapimus, anima qua vivimus, animo è ciò che ci rende saggi, anima ciò grazie a cui viviamo.

L’animo, dunque, sulla base di quanto detto, deve essere inteso come il principio pensante, spirituale e affettivo proprio solo dell’essere umano, di cui governa il carattere, la sensibilità, la volontà, l’intelletto e le facoltà razionali; in quanto energia spirituale esso viene a coincidere anche con il coraggio, il modo di pensare, la forza interiore e a volte anche con il cuore, la sede naturale delle passioni. Dal vocabolo animus sono derivati animosus (coraggioso, ardito, fiero), animositas (animosità), magnanimus (dal grande animo, cioè generoso), il verbo animadvertere, che vale, alla lettera, rivolgere l’animo (e quindi accorgersi, notare) ed espressioni come deficere animo, perdersi d’animo (cioè non avere il coraggio di fare qualcosa), animum addere, dare coraggio, animos comprimere, tenere a freno l’arroganza, aequo animo, di buon animo (cioè con un atteggiamento sereno), vires animi, la forza d’animo (intesa come coraggio e determinazione)…

L’anima, invece, è il soffio vitale, il respiro che lascia il corpo quando moriamo: di qui, per metonimia, il valore di vita, che si manifesta proprio con l’atto del respirare (e infatti animam efflare o effundere, soffiare fuori l’anima, è una perifrasi molto usata per morire). L’anima è dunque una prerogativa di ogni essere vivente, che non a caso in latino prende il nome di animal – che solo più tardi indicherà l’animale in opposizione all’uomo – o animans.

Secondo alcuni linguisti il sostantivo anima è legato alla tradizione popolare dei culti, cosa che ne spiegherebbe il successivo utilizzo in accezione religiosa, per indicare la parte immortale distinta dal corpo; altri linguisti mettono invece in evidenza che il maschile animus sottolinea la forza, mentre il femminile anima la capacità di dare la vita, in piena corrispondenza con gli attributi tipici dell’uomo e della donna, alcuni riconoscendovi addirittura una subordinazione del femminile al maschile (in realtà non così evidente, poiché l’animus e l’anima, come sottolinea Accio, sono tra loro legati).

Nel passaggio all’italiano questi due termini sono diventati intercambiabili; da entrambi derivano molti vocaboli, che ne hanno mantenuto l’accezione originaria: da anima, per esempio, provengono termini come animale, animare, animato, rianimare… che rimandano alla vita (persino l’animatore del villaggio turistico ha il compito di dare vita alle nostre vacanze!), ma anche esanime e inanimato, che, per mezzo dei  prefissi ex e in, indicano privazione o mancanza di vita; da animus sono nati animoso (coraggioso, ardimentoso) e animosità (intenzione spesso aggressiva, per cui è necessario avere del coraggio), che coinvolgono le qualità dello spirito.

Il principale concorrente di questi due vocaboli è proprio il termine spirito. Il vocabolo latino da cui esso è derivato, spiritus – un sostantivo appartenente alla quarta declinazione -, cominciò a diffondersi dall’età imperiale: esso era molto vicino, per significato, ad anima, poiché indicava sia il soffio (il verbo spirare, con cui va messo in rapporto, si usava per l’aria e per il vento) sia il respiro, in senso proprio e traslato. In quest’ultimo caso con spiritus si potevano definire la superbia (come nel nostro modo di dire darsi delle arie) o l’ispirazione poetica, che infondevano nel poeta le Muse e Apollo. La sua fortuna nel lessico cristiano, in unione con l’aggettivo Santo, ne ha limitato la presenza nella comune lingua italiana, a vantaggio del vocabolo anima, che a sua volta ha avuto la meglio su animo perché supportato dalla sua forte valenza religiosa.

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