Clita
in LE LAVORATRICI / EPITAFI… E DONNE /EPITAFI DI ETA’ ELLENISTICA DEDICATI A FIGURE FEMMINILI / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA GRECA
Nella silloge teocritea (un’antologia dei testi del poeta Teocrito) e nell’Antologia Palatina, un’importante raccolta di epigrammi greci compilata a Bisanzio attorno alla metà del X secolo, viene attribuito al poeta Leonida, vissuto nel III secolo a. C., un epitafio (VII 663) dedicato a una balia.
Μήδειος τό μνᾶμ᾽ ἐπί τᾶι ὁδῶι κἠπέγραψε Κλείτας.
3ἕξει τάν χάριν ἁ γυνά ἀντί τήνων
ὧν τόν κῶρον ἔθρεψε· τί μάν; ἔτι χρησίμα καλεῖται.
1Il piccolo Medeo elevò questa lapide per la (sua balia) tracia,
presso la strada, e ci scrisse sopra “(Tomba) di Clita”.
3La donna avrà riconoscenza da parte di coloro
di cui allevò il bambino: e perché no? Sarà detta ancora utile.
Traduzione di A. Micheloni
Le balie provenienti dalla Tracia erano molto richieste (se ne incontra una anche nel verso 70 del già citato II Idillio di Teocrito): esse sono spesso identificabili nelle pitture vascolari grazie ai loro tatuaggi. Secondo il filosofo greco Clearco di Soli, vissuto nel IV secolo a. C., le donne tracie cominciarono a tatuarsi dopo una guerra tra i Traci e gli Sciti, abili tatuatori. La guerra fu persa dai Traci: gli uomini fatti prigionieri furono uccisi, mentre le donne vennero marchiate con un tatuaggio. Esse, per distinguersi dai loro rapitori, decisero di tatuare anche tutto il resto del loro corpo, abitudine che mantennero nel tempo e che le rendeva facilmente riconoscibili.
La tracia Clita – nome proprio che compare anche in Apollonio Rodio (I 976), ma che non è altrove attestato per una schiava – venne dunque sepolta con tutti gli onori che si meritava per volere di Medeo, che le fece erigere una tomba nei pressi di una strada: essa doveva dunque essere collocata o in una vera e propria strada (come accade per le tombe del cimitero del Ceramico ad Atene, una diramazione della cosiddetta Via Sacra) o forse sul margine di un sentiero che portava fuori dalla città (come quella di cui parla Leonida in un altro suo componimento presente nell’Antologia Palatina, il VII 478).
In realtà Medeo non è l’unico ad avere un debito di riconoscenza nei confronti di Clita: nel verso 3 dell’epitafio egli afferma, infatti, che la donna avrà riconoscenza da parte di coloro di cui allevò il bambino, perché Clita, evidentemente, aveva svolto questa mansione in un numero consistente di famiglie.
Grazie forse alla presunta domanda di un interlocutore (la locuzione τί μήν – e perché no? – non comporta, infatti, di necessità il cambiamento del parlante, perché può semplicemente indicare, come in Eschilo – Ag. 672 ed Eum. 203 – una sorta di domanda retorica fatta dal poeta a sè stesso) l’autore coglie l’occasione per affermare che la donna non solo è stata utile in passato, ma che lo sarà anche in futuro. Non si può dire con certezza in che cosa consista questa futura utilità: si può forse pensare che, se effettivamente la tomba si trovava lungo il ciglio di una strada, essa poteva servire come un cippo o un paletto, per indicare il percorso ai viandanti. Questa ipotesi è sostenuta da un illustre studioso e filologo tedesco, Ulrich von Wilamowitz, che pensa che sulla stele sia stato originariamente scritto Κλείτα θρᾶσσα χρηστά χαῖρε, Addio utile tracia Clita, ο la forma più breve Κλείτας χρηστᾶς, (tomba) dell’utile Clita: l’epigramma sarebbe stato aggiunto solo in un secondo tempo e avrebbe ripreso il motivo dell’utilità della donna – prima come balia e poi come punto di riferimento per i viaggiatori – proiettandolo nel futuro, regalandole così una sorta di immortalità.
L’epitafio, nonostante il tono dimesso, è particolarmente curato dal punto di vista metrico: esso presenta, infatti, una struttura metrica ricercata, la combinazione dell’ endecasillabo falecio e del verso archilocheo, combinazione già vista, ma in ordine inverso, nell’epitafio composto da Callimaco per la sacerdotessa di Demetra.

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