Fr. 102 Voigt
in TESTI / SAFFO / POETI MELICI MONODICI E CORALI / LETTERATURA GRECA
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La protagonista di questo breve componimento non è la poetessa Saffo, ma una ragazza che confessa alla madre i suoi primi turbamenti d’amore…
Γλύκηα μᾶτερ, οὔ τοι δύναμαι κρέκην τὸν ἴστον
πόθῳ δάμεισα παῖδος βραδίναν δι’ ᾿Αφροδίταν.
Dolce madre, davvero non posso più tessere la tela,
vinta dal desiderio di un ragazzo a causa della delicata Afrodite.
(traduzione di A. Micheloni)
Non sappiamo in quale contesto debba essere inserito questo frammento, perché esso ci è giunto per tradizione indiretta, in un manuale di metrica di uno studioso del II secolo a. C., Efestione, che lo cita (in 10,5) solo perché interessato al suo aspetto metrico.
Ciò che è certo è che questi versi riferiscono le conseguenze del sentimento d’amore. In questo caso, però, la sintomatologia non è esasperata come in altri contesti (in cui l’amore provoca sofferenza fisica o un fuoco che arde nel cuore): la ragazza, infatti, confida alla madre, con grande delicatezza, che per colpa dell’amore non riesce più a svolgere le sue occupazioni quotidiane, in particolare la tessitura della tela, che era una delle incombenze femminili – i cosiddetti ἔργα γυναικεῖα – tipici dell’antichità, che comprendevano anche la preparazione dei pasti, il lavaggio dei vestiti e la cura dei figli. Nelle famiglie di alto rango alcuni di questi lavori erano affidati alle serve: solo la tessitura era svolta anche dalle donne nobili, come dimostrano la celebre tela che la regina Penelope usa come stratagemma per tenere lontani i Proci, l’invito che Ettore fa alla moglie Andromaca di tornare al fuso e al telaio e la tela purpurea che Elena tesse nella reggia di Troia.
La menzione della tessitura della tela ha indotto alcuni critici a pensare che questi versi siano stati ispirati a Saffo da un canto popolare affine a un genere della poesia lirica francese, la chanson de toile (canzone della tela), che si diffuse tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo. Ce ne restano una ventina, in poche strofe di ottonari o decasillabi, con rime e assonanze, che raccontano proprio la storia di giovani donne che non riescono a tessere la tela (o a cucire o a ricamare) perché vinte e spossate dal desiderio dell’innamorato: sia queste canzoni che il canto popolare che avrebbe ispirato Saffo potrebbero dunque appartenere a un patrimonio di canti – la cui origine si perde nella notte dei tempi – che accompagnava il lavoro al telaio delle donne, che alleggerivano la fatica sognando l’amore.
Nell’ultimo verso del frammento – che ha ispirato il poeta Alceo (fr. 19) e il giovane poeta latino Orazio (Carm. III, 12) – Saffo rivela apertamente la responsabile dell’innamoramento: è la tenera Afrodite ad aver tramato ai danni della fanciulla. È Afrodite, infatti, a suscitare il desiderio d’amore, un desiderio che travolge e schianta anche le creature più forti, eroi ed eroine che si trovano costretti a riconoscere la grandezza e la potenza della dea.
Analisi del testo
METRO: distico di versi formati da due parti, nettamente divise da una cesura: la prima parte è un dimetro giambico catalettico, la seconda un enoplio; altri propongono, invece, due semplici dimetri giambici catalettici.
Γλύκηα μᾶτερ: si tratta di un vocativo, che corrisponde all’attico γλυκεῖα μῆτερ. L’aggettivo evidenzia il rapporto di confidenza che c’è tra madre e figlia; nelle tragedie, invece, il ruolo di confidente è spesso assolto dalle nutrici.
οὔ τοι δύναμαι: la particella τοι, rafforzando la negazione, sottolinea l’assoluta impossibilità di portare a termine il compito (e può dunque essere resa con espressioni come non davvero, non posso proprio): essa serve a enfatizzare il concetto di ἀμηχανία, cioè l’impossibilità di agire indotta dall’amore, che provoca una sorta di apatia e di indifferenza per tutto ciò che non riguarda l’innamoramento.
κρέκην: è un infinito presente; corrisponde all’attico κρέκειν, perché l’eolico forma l’infinito dei verbi tematici in -ην (da * ε + εν). Questo verbo ha il significato di suonare degli strumenti musicali, percuotendoli con la mano o con un plettro; il suo suono onomatopeico lo rende però particolarmente adatto anche a riprodurre il cigolio del telaio e il rumore dei colpi dati con la spola alla trama della tela: da qui il senso traslato di tessere.
ἴστον: in questo vocabolo, che corrisponde all’attico ἱστόν, sono presenti i due fenomeni più caratteristici del dialetto eolico, la psilosi e la baritonesi delle ossitone. La psilosi è l’assenza di aspirazione iniziale, segnalata dallo spirito aspro, che viene pertanto sostituito con quello dolce; a causa del fenomeno della baritonesi delle ossitone i dialetti eolici dell’Asia Minore non presentano parole ossitone, in quanto l’accento risale il più indietro possibile (in base alla quantità dell’ultima sillaba e senza violare la legge del trisillabismo). Da ricordare anche che questo termine è passato, già in Omero, dall’originario significato di telaio a quello di tela. Saffo, inoltre, di solito non usa l’articolo: per questo motivo il τὸν che accompagna ἴστον può essere inteso con valore dimostrativo (questa tela).
πόθῳ δάμεισα: il participio aoristo passivo femminile singolare – che corrisponde all’attico δαμεῖσα – è accompagnato da un complemento di causa efficiente. Il verbo da cui deriva il participio è δάμνημι, forma poetica del verbo δαμάζω, che significa domare: esso è stato scelto proprio per mettere in evidenza la forza dell’amore, contro cui nulla può il volere della fanciulla, costretta a cadere in uno stato di inattività e di passività. È possibile attribuire al participio una sfumatura causale.
παῖδος: anche in questo sostantivo ha agito il fenomeno della baritonesi delle ossitone: in attico troviamo, infatti, παιδός.
βραδίναν δι(ὰ) ᾿Αφροδίταν: corrisponde all’attico ῥαδινήν δι(ὰ) ᾿Αφροδίτην, perché in eolico α lunga resta α anche quando in attico diventa η. Nell’aggettivo βραδίναν è verificabile la presenza di un fenomeno tipico dell’eolico: la β iniziale non è una vera β – come dimostra la corrispondente forma attica – bensì l’esito di un digamma davanti a ρ. L’aggettivo βραδίναν, infine, usato come attributo di Afrodite, si ritrova anche nel verso 195 della Teogonia di Esiodo, riferito ai piedi della dea.
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