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Dio è la verità?

In TOMMASO D’AQUINO / LA LETTERATURA TEOLOGICA, FILOSOFICA E GIURIDICA / LA LETTERATURA MEDIOEVALE / IL MEDIOEVO / LETTERATURA ITALIANA

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Nella Summa teologica San Tommaso ha esposto oltre seicento questioni, che affrontano diversi argomenti, spaziando dall’animo alla fede, dalla dottrina alla virtù, dal peccato a Dio…

Ognuna di queste questioni è strutturata in articoli: nell’articolo V della sedicesima questione, suddivisa in otto articoli, Tommaso si domanda se Dio sia la verità.

ARTICOLO V: Se Dio sia la verità

Sembra che Dio non sia la verità. Infatti:

  1. La verità consiste nell’atto del comporre e del dividere, compiuto dall’intelletto. Ma in Dio non c’è composizione e divisione. Dunque non c’è verità.
  1. La verità, secondo sant’Agostino, è la «somiglianza delle cose con il loro principio». Ora, Dio non somiglia a nessun principio. Dunque in Dio non c’è verità. 
  1. Tutto quello che si dice di Dio, si dice di lui come della prima causa di tutte le cose: per esempio l’essere di Dio è causa di ogni essere, e la sua bontà è causa di ogni bene. Se dunque in Dio vi è verità, ogni vero proverrà da lui. Ora, è vero che qualcuno pecca. Dunque Dio dovrebbe esserne la causa. Il che evidentemente è falso.

IN CONTRARIO: Il Signore dice: «Io son la Via, la Verità, la Vita».

RISPONDO: Come si è già spiegato, la verità si trova nell’intelletto quando esso conosce una cosa così come è, e nelle cose in quanto il loro essere dice in rapporto all’intelligenza. Ora, tutto questo si trova in Dio in sommo grado. Infatti il suo essere non solo è conforme al suo intelletto, ma è il suo stesso intendere; e il suo atto d’intellezione è la misura e la causa di ogni altro essere e di ogni altro intelletto; ed egli stesso è il suo proprio essere e la sua intellezione. Conseguentemente non soltanto in lui vi è verità, ma egli medesimo è la stessa somma e prima verità.

SOLUZIONE DELLE DIFFICOLTA’: 1. Sebbene nella divina intelligenza non vi sia composizione e divisione, tuttavia Dio con la sua semplice intelligenza giudica di tutto, e conosce tutte le cose, compresi tutti i giudizi. E così nel suo intelletto c’è la verità.

2. La verità del nostro intelletto consiste nella conformità al suo principio, cioè alle cose dalle quali trae le sue cognizioni. Anche la verità delle cose consiste nella conformità di esse al loro principio, cioè all’intelletto divino. Ma l’affermazione, propriamente parlando, si potrebbe applicare alla verità divina soltanto se si trattasse della verità che si appropria al Figlio, il quale ha un principio¹. Non vale però per la verità attributo essenziale di Dio, a meno che la proposizione affermativa non si voglia risolvere in negativa, come quando si afferma che «il Padre è² di per se stesso», per negare che sia da altri. Si potrebbe anche dire che la verità divina è «somiglianza col suo principio», per indicare che tra l’essere di Dio e il suo intelletto non c’è dissomiglianza.

3. Il non ente e le privazioni non hanno verità in se stessi; l’hanno solamente dalla conoscenza dell’intelletto. Ora, ogni conoscenza viene da Dio: quindi quanto di verità c’è in questo mio dire «è vero che costui commette fornicazione³» proviene da Dio. Ma se uno ne conclude: «dunque la fornicazione di costui proviene da Dio» si ha un sofisma di accidente.

Da AA. VV. Le origini, Ricciardi, Milano – Napoli

Il passo proposto è certamente molto complesso: in questa sede non ci interessa addentrarci nel contenuto teologico – filosofico (che arriva a dimostrare come Dio sia la verità suprema perché conosce perfettamente se stesso e tutte le cose, rendendo così possibile ogni altra verità) ma piuttosto cogliere le strutture sottese alla sua scrittura.

