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grammatica e letteratura italiana | latina | greca

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Fauno e Fauna

in IL MITO / APPROFONDIMENTI / LETTERATURA LATINA

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Fauno era un antico dio italico, secondo alcune fonti figlio di Circe e di Giove, secondo altre della ninfa Canente, nata da Giano, e di un dio oracolare italico, Pico, figlio di Saturno, protettore dei pastori e propiziatore della pioggia. Pico, dapprima venerato nell’Umbria e nel Piceno, fu in seguito accolto nell’ambito religioso romano; la sua triste storia ci viene raccontata da Ovidio nelle Metamorfosi. Pico regnava sul Lazio e amava follemente la sua bellissima sposa. Durante una battuta di caccia al cinghiale fu visto dalla maga Circe, che si invaghì di lui: Pico la respinse e Circe, per vendicarsi, lo trasformò in un picchio (in latino picus). Canente, disperata per la scomparsa del marito, lo cercò per sei giorni e sei notti, senza mangiare né dormire, in preda a un folle dolore. Dopo essersi lasciata cadere, stremata, sulla riva del fiume Tevere e aver cantato l’ultima volta il suo amore per lui (nel nome della ninfa è infatti riconoscibile il participio presente del verbo latino cano, cantare), Canente si dissolse nell’aria e di lei non rimase più nulla.

Fauno, il loro figlio – il cui culto fu introdotto a Roma da Numa Pompilo -, era una divinità di indole mite e benevola, propizia, come dice il suo nome – riconducibile a qui fauet, colui che favorisce – agli uomini e agli animali, cui dava fecondità; era protettore dei campi, dei boschi, dei pastori, degli animali domestici, degli armenti e delle greggi. Poiché teneva lontano dal gregge i lupi era soprannominato Luperco: questo epiteto può essere infatti ricondotto al vocabolo latino lupus (lupo) e al sabino hircus (caprone). Servio, nel suo commento all’Eneide di Virgilio, lo identifica con Fatuo, nome che allude alla sua facoltà di vaticinatore (la radice fa è quella del verbo fari, che significa parlare): Fauno dava infatti responsi, negli oracoli a lui consacrati nei boschi, o in sogno (mentre coloro che lo avevano interrogato dormivano sul vello di una pecora sacrificata in suo onore) o per mezzo di suoni (il soffio del vento, il rumore delle foglie, il volo improvviso di uccelli …). In seguito Fauno fu identificato anche con il Pan dei Greci, il dio delle sorgenti, delle grotte e dei boschi.

A somiglianza dei Satiri greci, anch’essi creature boschive, Fauno veniva rappresentato barbuto, irsuto e con corna, coda e piedi caprini; indossava una pelle di pantera o di capra e aveva sulla testa una corona di foglie; teneva nella mano un corno per bere e una siringa (un flauto formato da sette canne diseguali).

I Romani del II secolo a.C. gli consacrarono un tempio nella parte nord dell’isola Tiberina; le feste campestri in suo onore erano i Faunalia, che si celebravano dal 5 all’8 dicembre, e i Lupercalia, che si tenevano il 15 febbraio. Durante le prime, come apprendiamo dal poeta Orazio, si offrivano a Fauno sacrifici e banchetti; gli schiavi, le greggi e i buoi venivano lasciati a riposo, perché potessero partecipare anche loro alla festa. Durante le seconde, come ci racconta Plutarco, i sacerdoti del dio sacrificavano alcuni caproni e un cane davanti a una grotta situata nella parte nord occidentale del Palatino, all’ombra di un fico, detta Lupercal, che il mito legò successivamente alla vicenda di Romolo e Remo. Compiuto il sacrificio, i sacerdoti, vestiti solo con le pelli degli animali sacrificati, toccavano sulla fronte, con il coltello sporco del sangue delle vittime, due giovani scelti a caso, che venivano poi puliti con un batuffolo di lana intriso di latte: a questo punto essi dovevano ridere forte. I sacerdoti correvano poi lungo le pendici del colle e per le strade della città frustando con strisce della pelle delle vittime immolate le donne che non avevano ancora avuto figli, per favorirne la fertilità. Questi due gesti servivano, rispettivamente, per esorcizzare la morte e per celebrare la vita: la cerimonia in cui essi avvenivano aveva il compito, come accade sempre nelle comunità legate all’agricoltura, di deridere la morte e di esaltare la nascita, sia di esseri umani che dei prodotti della terra.