Il brano deve essere ricondotto alle lezioni universitarie tenute dal magister Tommaso. Il primo momento in cui esse erano suddivise era la lectio: il magister presentava un testo, che veniva letto ad alta voce; terminata la lettura, egli formulava un problema o proponeva un tema su cui dibattere, la quaestio, che in questo passo riguarda il rapporto tra Dio e verità. Iniziava così la fase dialettica, detta disputatio, durante la quale gli alunni erano invitati a sostenere tesi e argomentazioni che potevano essere favorevoli o contrarie a quanto si stava dibattendo: era certamente questo il momento più importante e significativo della lezione, che veniva chiusa dalla determinatio, la soluzione, naturalmente affidata al magister.

L’opera di Tommaso, che propone una vera e propria enciclopedia del pensiero teologico medioevale, si ispira proprio a questi dibattiti: egli, infatti, dopo aver presentato il tema, propone prima le opinioni favorevoli, poi quelle contrarie, la sua risposta (con le conclusioni) e infine la soluzione delle difficoltà. In quest’ultima parte il magister confuta – punto per punto – le tre affermazioni esposte nella prima parte, per evidenziarne l’infondatezza, che arriva addirittura al sofisma d’accidente, cioè all’errore che commette chi confonde la vera essenza delle cose con una loro qualità secondaria (o accidente).

Questo modus operandi è un chiaro esempio di argomentazione scolastica, che si può dunque schematizzare in questo modo:

  1. premesse (sembra che…)
  2. deduzione delle conseguenze (rispondo)
  3. risoluzione delle difficoltà.

È evidente l’impianto fortemente razionale di questo tipo di argomentazione: le difficoltà, per esempio, sono state suddivise in tre punti (una scelta, quella della numerazione ternaria, sicuramente non casuale, poiché rimanda alla Trinità), a ciascuno dei quali Tommaso replica separatamente. Nel testo sono però presenti anche dei riferimenti alle auctoritates, cioè a quelle fonti che non possono essere messe in discussione (in questo caso un padre della Chiesa come Sant’Agostino e una frase tratta dal Vangelo di Giovanni). In questo modo S. Tommaso arriva a dimostrare l’infondatezza della tesi iniziale sia per mezzo delle parole del Vangelo che per mezzo della ragione: come abbiamo avuto modo di vedere nella nona lezione del nostro corso, secondo il magister, infatti, l’uomo non deve avvalersi di una fede cieca, priva dell’ausilio della ragione; allo stesso tempo, però, sarà la sola fede a consentire all’uomo di arrivare a credere in quelle verità del cristianesimo che la finitezza della mente umana non può dimostrare o capire.

Lo stile scelto da Tommaso è perfettamente corrispondente al metodo razionale che egli privilegia: l’autore, infatti, evita compiacimenti verbali e abbellimenti retorici, perché mira all’essenzialità e al rigore, come testimonia l’attento uso dei connettivi, che permettono di esaltare la consequenzialità del ragionamento (come vediamo, per esempio, in questo passo: La verità del nostro intelletto consiste nella conformità al suo principio, cioè alle cose dalle quali trae le sue cognizioni. Anche la verità delle cose consiste nella conformità di esse al loro principio, cioè all’intelletto divino. Ma l’affermazione, propriamente parlando, si potrebbe applicare alla verità divina soltanto se si trattasse della verità che si appropria al Figlio, il quale ha un principio. Non vale però per la verità attributo essenziale di Dio, a meno che la proposizione affermativa non si voglia risolvere in negativa, come quando si afferma che «il Padre è di per se stesso», per negare che sia da altri). L’autore agisce – sempre per ottenere il massimo rigore espositivo – anche sulla sintassi, privilegiando un ordine delle parole (soggetto – predicato – complemento) che risulta più chiaro di quello tipico del latino (che solitamente posiziona il predicato alla fine della frase) e utilizzando frasi brevi e brevissime, di solito coordinate.

Note

1. Si appropria… un principio: che si adatta al Figlio, che ha una nascita, perché si è incarnato e si è fatto uomo.

2. È: esiste.

3. Fornicazione: peccato carnale, da intendersi qui come peccato in generale.

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