Fauno aveva per moglie (o, per altri, per figlia o sorella) Fauna o Bona Dea, i cui attributi sono molto vicini a quelli della dea greca Demetra. Proprio come Fauno anche Fauna proteggeva i campi e i loro lavoratori, cui assicurava buona salute; era spesso invocata come vaticinatrice (pertanto fu assegnato anche a lei l’epiteto di Fatua). In realtà il suo compito principale era quello di proteggere le donne di casa: Fauna era infatti conosciuta come una perfetta matrona, cioè una donna pudica e abilissima esecutrice delle cose domestiche (secondo il celebre ideale romano di casta fuit, domum servavit, lanam fecit: fu casta, si dedicò alle faccende domestiche e filò la lana). Dall’età imperiale le fu riconosciuta anche la capacità di proteggere dalle malattie: per questo nel suo tempio fu creata una sorta di piccola farmacia piena di erbe medicinali, in cui le sacerdotesse dispensavano consigli medici alle donne.

In una prima tradizione, cui fa riferimento Macrobio, Fauna è presentata come la figlia di Fauno, che, essendosi innamorato di lei, cercò di violentarla dopo averla fatta ubriacare: poiché la donna oppose una feroce resistenza, Fauno la percosse con dei rami di mirto, pianta che proprio per questo motivo fu bandita dal tempio della dea. Fauno si trasformò allora in un serpente e solo così ebbe la meglio su di lei. Nella tradizione successiva, cui attinge Plutarco, Fauna è la sposa di Fauno, talmente riservata e casta che non usciva dalla sua stanza per non incontrare altri uomini che non fossero il marito. Un giorno però trovò una brocca di vino, la bevve e si ubriacò: Fauno decise allora di punirla frustandola con rami di mirto, a tal punto da ucciderla. Poi, devastato dal rimorso, le fece attribuire onori divini.

In effetti Fauna aveva, a Roma, un tempio sull’Aventino, in cui venivano nutriti dei rettili; il primo maggio, in un bosco sacro posto nelle immediate vicinanze, le ragazze e le donne celebravano dei misteri, interdetti agli uomini, in cui sacrificavano una scrofa gravida. In suo onore si faceva anche una festa notturna ai primi di dicembre: essa si svolgeva nella casa di un alto magistrato (un pretore o un console) ed era presieduta da sua moglie. A questa festa partecipavano tutte le matres familias e le matrone che svolgevano cerimonie per conto dello stato; anche in questo caso l’ingresso era severamente vietato agli uomini: Cicerone racconta che Publio Clodio Pulcro nel 63 a. C. subì un processo – in cui fu assolto –  per essere entrato in casa di Cesare, travestito da donna, proprio per assistere di nascosto ai riti di Bona Dea, rischiando così la pena di morte.

Dall’unione di Fauno e Fauna nacquero i Fauni, demoni campestri e boscherecci che avevano il compito di proteggere i campi e il bestiame; a differenza del padre erano molto dispettosi con gli uomini, che si divertivano a spaventare con brutti sogni e suoni paurosi emessi nei boschi. Proprio come il padre erano invece villosi, cornuti, con orecchie mobili e piedi caprini: queste caratteristiche li rendono avvicinabili ai Satiri della mitologia greca. Virgilio li cita come antichi abitatori del Lazio, dai costumi non civilizzati.

Sempre da Fauna (o, secondo Virgilio, da Marica, ninfa delle acque e dei boschi, protettrice dei neonati e dei bambini, che alcuni identificano con Venere, Diana o Circe) Fauno generò Latino (a cui altri, come Dionigi di Alicarnasso, attribuiscono invece come padre Ercole), che regnava sul Lazio al tempo dell’arrivo di Enea, a cui promise in sposa la figlia Lavinia.

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